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ALLE ORIGINI DELLA VITIVINICOLTURA ROSCIANESE

ANTONIO MEZZANOTTE.

In questi giorni si svolge il Vinitaly 2023 alla fiera di Verona, l'evento più rappresentativo del settore vinicolo italiano e internazionale. Grazie all'eccellenza nel saper fare il vino, sarà presente anche il territorio di Rosciano (PE), uno dei luoghi di produzione vinicola più ragguardevoli d’Abruzzo.

Ma lo è sempre stato?

Se ne avete voglia, seguitemi in questa rapida escursione nel tempo, verso la metà del 1600, quando il paese era ormai prossimo all’abbandono a causa delle epidemie che ne avevano falcidiato gli abitanti. Su un atto di vendita datato 29 maggio 1652, il notaio dei Caracciolo, tale Montajone, così descrisse Rosciano: “terra pestilenziosa”, buona, cioè, per farci meno di niente (poi ho scoperto che in realtà non era proprio così, il paese diverrà sì un luogo maledetto di lì a qualche anno, ma al priore Caracciolo serviva un pretesto per vendere in fretta e senza pagare le tasse... una truffa, insomma).

Chi comprò il feudo roscianese? Ludovico de Pizzis. Originario di Ortona, apparteneva a una delle più illustri e facoltose famiglie di quella città, tanto da diventarne Governatore Ducale nel 1652 per conto dei Farnese. Fu Regio Doganiere della Terra di Francavilla e dal 1673 al 1677 appaltatore dell’esportazione dell’olio e del sapone dall’Abruzzo. Personaggio ambizioso, investì molto nell’acquisto di vasti possedimenti feudali. Di lui si diceva che avesse come motto “Chi non s’arrischia non acquista”. Era uno con il commercio nel sangue.

Tuttavia, non fece un buon affare il barone de Pizzis. Infatti, la pestilenza del 1656 si portò via due terzi degli abitanti di Rosciano (che da 750 scesero a 250 circa) e le campagne, abbandonate e incolte, si ricoprirono di sterpaglia, di rovi e boschi di querce.

Nel 1677 il feudo fu venduto così a Marc’Antonio Leognani Ferramosca, duca di Alanno, che già aveva proprietà a Rosciano dalle parti di Fonte Arciunj. Discendente di Porzia Fieramosca, sorella del più noto Ettore Fieramosca (l’eroe della disfida di Barletta) e parente alla lontana di Giorgio Castriota Skanderbeg (l’eroe nazionale albanese, la cui nipote più giovane, Maria, aveva sposato un Leognani di Civitaquana), “era uomo che faceva valere per ducato il suo carlino”, come si disse nel corso di un processo per revocatoria (la moneta da un carlino era la decima parte di un ducato), quindi uno che sapeva badare ai propri affari.

Qualche anno più tardi, nel 1701, Rosciano venne venduto a Marco Garofalo, napoletano, Presidente della Regia Camera della Sommaria (la Corte dei Conti dell'epoca), che all’indomani del tragico terremoto della Candelora del 1703 fu nominato Commissario Straordinario per la ricostruzione dell’Aquila. I Garofalo rimasero in possesso del feudo roscianese fino al 1737, quando subentrarono i De Felici di Pianella.

Nel 1699, intanto, nella nuova numerazione delle famiglie fiscali, vediamo che la popolazione del paese era tornata ai livelli precedenti alla grande crisi di metà secolo e nel 1711 l’Università di Rosciano ordinò l’aggiornamento del catasto, fermo alla descrizione dell’anno 1677.

Che cosa scopriamo? Tutte le terre incolte, gli sterpari e parte dei terreni sui quali era andata a crescere vegetazione boschiva furono convertiti in vigneti. Nelle terre baronali, soprattutto, e in quelle di altri proprietari nel 1677 si coltivavano 263.256 viti, mentre nel 1712 gli agrimensori ne annotarono circa 447.500 (quasi il 70% in più). Era accaduto, pertanto, che iniziando dal de Pizzis e proseguendo con il Leognani Ferramosca e poi con i Garofalo, i nuovi padroni di Rosciano ritennero conveniente investire nella vite, al fine di risollevare l’economia del feudo, trovando evidentemente terreno buono e fertile per la viticoltura.

La coltivazione della vite aveva ormai preso avvio e questo andamento viene confermato anche nel Catasto Onciario del 1743. La produzione andava ben oltre le esigenze di consumo domestico: nasceva il commercio del vino. Nel 1853 soltanto tra Rosciano e la frazione Villa Oliveti se ne producevano circa 1500 ettolitri. La rinascita del paese dopo la grande crisi del 1600 fu quindi affidata alla vitivinicoltura, che rivoluzionò tanti aspetti del vivere quotidiano. Fu pure cambiato il santo patrono, con l’introduzione del culto di Santa Eurosia di Jaca, protettrice dei vigneti.

Ma non finisce qui.

Nel 1878 Raffaele Filippone, esponente di una famiglia roscianese di possidenti e professionisti, fu uno dei primi produttori in Italia a utilizzare in via sperimentale le polveri chimiche Montalenti per la conservazione del vino (cioè il solfito di calcio corretto con potassio) e fu in proficui e costanti rapporti con le aziende vinicole del Monferrato. Le cantine di palazzo Filippone a Rosciano (risalenti al 1690), oggi di proprietà comunale (ex Demanio) sarebbero da recuperare (così come tutto l’imponente edificio, in verità, con quanto esso contiene), perché monumento storico di eccezionale valore.

Poi vennero la filossera, l’emigrazione, la ripresa del dopoguerra, la nascita delle odierne cantine vinicole che fanno grande nel mondo il nome della terra di Rosciano. Il futuro, come sempre, ha radici antiche.

(Nella remota e poco creduta ipotesi che si voglia approfondire le notiziole di questo post, possono essere consultati i seguenti miei contributi pubblicati sulla Rivista Abruzzese: "Un'antica dimora da riscoprire. Palazzo Filippone a Rosciano" (n. 2/2020); "Il culto di Santa Eurosia a Rosciano" (n. 3/2019); "La lunga causa dei Caracciolo di Santobono..." (n. 1/2019). E per stomaci forti il mio libro: "I catasti di Rosciano in età moderna. Profilo storico e giuridico", che è un po' vecchiotto - 2009 - magari da rivedere alla luce di ricerche successive, ma che costituisce un buon punto di partenza)

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