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DOCUMENTI "La Contesa della Chiasura"

di PARIDE MARIOTTI

Nell'estate del 1830, quando nelle campagne di Nocciano il tempo pariva scandito più dal suono delle campane che dagli orologi, la Contrada della Chiasura viveva giorni inquieti.

Era una terra di vigne basse, olivi nodosi e sentieri polverosi, stretta tra colline che guardavano verso Pianella e Cepagatti. D'inverno il vento scendeva duro dalla montagna, d'estate il sole spaccava la terra, e i coloni misuravano la propria fortuna nel raccolto del grano e nell'orzo custodito nei granai.

In quelle campagne possedevano terre anche i Padri Barnabiti,amministrate da un uomo rispettato e temuto:Cesidio Gasbarre.

Possidente benestante, conosceva ogni filare e ogni confine della Chiasura. Dicevano che nulla sfuggisse ai suoi registri:né una misura di frumento né un ulivo dato in fitto. Dall'altra parte vi era Marco Napoleone, colono robusto e silenzioso, uno di quegli uomini che vivevano piegati sulla terra dall'alba al tramonto. Da gennaio dell'anno precedente conduceva undici tomoli di terreno tra vigne e uliveti, ma tra lui e Gasbarre qualcosa si era spezzato.

La voce della lite cominciò correre per le campagne come fanno le notizie nei paesi:passando di aia in aia, tra i mercati e le osterie.

Gasbarre sosteneva che il colono non avesse rispettato i patti del fitto. Pretendeva ancora due tomoli di grano e uno d'orzo, residuo del canone agricolo. Napoleone invece giurava che il contratto parlasse chiaro:dodici tomoli di grano all'anno, e nulla di più.

Così la questione arrivò davanti al Regio Giudicato di Catignano.

L'11 agosto 1830 il giudice Luigi Polacchi emano' l'ordine:Marco Napoleone avrebbe dovuto lasciare il fondo.

L'usciere Francesco De Donatiis percorse Le strade bianche della Contrada per notificare l'atto, convocando le parti due giorni dopo all'ora tredicesima.

Quel giorno, nella piccola aula del tribunale, entrarono uomini che portavano ancora addosso l'odore della terra e delle stalle.

Il primo a parlare fu Domenico Di Virgilio, contadino di 45 anni. Dopo il giuramento raccontò di aver trasportato, tempo addietro, dell'orzo dal fondaco di Gasbarre fino alla casa di Napoleone. Ma quando il giudice gli chiese quanto orzo fosse, l'uomo esito'.

"Una salma e mezzo.. forse," mormorò, senza certezza.

Poi comparve Don Luigi Iannucci, figlio del fu Matteo. Disse di aver udito una discussione tra i due nella Cancelleria comunale. Gasbarre reclamava 14 tomoli di grano, Napoleone insisteva che ne fossero 12. Ma nemmeno lui aveva assistito alla conclusione dell'accordo.

Le prove apparivano fragili, e così richiamandosi alla legge del Regno, il tribunale stabili' che non bastavano per dare piena ragione al proprietario.

Il canone venne dunque fissato in 12 tomoli di grano annui. Le pretese sull'orzo furono respite, considerate fondate soltanto su mezze prove e parole incerte.

Pareva finita lì.

E invece, nelle campagne della Chiasura, l'orgoglio valeva quasi quanto la terra.

Il 23 settembre dello stesso anno Marco Napoleone decise di appellarsi al Tribunale di Teramo. L'atto venne notificato dall'usciere Vincenzo Ghirardelli:Gasbarre avrebbe dovuto comparire entro otto giorni, pena la contumacia. A difendere il colono fu chiamato il patrocinatore Don Giambattista Mezuccelli.

Ancora una volta tornarono al centro della disputa quei sacchi di grano e quelle misure d'orzo che, potevano sembrare poca cosa, ma nelle campagne abruzzesi dell'Ottocento valevano il pane di un anno, la sopravvivenza di una famiglia.

E così la contesa della Chiasura rimase nella memoria locale come una delle tante piccole guerre contadine combattute non con Le armi, ma con contratti, testimonianze e antiche misure di raccolto, sotto il cielo severo dell'Abruzzo borbonico.

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