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DOCUMENTI "Il Silenzio delle Terre di Mutignano"

15 Aprile 2026

di Paride MARIOTTI.

IL vento scorreva tra gli ulivi del tenimento di Mutignano, piegando le fronde argentee e portando con sé l'odore della terra smossa. Era il 6 marzo 1828 quando Angela Rita Pavone, tessitrice, donna di mani instancabili e sguardo fermo, decise che era tempo di rivolgersi alla giustizia. Non si presento'da sola. Con il consenso del marito Nicola Marcozzi e attraverso il suo legale, Camillo de Martinis, avanzo' una richiesta precisa: cento ducati.

A doverli sostenere, era Giorgio Assogna, contadino di Silvi, erede del defunto Pietro. Qualche giorno dopo, la notizia prese forma concreta nei passi dell'usciere Serafino Bindi. Fu lui a percorrere i sentieri di campagna con gli atti in mano e il compito di trasformare parole in conseguenze. In Contrada Berrettino si fermò davanti al primo fondo: undici tomoli di terra, ulivi e seminato, una casa rustica che sembrava osservare in silenzio. Domencantonio e Andrea Assogna lavoravano li, come avevano sempre fatto, ma quella mattina la terra non era più soltanto terra:ma un bene da pignorare.

Più avanti, verso Mutignano, altri due apprezzamenti completavano il quadro. Filari di vite, alberi d'olivo, stagioni racchiuse in pochi confini tracciati sulla carta.

Per mesi, tutto sembrò procedere senza ostacoli. Le carte passavano di mano in mano, i tempi della giustizia seguivano il loro corso. Poi, improvvisamente, qualcosa si incrino'.

IL 22 novembre, davanti al tribunale di Teramo, comparvero i fratelli Assogna. Domencantonio, Andrea, Alessandro, Ilario e Caterina. Non erano soli: con loro c'era il patrocinatore Paolo De Santi. Ma soprattutto, portavano una storia diversa. "Nostro fratello non può difendersi", sostenevano. Le parole, riportate negli atti, lasciavano poco spazio ai dubbi:Giorgio viveva da tempo in uno stato di demenza. Era lontano, assente, come sottratto al mondo che pure continuava a decidere per lui. E non era tutto.

Con tono fermo, quasi a voler ristabilire un ordine infranto, accusarono Angela Rita Pavone. In quanto seconda moglie del loro padre, dissero, ella tratteneva beni che non le appartenevano. Li elencarono con precisione, uno dopo l'altro, come se ogni oggetto fosse una prova:due caldari di rame, una paletta di ferro con soffietto, una graticola, lenzuola, lavori in lino, abiti e calze del defunto Pietro. Oggetti comuni, eppure carichi di vita, di abitudini, di memoria. Il valore - cinquanta ducati - era quasi secondario.

Poi vennero le terre. "Non sono sue", dichiararono. Il fondo di Contrada Berrettino apparteneva alla loro madre Francesca Ferrara - lo dicevano atti antichi, datati 1729. E l'altro, in località "Ripa di Maio" non era di Giorgio, ma di Domencantonio, ricevuto in dono molti anni prima.

Come se la vicenda non fosse già abbastanza complessa, emerse un ulteriore elemento. Le date.Sempre le date. 4 novembre, 6 novembre, 18 novembre. Troppo vicine, troppo rapide. Un'accellerazione sospetta, in contrasto con le regole della procedura. Un dettaglio tecnico, ma capace di cambiare tutto.

Fu così che la richiesta iniziale si trasformò in uno scontro più ampio. Non più soltanto un debito, ma una rete di relazioni diritti e sospetti. Angela Rita Pavone venne citata davanti al tribunale civile di Teramo.

Si chiedeva l'annullamento dell'intero procedimento. E le spese?. E Giorgio?

Giorgio restava sullo sfondo, eppure al centro di ogni cosa. Di lui parlava un certificato, datato 21 novembre 1828,firmato dal Sindaco di Silvi, Antonio Scordella. Parole asciutte, definitive: era incapace di parlare. Incapace di esprimere la propria volontà. Incapace, persino, di scegliere. In una storia fatta di voci, accuse e documenti, la sua non si sentiva mai. E forse, proprio per questo, era la più pesante di tutte.

PARIDE

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