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RITI E USI FUNEBRI NELLA TRADIZIONE POPOLARE PIANELLESE

30 Ottobre 2025

Remo DI LEONARDO

Funerale a Pianella

Il culto dei morti, l’elemento principale di tutte le culture, ha la sua radice nella innata "religiosità" dell'essere umano e nasce con l'uomo stesso. La storia e l'archeologia dimostrano che i riti funebri erano celebrati, presso tutti i popoli, da sacerdoti, stregoni e capi tribù secondo modalità, usi e costumi diversi. Nel mondo egizio, greco-romano, azteco e anche ebraico il culto dei morti era sinonimo di cultura e rispetto del trapasso, lo dimostrano l’uso dei vari tipi di sepoltura: inumazione, mummificazione , cremazione e i vari tipi di sarcofagi , le tombe a camera e quant’altro. Era ritenuta infatti cosa mostruosa lasciare un cadavere insepolto.

Nel credo cristiano e nella coscienza popolare ha continuato a vivere un forte sentimento, radicato nei culti arcaici dei morti considerati divinità sotterranee, che assimila i santi ai morti. Per questo la Chiesa celebra la festa di Ognissanti e quella della Commemorazione dei defunti in due giorni consecutivi il 1° e il 2 novembre. La prima è dedicata ai santi e festeggia il loro dies natalis inteso come il giorno della nascita in cielo, la seconda è riservata ai morti.

Nell’esistenza di un tempo, ritmata dal fluire delle stagioni e da tradizioni per lo più religiose, il culto dei defunti aveva una funzione biologica importante in quanto comportava gesti simbolici collettivi che aiutavano l’uomo a confrontarsi con la realtà integrale della vita e l’idea della morte diveniva naturale e pacificante, non angosciante come per l’uomo dei nostri giorni, che rifugge in maniera ossessiva dal pensiero di essa. A Pianella le testimonianze di forme di culto dei morti, i riti funebri risalgo nel periodo Mesolitico e Neolitico.

In Contrada Pratodonico e in contrada La Grotta sono stati rinvenuti ossa, teschi umani uniti a e scarti di lavorazione in silice, mentre in contrada Cordano è stato rinvenuto un pettorale-amuleto in pietra con delle scritte risalenti al periodo del guerriero di Capestrano. Di notevole importanza risultano le inumazioni della necropoli arcaica in Contr. S. Maria della Nora risalente al VI-VII secolo a.C. rivenuta dall’Ass. Sole Italico di Pianella. Le indagini archeologiche sul sito hanno permesso di rinvenire: armi, utensili, vasi e fibule (oggi presenti al museo Archeologico di Chieti e presso il palazzo del comune di Pianella), anche di ricostruire alcuni aspetti dei riti funebri dei più antichi abitanti del territorio. Un particolare ad esempio ci viene testimoniato dal ritrovamento dei resti di alcune donne, forse macchiate di qualche grave colpa, inumate con il volto rivolto verso occidente, verso ovest, dove da noi tramonta il sole mentre tutti gli altri con il volto verso est cioè dove sorge il sole, a significare la luce che accompagna il defunto all’aldilà.

Tra Loreto Aprutino e Pianella, c’è una località ch iamata Colle degli Uomini Morti secondo alcuni storici locali la Plenilia preromana, sulla quale c’è una leggenda piuttosto strana. Gli abitanti del luogo erano chiamati con disprezzo Zanniti dagli antichi Romani forse come reminiscenza di Sanniti. Scoppiata la guerra tra Zanniti e Romani, i primi ebbero la meglio e quelli caduti nelle loro mani furono spogliati e rimandati a Roma nudi. I Romani, per vendicarsi, ritornarono a dare battaglia con un esercito triplicato ed i morti Zanniti furono innumerevoli. Fatti prigionieri, i Zanniti passarono sotto le forche che i Romani avevano preparato nel varco dell’Appennino Pennese il quale da allora prese il nome di Forca di Penne, come pure la località della battaglia prese il nom e di Colle degli Uomini Morti.

Il 12 giugno del 1804, Napoleone emanò il cosiddet to editto di Saint Cloud (correttamente: Décret Impérial sur les Sépultures).L'editto stabilì che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali. Si volevano in tal modo evitare discriminazioni tra i morti. Per i defunti illustri, invece, era una commissione di magistrati a decidere se far scolpire sulla tomba un epitaffio. Questo editto aveva quindi due motivazioni alla base: una igienico-sanitaria e l'altra ideologico-politica. Fu esteso al Regno d'Italia dall'edittoDella Polizia Medica, promulgato sempre da Saint-Cloud, il 5 settembre 1806, scatenando un intenso e complesso dibattito pubblico.

Prima dell’editto napoleonico non tutte le persone erano sepolte all’interno del cimitero della chiesa. Spesso le persone importanti, i nobili, la borghesia mercantile o chiunque aveva un certo benessere economico si faceva seppellire all’interno della chiesa in sepolcri, posti sotto il pavimento delle navate laterali o delle cappelle delle compagnie religiose, nelle cappelle private o nella peggiore ipotesi negli avelli, di proprietà privata o di qualche con fraternita religiosa. A Pianella ancora oggi troviamo in alcune chiese e cappelle gentilizie i resti di personaggi appartenenti a famiglie nobili e benestanti come i De Felici, i Sabucchi e i Verrotti.

Nel liber defunctorum della parrocchia di San Salvatore, sempre in occasione della rivoluzione e dell’invasione francese, è scritto che 10 individui furono uccisi dai Francesi o dalla massa in Pianella tra gli anni 1799-1815 si legge: “A dì 9 agosto 1803. Angela moglie di Donato Capanna di circa 35 anni passò a migior vita senza sacramenti, per essere stata uccisa. Sepolta nella chiesa di S. Antonio. Parroco Niccolò Lopiani.

E’ facile capire adesso, come nei cimiteri delle chiese si seppellissero tutti gli altri cittadini, direttamente nella nuda terra, in modo che dopo pochi anni potessero essere riusati i medesimi spazi di sepoltura. I resti riesumati erano successivamente depositati negli ossari. Ai più poveri, che erano la maggior parte della popolazione, non era data la possibilità del ricordo dei propri cari in modo duraturo nel tempo, ne consegue che per questi cimiteri non vi era la necessità di grosse estensioni fisiche. A differenza dei giorni nostri, dove il benessere economico diffuso ha consentito l’estensione generalizzata del concetto di testimonianza dell’esistenza e quindi anche della sempre maggiore necessità di superfici cimiteriali.

La commemorazione dei morti, la “pietas” verso i defunti, è semprestata molto sentita e presente nel popolo pianellese sia negli aspetti folkloristici che in quelli tradizionali, anche se molti usi e riti funebri di una volta sono scomparsi. La tradizione dei ceri accesi nelle chiese e nelle abitazioni, comune un tempo, come la visita degli ossari, dove si raccoglievano le ossa dei defunti riesumati, era d’obbligo.

Fino a pochi decenni or sono, quando le case del centro storico erano ancora tutte abitate, il paese assumeva, nei giorni della ricorrenza dei morti, l’aspetto di una diffusa luminaria in quanto la religiosità popolare riteneva che, alla mezzanotte di tutti i santi, i morti abbandonassero le loro dimore nel cimitero e si recassero in processione per le vie del paese. I lumini posti sulle tombe, ancora oggi in uso, servivano ai morti per farsi luce sulla strada del ritorno, mentre quelli accesi alle finestre indicavano il luogo dell’antica dimora. Secondo la tradizione popolare quando si finiva la cena del 1° novembre non si sparecchiava la tavola, anzi ci si ponevano le vivande perché durante la notte “l’alma de le muorte” in processione tornava per ristorarsi.

L’agonia era parimenti più penosa se ad assistervi vi erano lepersone più care. Perché per il morente il distacco diventava più forte. Quando incominciava l’agonia, il morente, secondo la religiosità popolare, veniva visitato dalle anime dei morti, parenti e amici, i quali, si presentavano salutandolo.

Il Defunto veniva lavato con aceto misto ad acqua, si lavava con ilvino la sola faccia. Lavato il cadavere, lo si vestiva con i miglior abiti possibili e veniva “accungiate” sul letto. Dalla finestra della casa del morto, che dava sulla strada, si usava gettare un catino d’ acqua, in segno di pianto. L’uscio della casa doveva essere sempre aperta, per dare il passo, agli angeli e alle anime degli antenati del morto. Agli adulti di ambo i sessi, le mani, portanti un rosario o un crocifisso si congiungevano sul petto, mentre con un fazzoletto si legava il mento alla testa per tenere la bocca chiusa. Ai celibi e alle nubili, siano pure di età avanzata, si metteva in mano un ramoscello “de leve” di ulivo. I bambini venivano vestiti da angeli con ghirlanda, un mazzolino di fiori in mano e messi in una bara bianca.

Le coperte sulle quali il cadavere veniva appoggiato non si scoloravano nè si tarlavano. Per questo si adoperavano le migliori. Chi vestiva il morto, “accungià lu morte”, e lo collocava nella cassa si comportava come se la persona defunta fosse ancora viva, infatti veniva invitato ad aiutarsi nei movimenti dicendo mentalmente “mettiti questo, che vogliamo andare in chiesa, a messa ecc.” perché si ritenava che così facendo fosse più facile vestire il defunto.

Dentro la cassa da morto si usava mettere l’oggetto più caro in vita al defunto, qualcuno usava alla maniera degli antichi mettere una moneta. A capo e ai piedi del letto funebre venivano accesi i ceri, mentre venivano coperti tutti gli specchi che si sarebbero incontrati andando alla camera da letto del defunto. Il Morto veniva vegliato sempre, mai abbandonato neanche un attimo dalle persone di famiglia, i parenti e gli amici seduti intorno al defunto tra litanìe e pianti.

Nel corteo, i parenti del morto, usavano mettere gli abiti migliori, di colore scuro. Le donne si coprivano il capo con un fazzoletto nero, o col solito bianco cui però era soprapposto un velo nero, infatti, il bianco e il nero sono i colori funebri. Di notte non bisognava piangere il morto “nen z’a da piagne lu morte” perché se ne disturbava il riposo con il compiacimento deglispiriti maligni. Finchè il cadavere era in casa, non si spazzava per tre giorni, non ci si lavava la faccia, le donne non si pettinavano, gli uomini non si radevano, perché sarebbe stato di male augurio. Non bisognava lasciare il cappello sul letto, portava male.

Il lutto veniva portato nei vestiti dei familiari per un anno intero, le donne vestivano di nero mentre gli uomini usavano mettersi una banda nera sul braccio o una cravatta nera e un bottone nero sulla giacca. Se veniva a mancare una persona molto giovane: durante il passaggio del corteo funebre si usava gettare petali di rose. Portato via il morto di casa bisognava buttare tutta l’acqua che si trovava ancora in casa, poiché c’era la credenza che in quell’acqua avessero bevuto i morti. Si doveva inoltre lavare tutto ciò che era stato in contatto col morto, altrimenti non gli giovava l’estrema unzione concessa dal sacerdote durante il “viatico”.

Quando si tornava da una visita funebre ci si lavava le mani. Ancora oggi, quando una persona muore, la campana della Chiesa di Santa Maria Maggiore (Sand’Agnele) suona, con rintocchi molto lenti, le 21 ore l’ora in cui morì Gesù Cristo mentre gli amici, parenti si recano a far visita per “ faje la Croce” il segno della croce. Nell’antichità una donna della famiglia, o chiamata appositamente anche da fuori paese, (prefica) incominciava “a plagne lu morte e a recitare preghiere o le “Dejasille” (Dies irae) l’inno dei morti sia in latino che in dialetto. La tradizione ricorda che cantavano e recitavano le Dejesille Vincenzo Stok, Vincenzo Pulcinella, Coletti Orazio (Donato) detto la Papacce, Carmine Palmarini (Carmenucce lu Cuccione) e di Castellana un certo Trabucco.

Vincenzo Stok e Vincenzo Pulcinella

Allora non esistevano le pensioni così che molta gente povera andavano in cerca di elemosina. Le donne anziane per sfamare la famiglia si recavano in campagna cercando qualche soldo e da mangiare mentre gli uomini ormai inabili, poveri e storpi si mettevano a cercare l’elemosina, “la cullotte”, lungo gli scalini che oggi portano dal Mercato Coperto a Borgo Carmine. Soprattutto nel mese dei morti la gente che si recava al cimitero passava e dava a loro qualche lira in cambio di preghiere per i loro defunti.

Questa usanza sembra risalire, come vedremo più avanti, alla pratica tardo medievale dell'elemosina, quando la gente, povera, andava di porta in porta nel giorno di Ognissanti (il 1º novembre) e riceveva cibo in cambio di preghiere per i loro morti il giorno della Commemorazione dei defunti il 2 novembre.

Il rito della Cerimonia funebre.

Come è stato sopra ricordato con il cosiddetto editto di Saint Cloud le tombe e le fosse comuni anche a Pianella vennero poste al di fuori delle mura cittadine. In quel tempo le casse da morto venivano costruite a misura del morto “à jete a pijà le mesure a lu morte”. Il defunto, se era un popolano, veniva messo dentro una cassa da morto costruito con legni leggeri quali: il pino, l’abete, e collocato sopra una specie di “portantina” veniva portato a spalle da quattro persone umili dietro ricompensa, si accompagnava prima in chiesa e poi al cimitero. “La portantina” era la stessa dove veni vano posti i santi durante le processioni ed era di proprietà della chiesa.

Nel 1763 le tre confraternite: Cuore del Gesù, del Rosario del e del Monte dei Morti pensavano alle elemosine, a seppellire i poveri e a fare opera pia. Se il defunto abitava in campagna vi era il problema di come far arrivare la cassa da morto presso l’abitazione; generalmente c’era sempre qualche pover’uomo magari con un buon fisico che, per conto del falegname a cui era stato ordinato la cassa, la portava. Mancando la carrozza o la macchina tutto il viatico si svolgeva a piedi altrimenti si usava un carro agricolo con il quale sino alla “strada bianca”, dove era in attesa il carro funebre. Quando a morire era un benestante o un nobile a Pianella il feretro veniva trasportato da una carrozza trainata da due o quattro cavalli, “lu carruzzone”, che aveva la sua rimessa nei local i dell’attuale Comune dove una volta vi era la vecchia pescherìa in piazza L. Marchetti, sotto le vecchie carceri. A svolgere questa mansione, come ricorda ancora qualche anziano, era incaricato tale Vincenzo Cicconetti che messa una “spara” in testa vi poggiava la cassa per portarla alla casa del defunto.

Le bare generalmente venivano generalmente costruite da mastri falegnami. Ogni bottega ne aveva cinque o sei a disposizione o meglio quasi finite, infatti le ultime rifiniture avvenivano la notte “à fatte la nuttate” una volta saputo chi era il defunto a cui fare unacassa da morto su misura. Nel nostro paese negli anni trenta vi era un falegname in via Borgo Carmine un certo Antonio Pietranico detto “Lu Rosce”, che durante un periodo dell’anno costruiva solo casse da morto per venderle anche nei paesi limitrofi.

Agli inizi del novecento a svolgere il mestiere delle Onoranze funebri volgarmente detto “lu cariamuorte” a Pianella furono Rocco Speziale, Antonio Speziale e Isaia Di Martile. Successivamente portò avanti questa attività il solo Isaia che negli anni sostituì la Carrozza con una macchina a motore adibita a carro funebre precisamente una 507 Fiat successivamente sostituita con una 121 Fiat, quest’ultima ceduta agli inizi degli anni ’60, insieme all’attività, ad Auden Di Lorito che passerà poi questa funzione al Sig. Gianfranco Aielli. Il resto è storia dei nostri giorni.

Funerale a Pianella inizio novecento

In alcune circostanze a portare il feretro ancora oggi sono gli amici più stretti, mentre è ancora in uso che il sacerdote accompagni per un tratto di strada il defunto al cimitero per dare l’ultima benedizione, fermandosi quando arriva alla chiesa di Santa Maria Maggiore. In occasione dei funerali le famiglie di un certo ceto sociale (nobili, benestanti) chiamavano la banda musicale che accompagnava il morto con marce funebri. Durante o al termine della cerimonia religiosa i personaggi importanti del paese venivano ricordati con un saluto di commiato, ma non sempre queste commemorazioni del defunto venivano ben accette dalla chiesa come ci testimonia una lettera inviata da Monsignor Pro-Vicario Generale della Diocesi di Chieti Luigi Arcivescovo di Chieti Amministratore di Vasto a proposito della morte del Senatore La Valletta in occasione dei suoi funerali tenutisi il 1881 nella cattedrale. In uso oggi, al posto dei fiori, fare beneficenza ad Associazioni ed a enti che combattono le malattie più gravi.

Una volta arrivati al camposanto, si usava riaprire la bara per dare l’ultimo saluto al defunto e ai parenti. Chi moriva in peccato, persone suicide, o senza sacramenti veniva negato il rito funebre in chiesa. Ancora oggi nel nostro paese ricordano ancora quando negli anni ’60 morì uno dei massimi dirigenti locali del P.C.I. Antonio G., un sarto con enorme capacità oratorie, per le sue idee politiche e anticlericali, o forse per non aver ricevuto il sacramento del matrimonio in chiesa, fu consentita la sola benedizione in un locale sotto l’attuale comune di Pianella dove fu all’uopo allestita la camera ardente. Ciò non deve destare meraviglia. Anche nel l’antichità a chi moriva per le stesse ragioni addirittura non aveva neppure sepoltura in un luogo sacro, ma fuori, presso le mura di una chiesa. Questa potrebbe essere una ipotesi, per esempio, del ritrovamento di molti scheletri intorno alla chiesa di Santa Maria Maggiore rinvenuti durante i vari lavori di consolidamento della struttura effettuati negli anni.

Lu “cònzele” rappresentava il pranzo che i parenti stretti dovevanoportare dopo il funerale alla famiglia del defunto che nei giorni precedenti avevano vegliato e si era astenuta dall’accendere il fuoco, e quindi anche dal preparare il cibo. Chi faceva lu cònzele mangiava insieme alla famiglia del defunto. Prima del pranzo si recitava il Rosario, poi mentre si mangiava si ricordava la vita e le virtù del morto e tra un ricordo e una lacrima spesso si dava coraggio anche con battute che suscitavano due risate.

Il pasto funebre consisteva in era brodo e carne bollita, vino e caffè, vietati i dolci, come si riteneva peccato far avanzare del cibo. Per rispetto al lutto, oltre al pranzo, si portava tutto ciò che occorreva: le pignate, la fressore, le piette, le bicchire, le buttije, le salviotte, le curtielle, le cucchiare. Le stoviglie non dovevano esserelavate ma rimandate indietro per essere lavate. Il pasto funebre si faceva in una stanza diversa dalla solita.

Le farfalle notturne “le palummelle” rappresentano le anime dei morti, esse usano svolazzare intorno a una fonte di luce, una volta era il lume oggi le lampade votive. Se una di queste farfalle si poggia su una persona porta fortuna infatti pare che in toscano si chiamassero appunto Fortune. Sino a pochi anni orsono il giorno seguente alla morte si celebrava “la riuscita messa” dove partecipavano generalmente i familiari, i parenti e gli amici più stretti.

NENIE, PREGHIERE, CANTI E PROVERBI

Alcune volte la morte, il dolore per la scomparsa del proprio caro portava anche alle più commoventi espressioni come ad esempio quando si piangeva la morte di un neonato:

Frammenti di nenia

della moglie al marito morto:

Ho, se n’à cascate lu trave de la case!

Se n’à jite la luce de lu sole!

Povera a nnu’ ome fenete de cambà!

di una madre verso la sua bambina

Oh, core de mamme , core de la mamme!

E, chi te l’avesse dotte a ttè core de la mamme?

E chi mi chiame cchiù mo’ core de la mamme?

“ A quande’ à ‘vute tembe de dì’:

Mamma mi’, statte bbone!

Ne’ mm’ à date nesciùna dispiscire!

Ne’ ma date mi’’na mmala resposte!

Madre che piange la morte della sua bambina:

Ho core de la mamme, core de la mamme!

E cche te l’avesse dette a ttè, core de la mamme?

Addò se’  jite, àngele de lu paradise, àngele de lu paradise?

E mmo’ che me chiame a mmè, core de la mamme?

Addù se na jite la rundenelle de la mamme, core de la mamme?

Quande ere bbone , core de la mmamme!

E cche se la crenzè, core de la mamme?

E cche se la credè , core de la mamme!

Che se la penzeje de fa’ ‘sta canzone, core de la mamme?

Preghiera

Quolle che te raccummanne, peccatore,

ll dDie ti’, che è morte a vendunore

e che pe’ tte a prehate l’Aterne Patre,

che bbenghè, t’avesse salvate.

O bbona gende, che sgoldat’ avete,, avete ndese la pene de Criste?

L’à patute pe’ nnu hitre peccatore

pe’ darce la pac’e lla cunzulazione

pe’ ddarce la pac’ e lu cundende

pe’ ddarce lu paradis’ eternamende.

Dies irae dies illa (in latino)

Solvet saeclum in favìlla:

Teste David cum Sybylla.

Quantus tremor est futùrus,

Quando judex est ventùrus,

Cuncta stricte discussurùs!

Tuba mirum spargens sonum

Per sepùlchra regiònum,

Coget omnes antethronum.

Mors stupèbit, et natùra,

Cum resùrget creatùra,

Judicànti responsùra.

Liber scriptus profeterùr,

In quo totum continétur,

Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,

Quiquid latet, apparébit:

Nil inùltum remanébit.

Quid sum miser tunc dictùrus?

Quem patrònum rogatùrus,

Cum vix justus sit secùrus?

Rex tremèndae majestàtis,

Qui salvàndos salvas gratis,

Salva me, fons pietàtis.

Recordàre, Jesu pie,

Quod sum causa tuae viae;

Ne me perdàs illa die.

Quaerens me, sedìsti lassus:

Redemìsti crucem passus:

Tantus labor non sit cassus.

Gere curam mei finis.

Lacrmòsa dies illa,

Qua resùrget ex favilla,

Judicàndus homo reus.

Pie Jesu Domine,

Dona eis réquiem. Amen.

Dejasille ( in dialetto)

Dejasille, dejasilleChe va sotte sembre strelle

Che va sopre s’arepose

Dejasille lacrimose.

Na Dumeneche abbejate

Lu Rusarie  a tte fu ddate

La Marie Verginelle

Tutta fore tutta bbelle.

Lu Rusarie che nu candeme

A lla Madonne l’arpresendeme.

Dejasile, dejasille…

DEJASELLE DE LE VEVE

Dejaselle dejaselle

che ‘sta casa ne ccede de nguelle,

desse lu prite de Pelagrelle.

De ‘stu nnode ce ne stesse mille

se ne combre de dejasille.

Lu cafone nghe la coccia toste

ne vo’ nove a llu suo poste.

Sembre alloche à state allucate

mi’ niente ha huadagnate.

L’asene che va a vetture

la vit’a si’ poche dure.

Te l’areporte tutte scurtecate

frechete ‘n-gule a ttè e che me ta date.

Dejaselle dejaselle,

lu demonie sembre strelle.

Ca strelle che raggione

ca vo’ l’aneme de secore.

Canto esortativo religioso

Ama ddi’, e nen’ fallì.

Fa lu bbene e lassa ddì.

Ama Ddì su la croce

Su lla croce la culonne.

Ama Ddì e la Madonne.

E ttu, anema ndulende,

che ssi fatte tande tembe

che nn’ calzate le povere

che nn’è vestute li nute?

La fronna, quanna è socche,

ne m-bò cchiù renverdè.

Fa lu bbene, mo che lle pu’

Se gnienze a Ddì artruvà li vù.

PROVERBI E MODI DI DIRE

Povere che se more ca lu rieste se cunzole.

E’ mieje a murè che patè

Che more giace, che veve se da pace

Che nen more se revede

Sole a la morte n-ge stà repare

A’ jete a fa’ la terre pe’ le cece

La ciore se cunzume lu morte nen camene

Chi la morte dell’itre va truhenne, lu si’ sta vece ne

La morte va truenne la scose

Uommene e puorce se vode dope morte

Se nasce piagnenn ,ma nescione more redenne

Che fa lu bbene more accese, che fa male va ‘mbaradese

Huaje nghe la pale morte nen pozza menè mai

Quande la voteve s’à remarete, le huaje nnà fenete

Quande nen’è destenate a murè de tutte le male cambe

Se sa addù’se nasce n-ze sa addù’se more

Ci-arevedome a chell’atru monne

Me siembre nu morte de fame

Chi piande nu laure cambe poche.

Se brutte gne la morte.

La morte nen cunosce età.

BIBLIOGRAFIA

Remo DI LEONARDO, Riti e usi funebri nella tradizione popolare pianellese, Premio Nazionale Lettere, Arte , 21 dicembre 2013, Ass. Pro Loco Pianella, Tip. Tecnograf. Cepagatti.

FOTO ARCHIVI PRIVATI

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