
D: «Professore - o devo chiamarla Don Cesare? - ammetta che trovarsi qui, in pieno ventunesimo secolo, a fare quattro chiacchiere con me ha un che di... “impossibile”.»
R: «Mi chiami pure come l'aggrada, caro amico. Il tempo è una convenzione che noi poeti impariamo a masticare da subito. Certo, se mi avesse cercato nella mia amata Sant’Eusanio del Sangro, tra le mie carte, l'avrei accolto con un bicchiere di vino buono. Ma anche questo salotto senza spazio ha il suo fascino.»
D: «Partiamo dalle origini. Nato a Sant’Eusanio del Sangro, tra le colline frentane, il 27 gennaio 1862, da Vincenzo e da Sofia De Berardinis. Una vita intensissima, divisa tra la fede – fu ordinato sacerdote nel 1885 – e l’insegnamento delle lettere classiche. Una mente finissima prestata al dialetto o viceversa?»
R: «Veda, le due cose si alimentano. Il latino e il greco mi hanno dato la struttura, la spina dorsale; il dialetto mi ha dato il sangue, la carne. Ho insegnato lettere classiche a lungo nel seminario di Venosa, di cui sono stato anche rettore, poi ho avuto la cattedra di latino e greco nel liceo di Lanciano, fino al 1926... Ho passato una vita a spiegare ai giovani la struttura delle lingue con le mie opere, come la 'Grammatica della lingua viva' o la 'Grammatica della lingua latina'. Non c’è contrasto tra lo studiare la regola ferrea del latino e il lasciarsi andare alla libertà del dialetto: sono le due facce della stessa medaglia, la disciplina e la passione. Ma la mia cattedra più grande è stata la vita della mia gente. Lei ricorda quella filastrocca che recitavano le nostre nonne, nella quale veniva esaltata la forza e la purezza del nostro parlare? Gliela recito:
“Sia beneditte chi à fatte lu munn’! / Sia beneditte chi l’à fatte a ttonn’! / Ma n’g’è mmeravije cchù granne e cchù bbell’ / de lu parlà de lu mije paesell’.”
Il dialetto abruzzese non è un passo indietro rispetto alla lingua d’Italia, sa? È la melodia dell’anima che si fa parola immediata.»
D: «Eppure la sua produzione spazia enormemente. Lei ha tradotto Orazio, ha scritto drammi in lingua e persino in latino (ricordiamo i suoi 'Carmina'), ottenendo lodi nel concorso di poesia latina ad Amsterdam. Al contempo, le cronache letterarie ricordano la sua fittissima rete di collaborazioni. Lei non era affatto un poeta isolato nella sua torre d’avorio. Penso al sodalizio con l’editore Rocco Carabba di Lanciano, a quello musicale con Antonio Di Jorio e Guido Albanese per le storiche Maggiolate di Ortona, e persino a quel palazzo Liberty che fece erigere a Sant’Eusanio, battezzato “Fiorinvalle di Terra d’Oro”, divenuto un cenacolo culturale frequentato da Gennaro Finamore, Gabriele D’Annunzio, Domenico Tinozzi, Luigi Pirandello e tanti altri.»
R: «Che anni meravigliosi... Quella palazzina era il mio orgoglio, un pezzo di bellezza nuova tra le nostre vecchie pietre. E Gabriele... che temperamento! Pensi che nel 1900 tradussi in latino le sei Elegie romane, e più tardi, nel '23, mi cimentai persino nella versione in dialetto abruzzese della sua Figlia di Iorio. Gabriele mi cercava spesso quando aveva bisogno di quell’artigianato paziente che solo noi classicisti possediamo; mi chiedeva distici, pareri... Ma la vera magia accadeva quando la parola incontrava la musica. Quando Albanese o Di Jorio mettevano le note ai miei versi — penso a "Lu piante de le fojje" o a "L’Acquabbelle" — allora la poesia volava davvero tra le bocche della gente, nelle feste dell’uva, lungo le strade. Orazio mi insegnava la misura, la bellezza della forma, ma quando tornavo tra le colline del Sangro, quella stessa misura diventava la geometria dei campi, il ritmo della mietitura o della raccolta delle olive. Senta come squilla l’Abruzzo profondo in questi versi:
"Lu ciel’ è ććhiuse e ććhiuse è la muntagne, / le fòjje ggialle casche a un’ a une, / e ssi còjje la ‘live, e la campagne / tra la nèbbie aresòne di canzune… / Sèmpre šta nèbbie, amore, gna si còjje / la ‘live, e ccasch’ a ll’ arbere le fòjje!"
Ecco la vita che scorre, la natura dei nostri luoghi, il tempo delle attività umane e le canzoni della nostra gente.»
D: «Dicono che il suo incontro con la poesia dialettale sia stato influenzato anche da Luigi Illuminati e da altri intellettuali del tempo, ma lei ha saputo dare una svolta decisiva, quasi musicale e meno bozzettistica rispetto ad altri contemporanei.»
R: «La tentazione di fare del dialetto una macchietta da avanspettacolo o un mero esercizio di folklore c’è sempre stata. Io volevo la poesia. Volevo che il contadino si riconoscesse e che l’accademico ne ammirasse la metrica. Volevo che la nostalgia avesse una voce liquida. Pensi a quella tristezza dolce che prende quando si è lontani dalla propria terra, della quale ricordi anche gli odori:
“Ci šta na jèrve nche nu ‘ddore fine ch’ arrive sin’a ll’aneme luntane”»
D: «A proposito di Terra d’Oro, che è proprio il titolo di una sua celebre raccolta del 1925. C’è un componimento, "Lu cande de Terra d’Ore", i cui versi sembrano dipingere l’Abruzzo geografico e spirituale in un solo colpo d'occhio. Quelli in cui evoca i nostri due giganti di pietra: la Majella e il Gran Sasso, che lei chiama Montecorne. Ce li recita?»
R: «Molto volentieri. È l’inizio del canto. Ascolti la musica delle parole:
"S’è ccuperte de neve la Majelle, / s’è ccuperte de neve Mondecorne, / o Terra d’Ore, e tu come nu giorne / de primavere all’uócchie mié sći' belle.
Nghe le frónne u la neve pe li rame, / sći' belle déndre all’àneme che cchiame: / nghe lu ciele serene u l’ómbre nire, / sći' belle éndre a lu core che ssuspire."
Vede, caro amico, per me l’Abruzzo è sempre rimasto questo: una terra che, anche quando ha i giganti coperti di neve e l’inverno picchia duro, conserva dentro gli occhi di chi la ama la luce intramontabile di un giorno di primavera. Sia con il cielo sereno che con le ombre nere, resta stampata dentro l’anima.»
D: «È un’immagine potente, Don Cesare. Un contrasto che si ritrova anche nelle sue ultime liriche, quelle venate da una sottile e triste riflessione sui tempi che stavano cambiando, sulla modernità che avanzava e sulle ferite della Grande Guerra che aveva visto tanti giovani mandati al fronte. La sua biografia si chiude, per la storia terrena, proprio a Sant’Eusanio del Sangro il 14 febbraio 1933.»
R: «Sì, la guerra... lasciai dei versi incisi su una lapide per quei ragazzi. Quando vedi la giovinezza falciata, capisci che il progresso umano è un cammino fragile. Per questo mi rifugiavo nella natura: gli uomini si combattono, le epoche tramontano, ma la Majella e Montecorne restano lì, immutabili nel loro esistere. La terra non tradisce.»
D: «Ha lasciato un vuoto enorme, ma anche un’eredità che ancora oggi, nelle scuole e nei teatri d’Abruzzo, risuona vivissima. Se dovesse lasciare un testamento spirituale a questa nostra epoca così distratta, così tecnologica?»
R: «Vi direi di non perdere il contatto con la memoria. Potete costruire macchine che pensano, volare oltre le nuvole, ma se dimenticate l’odore della terra bagnata dopo la pioggia e il suono della lingua con cui vostra madre vi cullava, sarete solo dei viandanti senza meta. Custodite la bellezza delle piccole cose. Custodite bene quella luce, la terra d’oro. E non scordatevi delle montagne.»
D: «Grazie, Don Cesare. È stato un onore.»
R: «Grazie a Lei. E ricordatevi di cantare, ogni tanto. Anche solo tra i denti. Viva l’Abruzzo!»
















