76 anni orsono 25 aprile 1945: “Cepagatti città aperta"

Mario Nardicchia

25 aprile 1945: "Cepagatti città aperta" La cadenza bellica nel Vecchio Continente, per la prima metà del '900 -'Il secolo breve' secondo il famoso saggio dello storico inglese Eric J. Obsbawm- fu impressionante: scoppio della Grande Guerra nel luglio 1914, terminata a novembre del 1918, combattuta contro l'Impero Austro-Ungarico; inizio della Seconda Guerra Mondiale, appena due decenni più tardi - nel settembre 1939 - finita nel 1945, combattuta contro le mire imperialiste della Germania del führer Adolf Hitler. In entrambi i conflitti ci fu la partecipazione, come ovvio, di giovani e coraggiosi soldati nativi di Cepagatti, molti dei quali caddero sotto il fuoco nemico ed i cui nomi sono fusi nel bronzo del monumento dell'artista d'origine fiorentina Loreno Sguanci posto in piazza, dinanzi la quadrata Torre Alex, grazie alla scelta di una Commissione di esperti presieduta dalla compianta prof.ssa Mira Cancelli, autrice negli anni '80 e con la collaborazione degli alunni della locale Scuola Media Statale "G. d'Annunzio" facente parte del S.E.A. UNESCO, quindi versatili, la pittrice e gli allievi, nel campo dell'arte quale Patrimonio Mondiale dell'Umanità, dei "murales" che raccontano per immagini la Storia della Città: alla cerimonia d'inaugurazione del monumento ai caduti delle due guerre -è bene ricordarlo- parteciparono anche gli alunni delle terze classi della locale Scuola Media per sottolineare l'impegno a "non dimenticare" il passato triste e buio affinchè non abbia più a ripetersi in futuro. In questo 2021, dunque,- pur essendo alle prese con la feroce pandemia del coronavirus- ricordiamo due anniversari legati -purtroppo- a conflitti bellici: la fine del centenario dell'impresa di Fiume -iniziata nel settembre 1919 e terminata a Natale del 1920- compiuta da Gabriele d'Annunzio; il 76° anno dalla 'liberazione' dell'Italia e di molta parte dell'Europa dall'oppressione del nazi-fascismo. La seconda ricorrenza, più vicina a noi ed a molti concittadini testimoni del tempo, fa risalire lo status di 'Cepagatti città aperta' dieci mesi prima, ovvero alla domenica 11 giugno del 1944, ad opera di militari alleati, in particolare truppe di Soldati Indiani Sikh con turbante e divisa color kaki coadiuvati da paracadutisti della 'Nembo' i quali, risalendo la penisola dopo lo sbarco in Sicilia, avevano il compito di ricacciare verso nord gli invasori appartenenti alla Wermacht. Il Comando delle Truppe Tedesche occupanti agli ordini del tenente Schütte era acquartierato nei locali del Castello Valignani (oggi proprietà Marcantonio) che fungeva da fureria, ove venivano pure scaricate ed ammassate derrate alimentari per il rancio dei militi che attiravano l'attenzione dei ragazzi del centro storico i quali, a loro modo, esercitarono una singolare forma di 'resistenza' sottraendo furtivamente -con grande rischio ma inconsciamente e per necessità- salumi affumicati e scatolette di aringhe da nascondere sotto le raspose maglie di lana di pecora fatte dalle mamme, per poi consumare il tutto all'interno della famiglia che pativa gli stenti. La Chiesa Parrocchiale di Santa Lucia e di San Rocco era adibita a rimessa di cavalli frisoni dalla stazza imponente per usi militari; le due campane fuse dalla storica Ditta Marinelli di Agnone con bronzo ed alcuni monili d'oro offerti dai fedeli -l'una dedicata a Santa Lucia, l'altra a San Donato- che in tempo di pace suonavano a distesa all'oscillare della fune al comando di 'Zì Mingenze' il sacrista, furono fatte discendere dal campanile durante l'occupazione tedesca e portate a Chieti Scalo, nei capannoni della Fonderia dei Fratelli Calvi, per essere trasformate in macchine ed ordigni da guerra. Quella domenica 11 giugno 1944, alla notizia dell'arrivo dei soldati alleati liberatori che si facevano largo rimuovendo dalla sede stradale i tronchi di pino abbattuti dai Tedeschi a protezione della ritirata, tutta la popolazione di Cepagatti si portò ad accoglierli all'ingresso del paese, dinanzi la Chiesa del Purgatorio, con grida festanti, applausi, mazzi di fiori... Erano presenti anche due preadolescenti: Carletto Colavincenzo (detto 'giubbone') della famiglia de 'lu merrechàne' e Nino d'Ovidio (detto 'picciunèlle') della famiglia de 'lu purteàlle'; a loro due -oggi scomparsi- si deve il rischioso ma inconscio sminamento delle bombe sotterrate dagli occupanti dinanzi le case all'ingresso del paese e della Chiesa detta del Purgatorio, tramite la sottrazione delle spolette che ai giovinetti parean giocattoli: l'intenzione dei Tedeschi era evidentemente di rendere ancor più sicura -come si è appena detto- la loro ritirata. Carletto era l'esecutore dell'operazione, 'picciunello' era -come teneva a rimarcare il 'capaddòzzele'- il suo segretario, il 'watchman'. Da giovinetti, finito il conflitto, i due -come tanti altri- hanno preso la via dell'emigrazione: Carletto è finito in Canada, a Montreal, quartiere Ville Emard, ove è rimasto con la famiglia che di là s'è creata sposando un'oriunda paesana; Nino raggiunse il Belgio, prima in miniera, poi operaio alla Ford. Ma ci fu un episodio inaspettato quella domenica di liberazione: alcuni partigiani ligi alle loro idee politiche ed al proprio pensiero basato sul principio della coerenza che deve albergare in ogni essere umano, fecero per strappare i mazzi di fiori in omaggio ai liberatori dalle mani di chi fino al giorno innanzi era dalla parte degli occupanti. L'episodio fu interpretato dagli Indiani Sikh come un rigurgito contro gli alleati liberatori; questi piazzarono in un attimo le mitragliatrici, pronti a far fuoco. Gli uomini, inseguiti dai nostalgici del 'regime', furono costretti alla fuga rintanandosi in una casa sulla piazza e poi, calatisi da un balcone posteriore, fecero in tempo a dileguarsi per le campagne. La calorosa accoglienza riprese, i soldati indiani s'inoltrarono nel centro storico, poi proseguirono per la statale 81 alla volta di Penne ad inseguire i militi della Wermacht. Le campane della Chiesa Parrocchiale furono recuperate a Chieti Scalo e riportate sul sagrato dalla Balilla Fiat 503 targata PE 2527 di Valentino de la "furnara", nel frattempo trasformata in mezzo da trasporto merci con cassone in legno conseguente al taglio del cofano e dei due sedili posteriori per la maestria dei carrai "Ditta Fratelli Perfetti", di "Peppuzz" in particolare. Fu così che anche le campane della Ditta Marinelli di Agnone tornarono a suonare al comando di 'Zì Mingenze' dalla pipa di coccio fumigante tabacco 'trinciato forte', aiutato dal figlio in seguito suo successore: 'Luiggìne'. Nel decennale dell'evento, il concittadino Ing. Don Mimì Santuccione, Sovrintendente alle O.O.P.P. dell'Aquila, commissionò al maestro Adorra Malorgio -autore anche del portale della Chiesa del Sacro Cuore nell'omonima piazza di Pescara Centrale- il rosone in pietra bianca della Maiella incastonato nella facciata della nostra Chiesa Parrocchiale: l'opera fu realizzata nel laboratorio del noto maestro scalpellino Gennaro d'Alfonso a Lettomanoppello. 

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