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LA CHIESA DI S. ANTONIO DI PADOVA A LAROMA DI CASOLI (CH)

ANTONIO MEZZANOTTE.

Dice e racconta Za' Maria, arzilla oriunda di Laroma sul cui volto potete leggere la storia meglio che in una cronaca monastica e che recita tutti i giorni le orazioni di santa Brigida per assicurarsi una buona morte, che quel colle ha visto passare di tutto: pastori, antichi soldati romani, militari tedeschi e pure qualche santo.

Siamo a Laroma, una frazione storica di Casoli (CH), proprio lungo quel tratto della Statale 81 Piceno Aprutina che collega il paese a Guardiagrele. Qui la chiesa di Sant’Antonio di Padova non è solo un edificio, ma una vera e propria sentinella: sorge ai margini della strada e si affaccia come su una balconata naturale che domina la valle del torrente Laio, offrendo uno sguardo che spazia sul verde selvaggio dell'Abruzzo teatino.

Dopo i restauri, la chiesa si presenta con una facciata a capanna con pietra a vista, pulita e rigorosa. Il portale, semplice e lineare, è sormontato da un piccolo oculo centrale. Il contrasto tra la pietra locale e l'intonaco chiaro del timpano la rende un punto di luce tra l'asfalto della SS81 e il blu del cielo.

Ai lati due finestrelle basse a uso dei pellegrini, sormontate ciascuna da una iscrizione lapidea contenente i nomi degli offerenti. Un campanile in cemento armato, moderno e avveniristico, accompagna la chiesetta verso la piazza.

Varcata la soglia, l'atmosfera cambia. L'interno è a navata unica, raccolto e luminoso, dove la semplicità architettonica invita al raccoglimento. Gli sguardi cadono inevitabilmente sulla statua di Sant’Antonio, cuore della devozione locale, che troneggia in un ambiente dai toni chiari, con un altare essenziale che profuma ancora di cera e di comunità. Ai lati le nicchie con i simulacri della Madonna Addolorata e di Santa Lucia.

Un tempo questa chiesetta (che in buona sostanza riassume la spiritualità della contrada come ultima epigone delle sette chiese qui registrate nelle Rationes decimarum del 1324-1325) era il fulcro di una vita contadina dura, fatta di preghiere in dialetto e di fede scolpita nei cuori. Oggi è un luogo ordinato che sembra fare la guardia alla valle sottostante, dove il rumore del torrente Laio accompagna il silenzio.

Ma la vera magia accade quando si decide di avventurarsi nei dintorni. Mi sono ritrovato a girovagare tra i resti dell'antica Cluviae, l'insediamento dei fieri Sanniti Carricini, poi diventato municipio romano, collocata sul pianoro in alto sul colle, tra le valli del Laio e dell'Avello.

Non aspettatevi i marmi dei fori imperiali: qui la storia va conquistata alla vecchia maniera. Bisogna districarsi tra fratte di gaggiaspina, vecchi ruderi di case coloniche che sembrano sorreggere il cielo e pietre millenarie che affiorano dal terreno. È un’archeologia selvatica e autentica, per chi ama sentirsi un po' esploratore senza grandi pretese, ma con la consapevolezza di muoversi sui secoli.

Dopo aver lottato con i rovi e aver allenato gli occhi a trovare rovine romane in opus reticulatum, la salvezza ha un nome: la fontanella presso la chiesa, giù in basso. Non c’è niente di più rigenerante di quell'acqua fresca che ti rimette al mondo mentre ti godi la vista sulla valle del Laio, prima di riavviarti sulla strada verso Guardiagrele.

Alla fine, ciò che resta è una sensazione di sospensione: Laroma è uno di quei luoghi in cui il tempo non corre, ma respira.

La chiesa veglia sulla valle come un’antica custode e chi passa di qui porta via un frammento di silenzio, un odore di pietra e di vento, un ricordo che non chiede nulla se non di essere custodito.

E poi c’è un ultimo dettaglio da non trascurare: le totere. Quelle di Za’ Maria sono tra le più gustose delle terre casolane, perché alla ricetta tradizionale - farcita con crema freschissima - aggiungono un ingrediente speciale: l’accoglienza. E, come ricordava Goethe, non è cosa da poco.

CASOLI

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