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La “Canzone popolare” secondo Gabriele d'Annunzio

di Mario NARDICCHIA -

Nel suo “Libro segreto” (1935) Gabriele d'Annunzio, nello spazio di una paginetta, fa due confessioni importanti:

-non va in cerca d'incenso;

-dice la sua sulla “canzone popolare”.

Fa riferimento alla sua tragedia pastorale “La figlia di Iorio” (1903), ispirata alla famosa tela del suo sodale Francesco Paolo Michetti che l'aveva dipinta nel 1895. Il dramma pastorale del 'vate' fu messo in musica da Alberto Franchetti (1906) e, successivamente, da Ildebrando Pizzetti (1954).

Ascoltiamo il “vate” (da notare una particolarità ortografica: la lettera minuscola dopo il punto, che riprende maiuscola quando si passa a nuovi concetti): «Un uomo della mia tempra si nutre di tutto fuorchè d'incenso. i turiferarii hanno tanta paura di me che si cangiano in abbaiatori e abbaiatorelli.

La canzone popolare è quasi una rivelazione musicale del mondo. in ogni canzone popolare [vera, terrestra, nata di popolo] è una imagine di sogno che interpreta l'Apparenza. la melodia primordiale che si manifesta nelle canzoni popolari ed è modulata in diversi modi dall'istinto del popolo, mi sembra la più profonda parola su l'Essenza del mondo.

Ora l'alto valore del drama “La figlia di Iorio” consiste nel suo disegno melodico, nell'esser cantato come una schietta canzone popolare, nel contenere la rappresentazione musicale di un'antica gente. Il mio sforzo [in verità mal dico “sforzo” chè io composi l'intera tragedia pastorale in diciotto giorni, tra cielo e mare, quasi obbedendo al dèmone della stirpe che ripeteva in me i suoi canti] la mia obbedienza consisteva nel seguire la musica col sentimento d'inventarla».

FONTE: 29 ottobre 2020

https://www.facebook.com/mario.nardicchia.7

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