
di Antonio Mezzanotte
Per le "Interviste impossibili di Mezzanotte", oggi incontriamo Giuseppe Dell'Orefice, compositore e maestro di musica, direttore d'orchestra al Teatro San Carlo di Napoli, nato a Fara Filiorum Petri (CH) il 21 agosto 1848.
D: Maestro, la vedo un po' pensieroso. Forse sta ripassando mentalmente la partitura dell' Egmont? O sta pensando a quanto è cambiata la sua Fara Filiorum Petri?
R: (Si scuote, aggiustandosi il plastron) Oh, mi perdoni. Mi ero perso nel ricordo di un’ovazione al San Carlo. Sa, il silenzio che precede l’inizio di un’opera è la musica più rumorosa che esista. Quanto a Fara... quel paesello è la mia ninna nanna. Porto ancora nelle orecchie il suono delle campane e l’odore della legna bruciata. Ma a Napoli, caro lei, a Napoli c’era il fuoco vero, quello dell'arte!
D: Lei arrivò a Napoli giovanissimo. Come fu l'impatto per un ragazzo della provincia abruzzese con il Conservatorio di San Pietro a Majella? Erano anni di giganti, c'era ancora l'ombra di Mercadante.
R: Fu come essere gettati in un mare in tempesta senza saper nuotare. Io ero un provinciale, è vero, ma avevo fame. Studiai con spiriti eccelsi, imparando che la melodia non deve solo essere bella, deve graffiare l'anima. Saverio Mercadante era un monumento, sì, ma noi giovani volevamo far sentire la nostra voce. Io non volevo solo suonare il pianoforte nei salotti della nobiltà, volevo che le mie note volassero sopra i palchi reali.
D: E ci riuscì con un'ascesa fulminea. Dal successo di Romilda de' Bardi alla direzione d'orchestra del massimo teatro napoletano. Qual è il segreto per domare un'orchestra come quella del San Carlo a meno di trent'anni?
R: (Ride, con un lampo negli occhi) Carisma e un pizzico di incoscienza! Dirigere è un atto d’amore e di guerra. Bisogna essere tutt'uno con i musicisti, ma restare il loro generale. Ricordo le serate tra il 1877 e il 1882: la responsabilità di dare il tempo ai più grandi cantanti dell'epoca... è una vertigine che non ti abbandona più. Ma la composizione restava il mio primo amore. Scrivere l'Egmont fu una sfida: confrontarsi con un soggetto così forte, così... beethoveniano, se mi passa il termine.
D: Eppure, Maestro, la critica a volte sa essere spietata. Qualcuno diceva che la sua musica era troppo "sentimentale", quasi un presagio della sua sensibilità fragile.
R: (Il sorriso si spegne un po') La sensibilità è la condanna dell'artista. Senza di essa non scrivi Terra fatal. È vero, ho amato le forme brevi, i pezzi per pianoforte, le romanze da salotto. Sono frammenti di cuore. Ma la fragilità... ah, quella arrivò dopo. Quando la musica non bastò più a coprire il rumore del dolore.
D: Si riferisce alla perdita di sua moglie. Da quel momento, il "canto interrotto" di cui parla la sua biografa Elsa Flacco divenne un silenzio assordante.
R: (Sospira profondamente) La morte di mia moglie fu il finale d'atto che non avevo scritto. Il buio calò prima del tempo. Mi ritrovai smarrito, la bacchetta pesava troppo, i tasti del piano sembravano di ghiaccio. Finire i propri giorni ad appena quarant'anni dentro San Francesco di Sales (il manicomio provinciale di Napoli - ndr), lontano dal podio, è stato il mio contrappasso. Ma sa cosa mi dà pace oggi? Sapere che la mia Fara mi ha ritrovato, che il mio nome non è solo una lapide, ma un festival, un libro, un ricordo vivo.
D: A proposito di ricordi vivi, Maestro, lei è stato un uomo di mondo, ha vissuto la gloria e la caduta. Se oggi dovesse scegliere un solo momento della sua carriera da rivivere, quale sarebbe?
R: La prima sera della Romilda al Mercadante. Il calore di Napoli che mi adottava. In quel momento non ero solo un giovane abruzzese che cercava di affermarsi, ero un compositore che aveva parlato al cuore di una città intera.
D: Maestro, un'ultima domanda: c''è un'immagine, un sapore o un suono del nostro Abruzzo che portava con sé nei camerini lussuosi del San Carlo per farsi coraggio?
R: Senza dubbio il suono del vento tra i vicoli di Fara Filiorum Petri durante la preparazione delle Farchie. Quel misto di attesa, di festa sacra e di fuoco che divampa verso il cielo. Quando dovevo dirigere un passaggio particolarmente impetuoso, pensavo a quelle fiamme giganti che illuminano la notte di Sant'Antonio. Dirò una cosa che forse ai napoletani non piacerà: il Vesuvio è maestoso, ma la Majella... la Majella è una mamma che ti guarda sempre le spalle, anche quando sei a dirigere nel teatro più bello del mondo. L'Abruzzo è la mia partitura fondamentale, quella su cui ho scritto tutte le altre.
D: Grazie, Maestro!
(L'immagine di Giuseppe Dell'Orefice che accompagna questo post è tratta da Wikipedia, con rinuncia al copyright. Per saperne di più sul grande compositore farese, suggerisco il bel volume di Elsa Flacco, "Giuseppe Dell'Orefice. Un canto interrotto sulla scena napoletana dell'Ottocento", LIM, 2019)















