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ADDENDA. Morte e usi funebri a Pianella

REMO DI LEONARDO.

Il rito della Cerimonia funebre.

Come è stato sopra ricordato con il cosiddetto editto di Saint Cloud le tombe e le fosse comuni anche a Pianella vennero poste al di fuori delle mura cittadine. In quel tempo le casse da morto venivano costruite a misura del morto “à jete a pijà le mesure a lu morte”. Il defunto, se era un popolano, veniva messo dentro una cassa da morto costruito con legni leggeri quali: il pino, l’abete, e collocato sopra una specie di “portantina” veniva portato a spalle da quattro persone umili dietro ricompensa, si accompagnava prima in chiesa e poi al cimitero. “La portantina” era la stessa dove veni vano posti i santi durante le processioni ed era di proprietà della chiesa.

Nel 1763 le tre confraternite: Cuore del Gesù, del Rosario del e del Monte dei Morti pensavano alle elemosine, a seppellire i poveri e a fare opera pia.

Se il defunto abitava in campagna vi era il problema di come far arrivare la cassa da morto presso l’abitazione; generalmente c’era sempre qualche pover’uomo magari con un buon fisico che, per conto del falegname a cui era stato ordinato la cassa, la portava. Mancando la carrozza o la macchina tutto il viatico si svolgeva a piedi altrimenti si usava un carro agricolo con il quale sino alla “strada bianca”, dove era in attesa il carro funebre. Quando a morire era un benestante o un nobile a Pianella il feretro veniva trasportato da una carrozza trainata da due o quattro cavalli, “lu carruzzone”, che aveva la sua rimessa nei local i dell’attuale Comune dove una volta vi era la vecchia pescherìa in piazza L. Marchetti, sotto le vecchie carceri.

A svolgere questa mansione, come ricorda ancora qualche anziano, era incaricato tale Vincenzo Cicconetti che messa una “spara” in testa vi poggiava la cassa per portarla alla casa del defunto.

Le bare generalmente venivano generalmente costruite da mastri falegnami. Ogni bottega ne aveva cinque o sei a disposizione o meglio quasi finite, infatti le ultime rifiniture avvenivano la notte “à fatte la nuttate” una volta saputo chi era il defunto a cui fare unacassa da morto su misura. Nel nostro paese negli anni trenta vi era un falegname in via Borgo Carmine un certo Antonio Pietranico detto “lu Rosce”, che durante un periodo dell’anno costruiva solo casse da morto per venderle anche nei paesi limitrofi. Agli inizi del novecento a svolgere il mestiere delle Onoranze funebri volgarmente detto “lu cariamuorte” a Pianella furono Rocco Speziale, Antonio Speziale e Isaia Di Martile. Successivamente portò avanti questa attività il solo Isaia che negli anni sostituì la Carrozza con una macchina a motore adibita a carro funebre precisamente una 507 Fiat successivamente sostituita con una 121 Fiat, quest’ultima ceduta agli inizi degli anni ’60, insieme all’attività, ad Auden Di Lorito che passerà poi questa funzione al Sig. Gianfranco Aielli. Il resto è storia dei nostri giorni.

In alcune circostanze a portare il feretro ancora oggi sono gli amici più stretti, mentre è ancora in uso che il sacerdote accompagni per un tratto di strada il defunto al cimitero per dare l’ultima benedizione, fermandosi quando arriva alla chiesa di Santa Maria Maggiore. In occasione dei funerali le famiglie di un certo ceto sociale (nobili, benestanti) chiamavano la banda musicale che accompagnava il morto con marce funebri.

Durante o al termine della cerimonia religiosa i personaggi importanti del paese venivano ricordati con un saluto di commiato, ma non sempre queste commemorazioni del defunto venivano ben accette dalla chiesa come ci testimonia una lettera inviata da Monsignor Pro-Vicario Generale della Diocesi di Chieti Luigi Arcivescovo di Chieti Amministratore di Vasto a proposito della morte del Senatore La Valletta in occasione dei suoi funerali tenutisi il 1881 nella cattedrale.

In uso oggi, al posto dei fiori, fare beneficenza ad Associazioni ed a enti che combattono le malattie più gravi.

Una volta arrivati al camposanto, si usava riaprire la bara per dare l’ultimo saluto al defunto e ai parenti. Chi moriva in peccato, persone suicide, o senza sacramenti veniva negato il rito funebre in chiesa. Ancora oggi nel nostro paese ricordano ancora quando negli anni ’60 morì uno dei massimi dirigenti locali del P.C.I. Antonio G., un sarto con enorme capacità oratorie, per le sue idee politiche e anticlericali, o forse per non aver ricevuto il sacramento del matrimonio in chiesa, fu consentita la sola benedizione in un locale sotto l’attuale comune di Pianella dove fu all’uopo allestita la camera ardente. Ciò non deve destare meraviglia. Anche nel l’antichità a chi moriva per le stesse ragioni addirittura non aveva neppure sepoltura in un luogo sacro, ma fuori, presso le mura di una chiesa. Questa potrebbe essere una ipotesi, per esempio, del ritrovamento di molti scheletri intorno alla chiesa di Santa Maria Maggiore rinvenuti durante i vari lavori di consolidamento della struttura effettuati negli anni.

Lu “cònzele” rappresentava il pranzo che i parenti stretti dovevanoportare dopo il funerale alla famiglia del defunto che nei giorni precedenti avevano vegliato e si era astenuta dall’accendere il fuoco, e quindi anche dal preparare il cibo.

Chi faceva lu cònzele mangiava insieme alla famiglia del defunto. Prima del pranzo si recitava il Rosario, poi mentre si mangiava si ricordava la vita e le virtù del morto e tra un ricordo e una lacrima spesso si dava coraggio anche con battute di spirito.

Il pasto funebre consisteva in era brodo e carne bollita, vino e caffè, vietati i dolci, come si riteneva peccato far avanzare del cibo.

Per rispetto al lutto, oltre al pranzo, si portava tutto ciò che occorreva: le pignate, la fressore, le piette, le bicchire, le buttije, le salviotte, le curtielle, le cucchiare. Le stoviglie non dovevano esserelavate ma rimandate indietro per essere lavate.

Il pasto funebre si faceva in una stanza diversa dalla solita.

Le farfalle notturne “le palummelle” rappresentano le anime dei morti, esse usano svolazzare intorno a una fonte di luce, una volta era il lume oggi le lampade votive. Se una di queste farfalle si poggia su una persona porta fortuna infatti pare che in toscano si chiamassero appunto Fortune.

Sino a pochi anni orsono il giorno seguente alla morte si celebrava “la riuscita messa” dove partecipavano generalmente i familiari, i parenti e gli amici più stretti.

Vincenzo Stok e Vincenzo Pulcinella

NENIE, PREGHIERE, CANTI E PROVERBI

Alcune volte la morte, il dolore per la scomparsa del proprio caro portava anche alle più commoventi espressioni come ad esempio quando si piangeva la morte di un neonato:

Frammenti di nenia:

della moglie al marito morto:

Ho, se n’à cascate lu trave de la case!

Se n’à jite la luce de lu sole!

Povera a nnu’ ome fenete de cambà!

di una madre verso la sua bambina

Oh, core de mamme , core de la mamme!

E, chi te l’avesse dotte a ttè core de la mamme?

E chi mi chiame cchiù mo’ core de la mamme?

“ A quande’ à ‘vute tembe de dì’:

Mamma mi’, statte bbone!

Ne’ mm’ à date nesciùna dispiscire!

Ne’ ma date mi’’na mmala resposte!

Madre che piange la morte della sua bambina:

Ho core de la mamme, core de la mamme!

E cche te l’avesse dette a ttè, core de la mamme?

Addò se’  jite, àngele de lu paradise, àngele de lu paradise?

E mmo’ che me chiame a mmè, core de la mamme?

Addù se na jite la rundenelle de la mamme, core de la mamme?

Quande ere bbone , core de la mmamme!

E cche se la crenzè, core de la mamme?

E cche se la credè , core de la mamme!

Che se la penzeje de fa’ ‘sta canzone, core de la m amme?

Preghiera

Quolle che te raccummanne, peccatorell dDie ti’, che è morte a vendunore e che pe’ tte a prehate l’Aterne Patre, che bbenghè, t’avesse salvate.

O bbona gende, che sgoldat’ avete,, avete ndese la pene de Criste?

L’à patute pe’ nnu hitre peccatore. pe’ darce la pac’e lla cunzulazione pe’ ddarce la pac’ e lu cundende pe’ ddarce lu paradis’ eternamende.

Dies irae dies illa (in latino)

Solvet saeclum in favìlla:

Teste David cum Sybylla.

Quantus tremor est futùrus,

Quando judex est ventùrus,

Cuncta stricte discussurùs!

Tuba mirum spargens sonum

Per sepùlchra regiònum,

Coget omnes antethronum.

Mors stupèbit, et natùra,

Cum resùrget creatùra,

Judicànti responsùra.

Liber scriptus profeterùr,

In quo totum continétur,

Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,

Quiquid latet, apparébit:

Nil inùltum remanébit.

Quid sum miser tunc dictùrus?

Quem patrònum rogatùrus,

Cum vix justus sit secùrus?

Rex tremèndae majestàtis,

Qui salvàndos salvas gratis,

Salva me, fons pietàtis.

Recordàre, Jesu pie,

Quod sum causa tuae viae;

Ne me perdàs illa die.

Quaerens me, sedìsti lassus:

Redemìsti crucem passus:

Tantus labor non sit cassus.

Gere curam mei finis.

Lacrmòsa dies illa,

Qua resùrget ex favilla,

Judicàndus homo reus.

Pie Jesu Domine,

Dona eis réquiem. Amen.

Dejasille ( in dialetto)

Dejasille, dejasilleChe va sotte sembre strelle

Che va sopre s’arepose

Dejasille lacrimose.

Na Dumeneche abbejate

Lu Rusarie  a tte fu ddate

La Marie Verginelle

Tutta fore tutta bbelle.

Lu Rusarie che nu candeme

A lla Madonne l’arpresendeme.

Dejasile, dejasille…

Dejaselle de le veve

Dejaselle dejaselle

che ‘sta casa ne ccede de nguelle, desse lu prite de Pelagrelle.

De ‘stu nnode ce ne stesse mille se ne combre de dejasille.

Lu cafone nghe la coccia toste ne vo’ nove a llu suo poste. Sembre alloche à state allucate mi’ niente ha huadagnate. L’asene che va a vetture la vit’a si’ poche dure.

Te l’areporte tutte scurtecate

frechete ‘n-gule a ttè e che me ta date.

Dejaselle dejaselle,

lu demonie sembre strelle. Ca strelle che raggione ca vo’ l’aneme de secore.

Vincenzo Stok e Vincenzo Pulcinella

Canto esortativo religioso

Ama ddi’, e nen’ fallì.

Fa lu bbene e lassa ddì.

Ama Ddì su la croce

Su lla croce la culonne.

Ama Ddì e la Madonne.

E ttu, anema ndulende,

che ssi fatte tande tembe

che nn’ calzate le povere

che nn’è vestute li nute?

La fronna, quanna è socche,

ne m-bò cchiù renverdè.

Fa lu bbene, mo che lle pu’

Se gnienze a Ddì artruvà li vù.

PROVERBI E MODI DI DIRE

Povere che se more ca lu rieste se cunzole.

E’ mieje a murè che patè

Che more giace, che veve se da pace

Che nen more se revede

Sole a la morte n-ge stà repare

A’ jete a fa’ la terre pe’ le cece

La ciore se cunzume lu morte nen camene

Chi la morte dell’itre va truhenne, lu si’ sta vece ne

La morte va truenne la scose

Uommene e puorce se vode dope morte

Se nasce piagnenn ,ma nescione more redenne

Che fa lu bbene more accese, che fa male va ‘mbaradese

Huaje nghe la pale morte nen pozza menè mai

Quande la voteve s’à remarete, le huaje nnà fenete

Quande nen’è destenate a murè de tutte le male cambe

Se sa addù’se nasce n-ze sa addù’se more

Ci-arevedome a chell’atru monne

Me siembre nu morte de fame

Chi piande nu laure cambe poche.

Se brutte gne la morte.

La morte nen cunosce età.

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