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ANDIAMO A CORNACLANO, ANDIAMO AL BEATO

ANTONIO MEZZANOTTE.

Andiam, si parte, si va a Cornaclano, come ogni anno, com’è tradizione, come vuole la devozione. Che cos’è Cornaclano oggi? Un rudere di muro, un monolite sperso tra i boschi e le campagne della Treste, nel vastese; frinir di cicale e di grilli, guair di volpi, strider di falchi, non s’ode altro.

Ma la mattina del 13 agosto un insolito andirvien di auto e di genti, tutti s’affrettano verso uno spiazzo, tra due querce e l’antico muro, ove nel mezzo sta un altar.

È la Messa per “lu Sande Beate Angelo”, come dicono qui, che a Sant'Angelo in Cornaclano, antica e potente abbazia benedettina, poi agostiniana, poi commenda dei principi Caracciolo, da ragazzo si fece sapiente per spiccar il volo da Furci (CH), il paese natio, fino alla Sorbona di Parigi e ai cieli della santità.

Il Beato morì a Napoli nel 1327 e nell’agosto 1808 partì una delegazione di furcesi per chiedere al Re di poter riportare a casa le Sacre Reliquie. Quando si dice aiutati ché Dio t’aiuta! In quel frangente re Giuseppe Bonaparte stava facendo le valigie per la Spagna, lì destinato dal fratello Napoleone, e figuriamoci se aveva tempo per esaminare le istanze dei furcesi e... grazie a Dio! Infatti, cavilloso, prudente ma anche pavido com’era di certo avrebbe trovato qualche motivo di diniego (Giuseppe non era portato per fare il Re in quei tempi eccezionali, al più avrebbe potuto essere un buon ministro o ancora meglio un ottimo consigliere di stato).

Al suo posto Napoleone nominò il cognato Gioacchino Murat, gran testa calda, guascone, impulsivo, ambizioso, ma con due grandi qualità: sapeva condurre una carica di cavalleria come nessun’altro e, inoltre, undicesimo figlio di un oste, aveva un gran cuore che lo fece subito benvolere dal popolo napoletano. Fu proprio Murat a firmare il decreto che autorizzava i furcesi a riportarsi le spoglie del Beato in paese. In ricordo di quell’evento, il 13 agosto di ogni anno i devoti del beato Angelo si recano in pellegrinaggio ai resti dell’abbazia di Cornaclano.

Questo pellegrinaggio dal paese a scendere verso Cornaclano, che ancora qualcuno fa a piedi, è davvero un tornare indietro nel tempo: si scende lungo la strada che porta al fondovalle (una vecchia mulattiera trasformata in rotabile, una discesa, a tratti assai ripida, che mette a dura prova i freni delle autovetture, ma anche farsela a piedi non è uno scherzo e probabilmente pure i muli avrebbero protestato), costeggiando le Mura Saracene (i resti di un antico convento distrutto dai saraceni), si prende la strada di fondovalle all’altezza del vecchio mulino, poi si entra nell’exclave sanbuonese del Pantano, poco dopo l’incrocio per la Cena e al di sotto delle Morge si svolta a destra e ci si prepara ad attraversare la Treste.

Sono anni che ormai percorro questa strada, ma in quell’aveo d’estate non ho mai visto un rivo d’acqua e così ripenso a un atto giudiziario dell’Avv. Gaetano Celani in un processo del 1753, lì dove descrive il corso del fiume Treste, precisando che dalla grande abbondanza di acqua nei mesi invernali la portata si riduce nei mesi estivi fino a perdersi del tutto tra aridi sassi e disseccate arene.

Malgrado frane, erosioni e smottamenti una stradina guada il fiume e poi, tra vigne, frutteti e distese di campi mietuti, tra i quali già si iniziano i lavori di aratura, sale in direzione di Fresagrandinaria, al quale fa capo questo versante, e giunti a una vecchia casa colonica bisogna trovare un posteggio possibilmente riparato dal solleone sotto un ulivo o una quercia e affrettarsi a raggiungere la spianata di Cornaclano per conquistarsi una porzione d’ombra, magari vicino ai cespugli di more, che fanno gola....

La celebrazione della Santa Messa all’aperto con i devoti disposti a semicerchio riecheggia antiche litanie e la fervente attività dell’abbazia medievale, riallacciando una ideale continuità dai giorni del beato Angelo a oggi.

Il paese di Furci si scorge in lontananza appollaiato sul colle, boschi di querce fanno da sfondo a Cornaclano, nibbi reali volteggiano in cielo e più volte si avvicinano, forse incuriositi da questo insolito fermento.

A conclusione, cellipieni devozionali e panini alla ventricina e poi si ripercorre la stessa strada (oppure si riprende l'Istonia passando per Sodere di San Buono, più lunga ma anche più agevole) per risalire in paese; se avanza tempo, deviando alla Guardiola poco prima della Treste, si raggiunge la vicina chiesetta rurale di Sant’Antonio di Padova, sempre in territorio di Fresagrandinaria, con la sua grotticella e il ricordo di quei miracoli compiuti da uno sconosciuto pellegrino (si dice lo stesso S.Antonio) agli inizi del 1900.

Quando si viene nella Valle del Treste fede, tradizioni e storie di un tempo si fondono con una natura aspra e dura, che tempra gli animi, e quel che ne deriva è una devozione autentica per i Santi di qui, arcangeli, guerrieri, teologi, predicatori, Madonne arboree, e un rispetto atavico e corale verso il forestiero, il quale, superata l’iniziale e inevitabile reciproca diffidenza con i residenti, riceve da questi accoglienza sincera e ricetto, perché chi viene fin quaggiù è come un pellegrino che cerca di ritrovare sé stesso nel gran viaggio della vita.

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