
di ANTONIO MEZZANOTTE.
Per le "Interviste impossibili di Mezzanotte", oggi è con noi lo scrittore Giuseppe Mezzanotte (Chieti, 1855 - 1935).
D: Don Peppino i miei ossequi! È un piacere poterle parlare, anche se solo in una intervista immaginaria.
R: Immaginaria, sì, ma più concreta di certi premi di lettere che si dispensano oggidì con leggerezza. E poi, parlar con un Mezzanotte è come ritrovarsi in famiglia: un conforto dell’anima.
D: Lei è nato a Chieti nel 1855, in una famiglia borghese. Che ricordi ha della sua città?
R: Chieti, signore mio, era un teatro silenzioso, ma vigile. Ogni balcone pareva un pulpito da cui si predicava senza parole, ogni vicolo un confessionale ove si sussurravano verità e menzogne. Fu là che appresi a leggere i silenzi e a decifrare le pause. Frequentai il Real Liceo, conobbi giovani spiriti ardenti: Michetti, Barbella… furono essi a tentarmi con la pittura, ma io mi arrestai alle caricature. La penna, più che il pennello, mi chiamava. E poi, conobbi il De Virgillis, di cui sposai la figlia Flora… ma questa è faccenda del cuore e il cuore, si sa, non ama le cronache.
D: Dopo Chieti, si trasferì a Napoli per studiare giurisprudenza.
R: Ah, Napoli! Vi giunsi con l’intento di apprendere le leggi degli uomini e ne uscii con la conoscenza delle leggi dell’animo. Le aule dell’università mi parvero troppo anguste per contenere la vita che ribolliva nei vicoli. Là appresi la tragedia e la farsa, l’amore e la fame. Napoli, signore, è città che ti ruba l’anima e poi te la rende, arricchita d’echi e di canti.
D: Frequentava ambienti letterari importanti, vero?
R: Certamente. Vi erano Scarfoglio, la Serao, Di Giacomo… penne che scrivevano con l’inchiostro e... col sangue. Io mi destreggiavo tra articoli politici e cronache letterarie. “La setta degli spettri” nacque proprio in quel fervore, tra un caffè amaro e una notizia di nera. E poi le novelle, raccolte in “Meridiano Meridiana Meridiani”, che furono specchio di un Sud che rideva e piangeva insieme.
D: Eppure, nonostante il suo talento, oggi è poco ricordato.
R: Perché non fui mai uomo di scuola, né di conventicole. Ero un solista e i solisti, si sa, fanno rumore solo quando suonano. Ma, di tanto in tanto, un’anima gentile come la vostra mi riscopre, e allora torno a vivere, tra le righe.
D: Nei suoi racconti, i personaggi sembrano usciti da una commedia popolare…
R: Perché erano veri, signore. Io non inventavo: trascrivevo. L’Abruzzo e Napoli son terre dove la realtà sorpassa la fantasia. Il barbiere sapeva più del parroco, la sarta cuciva abiti e pettegolezzi con la medesima maestria. “L’inclita Plautilla”, la fanciulla romantica che si ribella all’uccisione del porco domestico, o le mie disavventure d’avvocato a Corato, quando venni scambiato per un ladro di cani… tutto ciò accadde... o avrebbe potuto accadere.
D: Le sue novelle sono spesso allegre, ma con un fondo di malinconia.
R: E come potrebbe essere altrimenti? L’Italia è terra di contrasti: si ride al funerale e si piange alle nozze. Io cercai di raccontare quella verità che non fa clamore, ma resta nel cuore.
D: “La tragedia di Senarica” è la sua opera più nota…
R: Sempre scrissi del presente, anche quando pareva che narrassi il passato. Senarica – che in verità è Chieti – era popolata da uomini doppi: cinici e saggi, perversi e onesti. L’animo umano è un libro fitto di glosse e io mi dilettavo a sfogliarlo.
D: E “Checchina Vetromile”?
R: È la storia d’un pover’uomo, smarrito fra due donne d’animo opposto. Una, tenera e sensibile, muore; l’altra, Checchina, lo scaccia con disprezzo. Le mie donne son così: forti, ironiche, stanche, ma mai vinte. Napoli, del resto, è un teatro a cielo aperto, dove anche la miseria sa esser scenografica.
D: All’apice della notorietà, lei è dovuto tornare a Chieti…
R: Pensavo fosse una sosta, fu invece un ritorno definitivo. Le necessità della famiglia ebbero il sopravvento. Rimasi nella provincia che avevo tanto canzonato e che ora mi stringeva come un panciotto troppo stretto. Insegnai nella Scuola Tecnica Chiarini, che poi diressi, feci conoscenza di D'Annunzio, Tosti, ritrovai gli amici della gioventù come Michetti e Barbella, ma ormai sentivo che lo spirito dell'arte si stava inaridendo.
D: E se potesse tornare oggi?
R: Mi siederei in piazza, su una panca, ad ascoltar le chiacchiere del popolo. Le storie non mancano, sapete? Solo che nessuno più le raccoglie. Troppa fretta, troppi selfie - come dite voi moderni - poca osservazione.
D: Un consiglio agli scrittori di oggi?
R: Scrivete come se doveste narrare tutto a vostra nonna: con rispetto, ma senza infingimenti. E rammentate: la verità non ha bisogno di fuochi d’artificio. Basta saperla dire.
















