
ANTONIO MEZZANOTTE.
Primo Di Attilio è stato mio impareggiabile docente di Dottrina dello Stato all’università. Aveva una carica di umanità che ne faceva l’idolo di noi studenti, unita a un profondo sapere che spaziava dal diritto alla storia, all’antropologia. Le sue lezioni erano irripetibili. Fu grazie a lui che ho scoperto tanti profili del Risorgimento abruzzese e, in particolare, quel personaggio ancora per tanti aspetti inedito che è stato Silvio Spaventa. Mentre trattava le costituzioni federiciane di Melfi, tra rimandi, collegamenti e digressioni arrivò a parlare del culto di san Donato a Celenza sul Trigno (CH).
Si dice e si racconta che intorno al 1880, in piena estate durante la mietitura, divampò un furioso incendio nei pressi del paese, in località San Rocco. Il popolo, spaventato dal pericolo, corse al santuario, prese il busto di San Donato e, in processione, si recò in contrada San Rocco. Man mano che san Donato avanzava, le fiamme si ritiravano e il paese e il raccolto furono salvi. Da quel giorno, il volto della statua divenne scuro, probabilmente per il fumo dell’incendio, e, seppur vennero chiamati vari pittori per ridare colore al legno, questo continuò a tornare nero.
Furono i monaci di San Vincenzo al Volturno intorno all’anno 700 a edificare una prima chiesetta rurale, fuori paese, e la devozione al Santo vescovo aretino parrebbe essere stata diffusa direttamente da fare longobarde provenienti dalla Tuscia.
Com’è e come non è, nel Cinquecento i Caracciolo di Santobono favorirono l’edificazione del vasto convento dei Minori Francescani che ancora oggi affianca la chiesa, quest’ultima ampliata e ristrutturata nel corso del Settecento.
Perché si ricorre a San Donato? Per pesare i propri mali e impetrarne la guarigione con donativi al Santo, per la protezione dei bambini, per la prevenzione e la cura dell’epilessia (detta mal di luna, ovvero “lu male de Sande Dunate”, per il racconto agiografico del martirio tramite decapitazione).
A Celenza sul Trigno, paese posto su uno dei contrafforti dei Monti dei Frentani, si può ancora vedere la bilancia della pesa, oppure, tra i tanti ex voto, un bambino di cera. Si dice e si racconta che una donna non riusciva ad avere figli e per tale motivo venne in pellegrinaggio a Celenza chiedendo la grazia a San Donato. L’anno successivo tornò al santuario con il bambino di cera, come ringraziamento per il miracolo ricevuto. Vi è anche una versione più triste: il bambino morì, ma la donna chiese al Santo di aiutarla a sopportare l’immenso dolore e ogni anno si recava al Santuario per cambiare le fasce al bambino.
Sono stato varie volte nell’ex Convento, ora una RSA, per far visita a una persona cara e ho raccolto tante storie sulla speciale devozione verso il Santo, il cui Santuario qui a Celenza è stato punto di irradiazione del culto per tutto l’Alto Vastese e il vicino Molise.
Emiliano Giancristofaro, appassionato studioso delle nostre tradizioni e attivista civile, mi scrisse che San Donato pesa le nostre paure più profonde e ci mette alla prova, ma spetta a noi trovare le forze per vincerle e progredire. Caro Prof! La foto che accompagna questo post è tratta dalla sigla delle “Storie del silenzio”, la serie televisiva ideata dal prof. Giancristofaro sulle tradizioni popolari abruzzesi, e rappresenta il busto di San Donato durante la processione del 7 agosto a Celenza sul Trigno tanti anni fa.
Auguri a chi oggi ne festeggia il nome.
















