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LA CHIESA DEI SANTI GIOVANNI E VINCENZO A TURRIVALIGNANI

ANTONIO MEZZANOTTE.

Nelle campagne di Turrivalignani (PE) ci imbattiamo in questa bella chiesa dedicata ai santi Giovanni (Battista) e Vincenzo (martire, quello di Saragozza). Oggi assurge al ruolo di chiesa cimiteriale per l’adiacenza del camposanto, ma in realtà l’edificio è molto più risalente ed è l’unico elemento residuale di un complesso monastico.

Lo stile architettonico rimanda all’arte romanica, pertanto al 1100 o giù di lì, ma l'intitolazione a San Vincenzo, che è più antica, a me evoca, per vari motivi, una connessione con la più nota abbazia di San Vincenzo al Volturno, che in età altomedievale era a capo di estesi possedimenti qui in Abruzzo (ma, come direbbe il commissario Montalbano, questa è soltanto una "filama", un sottile pensiero al vento, che, tempo e modi permettendo, mi piacerebbe approfondire). In ogni caso, la località detta Turri è già citata in una donazione della seconda metà del VIII sec. in favore di Montecassino e lì nella zona del cimitero nella metà del X sec. vi era l'abitato curtense di Solcano in possesso di Casauria, ma erano tempi nei quali i possedimenti monastici spesso si incastravano a macchia di leopardo.

La dedicatio a San Giovanni è frutto della ristrutturazione successiva, in un momento di espansione della prosperità del cenobio, come sembrano suggerire alcuni modelli architettonici delle murature, e quindi possiamo affermare che ci troviamo di fronte a una chiesa inferiore, che ora funge da cripta, dedicata a san Vincenzo e una superiore al Battista.

Del resto, le statue dei due santi sono collocate ciascuna nella propria porzione di chiesa, ma è quella di san Vincenzo (che regge con una mano il Vangelo, nell’altra i resti della palma del martirio) ad attirare l’attenzione, per via di un antico rituale che consisteva nell’asportare con una lama (ovvero con un coltellino, un cucchiaio o un ferro) un po’ della polvere di gesso del simulacro (si grattava), giacché la credenza popolare era quella di utilizzare il materiale sacro per la cura della febbre alta. Io non ho mai partecipato a questo rito, anche perché la chiesa viene aperta in genere la Domenica in Albis (la prima dopo Pasqua), ma fu l'anziana madre di un mio assistito del luogo a parlarmene, così come mi narrò dei fuochi sacri che venivano accesi nello spiazzo collocato all’esterno della chiesa alla vigilia del san Giovanni, la sera del 23 giugno.

A mio avviso, nella devozione popolare attraverso i secoli si sono venute a sovrapporre alle virtù taumaturgiche del santo originario (vissuto al tempo delle persecuzioni romane) quelle del più recente Vincenzo Ferrer (domenicano, che invece è del 1400), in quanto secondo la credenza popolare il san Vincenzo di Turrivalignani è santo miracoloso che cura ogni male, previene la siccità e protegge i muratori, proprio come si diceva del frate domenicano (e come accadde nel 1950 a un uomo di contrada Cugnoli, uscito illeso da una brutta caduta sul cantiere di un edificio in costruzione invocando san Vincenzo).

La chiesa ha un indubbio fascino, sia per la collocazione, sia per il mistero che ancora la avvolge (almeno fino a quando non ne verrà ricostruita la storia attraverso fonti documentarie), sia per la decorazione ad archetti separati da una T che corre lungo la cornice del sottotetto (la stessa T che ritroviamo come motivo decorativo anche all’interno e che frettolosamente taluni vogliono far alludere ad una improbabile presenza templare; altri, invece, la associano alle iniziali del toponimo Turrivalignani), sia per le feritoie della cripta, sulle quali sono ancora visibili (ma bisogna saper veder bene) i segni dei pellegrini medievali (disegni a forma di sandalo, stelle a cinque punte, piccole croci), sia, sostanzialmente, per l’impianto basilicale e l’ordito delle murature e dell’abside (la monofora centrale dell’abside è davvero interessante), che ritroviamo con ben altre dimensioni nella chiesa di San Liberatore a Majella, ovvero a San Pietro ad oratorium, nella valle del Tirino, rimodellata grosso modo nello stesso periodo, con la scultura del san Vincenzo diacono e martire sul portale a ricordare lo storico legame con la grande abbazia molisana.

La chiesa dei santi Giovanni e Vincenzo a Turrivalignani: ancora un luogo dello spirito alle falde della Majella Madre.

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