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LA CHIESA DI SAN PIETRO AD ORATORIUM PRESSO CAPESTRANO (AQ) RACCONTATA DA RE DESIDERIO

28 Settembre 2025

di Antonio MEZZANOTTE

Benvenuti a questa nuova puntata delle "Interviste impossibili di Mezzanotte" (titolo suggerito per questi miei scritti da alcune insegnanti, che li stanno proponendo come argomento di studio ai loro alunni di scuola media, insieme al mio libro SI DICE E SI RACCONTA DI CHIESE E PAESI D'ABRUZZO. Che dire? Oh pe' la Majella!
Oggi abbiamo con noi nientepopodimeno che Sua Maestà Desiderio, re dei Longobardi dal 757 al 774, il quale ci parlerà della chiesa di San Pietro ad Oratorium, presso il fiume Tirino in tenimento di Capestrano (AQ).

D: O nobilissimo Desiderio, è ventura rara trovarvi in questo loco sacro. È verità che foste Voi a fondare questa chiesa?

R: Così si dice e si racconta. L’iscrizione sull’architrave proclama: A REGE DESIDERIO FUNDATA. Ma se vogliamo esser precisi, la mia incoronazione avvenne nel marzo del 757, mentre il Chronicon Vulturnense narra che già nel luglio del 754 papa Stefano II confermava all’abate Atone il possesso di questi luoghi. Dunque, è assai probabile che la chiesa già esistesse o almeno che i monaci avessero piantato la loro croce prima che io indossassi la corona.

D: Dunque, sire, i monaci usarono il vostro nome per rafforzare il loro dominio?

R: Astuti erano e ben conoscevano l’arte della diplomazia. Invocare il nome del re serviva a riaffermare il legame con l'abbazia madre di San Vincenzo al Volturno, che da tempo vigilava su queste terre. Era un modo per dire: “Questa valle Tritana è nostra, benedetta dal re, prima che i Normanni conquistatori giungano con le loro spade e i loro sigilli.” Cosa che, in effetti, avvenne pochi anni dopo la stesura del Chronicon. E io, che ben conoscevo il valore della parola scolpita, lasciai che la pietra parlasse.

D: Eppure, ciò che oggi vediamo par d’epoca più tarda, con forme romaniche e pietre rinnovate...

R: Ben lo vedete. La chiesa fu rinnovata attorno all’anno 1100 e consacrata nel 1117 da papa Pasquale II, che la dichiarò abbazia nullius dioecesis, libera da ogni vescovo. Ma le mie tracce non furono cancellate. I muratori riusarono pietre antiche, scolpite con arte. E sulla facciata v’è inciso il quadrato magico del SATOR, seppur rovesciato. Un mistero, sì, ma anche un segno. Come i miei pensieri, che cercavano ordine nel disordine del mondo.

D: Perché "ad Oratorium"?

R: Storpiatura del volgo per Araturo, il nome della contrada, che intende terra da dissodare.

D: Il portale è di notevole finitura. Che ve ne pare?

R: Figliuol mio, ai lati dei piedritti trovi scolpite le figure di san Vincenzo di Saragozza (tanto per rammentare l'abbazia del Volturno) e il re Davide, che forse allude alla mia persona e alla duplice protezione accordata a questa fondazione (con la mano che indica l'iscrizione SCULPTORIS IMAGO APPARUIT ITA IN SOMNIS HAEC, ossia "questa immagine apparve proprio così nel sogno dello scultore"... capisci? I monaci dovevano impressionare i villici, ma è certo che lo scultore non sognò l'immagine, giacché la vide sul portale di san Clemente a Casauria e qui la ripropose). Ognuno dei piedritti è ornato con un mirabile intreccio a tralci, l'uno che si diparte da un drago, l'altro a mo' di foglie d'acanto. Anche la cornice della lunetta è scolpita da un bel motivo a tralci, che racchiude un affresco, forse san Pietro stesso. A proposito, oggi la chiamano ad Oratorium, ma non era più evocativo san Pietro sul Tirino, come la dicevamo ai miei tempi?

D: Indubbiamente, Maestà. Ah, sapete che ho letto di una data astronomica, scolpita su una pietra della facciata, riproducente l'Orsa Maggiore e alcuni pianeti quali apparivano l'8 settembre 768, che viene ipotizzata come data di fondazione dell'abbazia?

R: Io mi occupo di politica, non di astronomia. Ma l'epoca nostra era tutta un palinsesto di simboli, di rimandi, di citazioni, soprattutto di riutilizzi di antiche pietre. Tutto è possibile, ma... nego di averlo detto.

D: Capisco. Passiamo all'interno, anch'esso è luogo di meraviglia. Tre navate, tre absidi, un ciborio che pare sospeso nel tempo...

R: Così è. Il ciborio del XIII secolo, ornato da tralci che nascono dalle fauci di un drago, domina il presbiterio. Sopra, formelle in maiolica verde e turchese, caso unico in Abruzzo, brillano come gemme. Le tre navate conducono a tre absidi semicircolari (sull'esempio della fabbrica di san Liberatore a Majella) e nell’abside centrale si conserva un ciclo di affreschi che narra l’Apocalisse: il Cristo in trono, circondato dai simboli degli Evangelisti, si volge verso l’arco trionfale, ove i ventiquattro Vegliardi paiono seduti a mensa, come gli Apostoli nell’Ultima Cena.

D: Maestà, foste anche uomo di potere. Come si congiunge l’opera spirituale con la vostra politica?

R: Governare è anche custodire. Fondai monasteri, come San Salvatore in Brescia, e vi posi mia figlia Anselperga a guida. Volevo che la fede fosse compagna del regno. Ma la politica è arte crudele. Offrii in sposa a Carlo dei Franchi mia figlia Desiderata, che il vostro Manzoni chiamò Ermengarda, dolce e pia, sperando nella pace tra i regni. Ma egli la ripudiò, senza pietà né parola. E il mio cuore, più che il mio trono, ne fu spezzato. In questa chiesa, tra le pietre silenti, talvolta odo il suo pianto, come eco tra le navate.

D: Sire, se poteste tornare oggi, che fareste?

R: Entrerei in questa chiesa, troverei posto tra i Vegliardi affrescati e ascolterei il silenzio. In quel silenzio, vi è la voce del mio regno, del mio sogno, del mio tramonto. E forse, anche un poco di redenzione. E forse, anche il canto sommesso di colei che non fu più regina, ma sempre figlia.

D: Un'ultima domanda. Che ne dite di questo Abruzzo, all'epoca vostra posto al confine tra i ducati di Spoleto e Benevento?

R: Figliuolo, il mio nome fu inciso sul portale di questa chiesa per volontà dei monaci, combattei una guerra, folle e crudele come tutte le guerre, e la mia corona fu perduta, la mia stirpe dispersa, ma ciò che rimane è più duraturo del potere: la bellezza che resiste. E questa bellezza, la si trova qui, in Abruzzo. Terra che non ostenta, ma custodisce. Dove il sacro si mescola al selvatico e ogni valle è un libro aperto, ogni pietra una parola. E qui, tra il Tirino e il Gran Sasso, il tempo non si è fermato: ha solo imparato a camminare piano.

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