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APPUNTI DI VIAGGIO: SAN BENEDETTO IN PERILLIS (AQ)

di Antonio MEZZANOTTE -

Quando iniziai a recarmi a L'Aquila per le udienze al TAR o in Corte d'Appello e per gli adempimenti di cancelleria (all'epoca non esisteva il processo telematico e le trattazioni scritte erano pura fantasia), avevo preso l'abitudine, al ritorno e se avanzava tempo, di andare alla scoperta di paesetti, chiese e torri abbarbicate sui costoni montuosi del Tirino o dell'Aterno, senza curarmi di postare foto sui social (inesistenti) per dire quanto è bello l'Abruzzo, ma con la curiosità di scoprire dal vivo luoghi inesplorati, per poi attingere notizie sulla loro storia: ho sempre ritenuto, infatti, che un documento si comprende meglio se si conosce il luogo di cui esso tratta.

Durante una di queste scorribande "stragiudiziali" decisi di scendere lungo la valle dell'Aterno e di risalire da Acciano verso San Benedetto in Perillis, luogo mai visitato e dal nome curioso. La strada è di quelle impegnative, ma a ogni curva rivela panorami strepitosi, fatta in un verso o nell'altro.

Beh, se v'è un luogo del quale sono rimasto affascinato è proprio questo grumo di case appollaiato su un colle, tanto che, quando posso, oggi purtroppo meno di ieri, ci torno volentieri.

Il toponimo stesso ne rivela le origini: il riferimento al Santo allude alla presenza di un monastero, mentre il complemento di luogo rinvia al colle Perello, sul quale si aggrappa il paese, un toponimo dalla non univoca interpretazione ("pieno di pericoli", "difficile da raggiungere", "palude" nel senso di stare sopra alla stessa, con riferimento alla sottostante conca peligna, ancora "pero selvatico", quindi un fitonimo).

Le prime notizie su Perello ce le offre il Chronicon Vulturnense, riportando il testo di un breve, ossia di un provvedimento assunto da un collegio di tre funzionari regi nell'anno 787 per risolvere una disputa insorta tra il monastero di San Vincenzo al Volturno e gli abitanti della diocesi di Valva su certe appropriazioni indebite fatte da tale Tasone, forse un gastaldo, nel quale si elencano i nominativi dei 28 capifamiglia che possedevano beni (ovvero che abitavano) sul Perello: Airolo, Sindulfo, Rimulfo, Asciso, Teudoalduo, Vualtaro, Cuncio, Erfemaro, Gracioso, Autari, Alari, Urso, Floro, Audero,Teudiculo, Guodolo, Floriano, Flura, Baruncio, Massulo, Anicauso, Franculo, Merulo, Nigelluo, Fulculo, Teudolo, il figlio di Audone, Rimulfo (libro I, pag. 209).

La chiesa parrocchiale di San Benedetto Abate domina il cuore del paese con la sua imponenza romanica arricchita da aggiunte successive. La facciata a salienti è davvero unica in Abruzzo, caratterizzata da un elegante loggiato con quattro archi a finestre cieche.

L'interno custodisce tracce di affreschi del 1200, nei quali è ancora vivo il richiamo allo stile bizantino. Le origini del sacro edificio affondano nell'VIII secolo, quando esso fungeva da chiesa abbaziale di un importante monastero benedettino attratto nell'influenza di San Vincenzo al Volturno, come gran parte dell'adiacente Valle Tritana, e nel corso dei secoli ha subito diversi restauri che ne hanno preservato la bellezza. Un torrione addossato alla parete meridionale testimonia l'origine fortificata del luogo e del complesso architettonico, sul modello di analoghe strutture, come ad esempio quella che fiancheggia la chiesa abbaziale di San Bartolomeo a Carpineto della Nora.

Antiche sculture ornano le pareti esterne, qua e là scorgiamo una testa di leone (simbolo di Cristo), un bigatto (animale infido, simbolo del diavolo, ovvero della contrapposizione tra il Bene e il Male, che in genere viene associato a una presenza templare), alcune effigi di epoca romana, a testimoniare i rifacimenti dell'edificio e l'utilizzo cultuale del luogo fin da epoche più risalenti.

Poco distante, nella piazza ai piedi del colle, troviamo la chiesa di San Sebastiano, in stile romanico con influenze gotiche, che mi ricorda molto (va a sapere perché) la chiesetta di San Rocco a San Valentino in Abruzzo Citeriore (entrambi protettori dalla peste). La facciata è sobria, con portale architravato sormontato da lunetta e da un semplice oculo; due finestrelle basse e di differenti misure assecondano il declivio sul quale poggia la chiesa.

Passeggiando tra le vie del paesello, è all'evidenza l'imponente palazzo baronale. L'accesso principale avviene attraverso un arco ogivale nell'impianto murario. Lateralmente, un torrione di guardia a scarpa, oggi trasformato in abitazione, mi richiama lo stile architettonico della parte più antica del Castello di Nocciano.

Ma San Benedetto in Perillis ha anche un lato nascosto, che si cela sotto le sue antiche case: un intricato labirinto di grotte scavate direttamente nella roccia sottostante le abitazioni. Questi ambienti ipogei un tempo erano utilizzati come cantine, rifugi, spazi di vita domestica ovvero per uso collettivo e sociale, in luogo delle piazze (notevole per ampiezza la cosiddetta Grotta del Parlamento), ma anche come vie di comunicazione. Esplorando questi anditi scavati dalla mano dell'uomo, si può quasi sentire l'eco delle vite passate e immaginare le storie di fatica e umiltà che queste mura silenziose custodiscono, traccia delle quali sono date anche dalle caratteristiche serrature in legno e negli oggetti conservati nel piccolo museo civico.

E poi, i panorami... Ah, i panorami! Da quassù, lo sguardo spazia libero sulla Valle Peligna, su un mosaico di campi coltivati, boschi rigogliosi e montagne maestose, da Monte Rotondo fino alle vette immacolate della Majella. Un po' più su, verso la Forcella di Acciano, è il Sirente e la valle dell'Aterno a strabiliare.

Insomma, San Benedetto in Perillis è un piccolo scrigno di sorprese, dove la storia e l'arte si mescolano alla bellezza della natura e dove l'ospitalità degli abitanti, superato un primo attimo di comprensibile diffidenza, è calorosa ed empatica.

Visitando da sempre questi paesi della restanza, ammirando coloro che tenacemente e coraggiosamente hanno deciso di costruire le loro vite sull'eredità degli antenati, non posso fare a meno di riflettere su quanto sia sostanzialmente da rivedere il modo di vivere della società contemporanea che favorisce la crescita quasi esclusivamente delle grandi aree metropolitane, le quali illudono di dare tutto in termini di servizi e di merci, ma che, probabilmente, ci privano anche di un senso di serenità, di un approccio razionale con la natura, se vogliamo di umanità e, in ultimo, di comunità che ancora fiorisce nei piccoli centri e dai quali potrebbe ripartire una diversa prospettiva di progettare e gestire il territorio e i suoi bisogni (ad es. per la cura delle strade, la sanità, la scuola, il sociale), tanto attesa durante la recente pandemia, ma troppo presto messa da parte.

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