
Dal volume miscellaneo per il Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - XXVedizione Selezione di Poesia "G. Porto" dicembre 2024

I capitolo, I parte
Era dalla festa dell’Ascensione, 27 maggio del 1824, che non cadeva più la pioggia.
Dall’aia della masseria dei baroni de Caro, in contrada Vallegnorasabella, i socci, i garzoni ed alcuni componenti della famiglia allargata guardavano il cielo.
Sul mare nuvolacce nere si stipavano gonfiando e vagavano, quasi a beffa degli umani, su nel cielo; nei poggi pleninensi, assolati e spogli, anche i fichi avevano sete, piante sempre fruttifere e prodighe verso i contadini abruzzesi; i granturcheti avevano cessato di crescere e ingiallivano come se già fosse venuto settembre per la raccolta delle pannocchie e delle foglie secche che servivano a imbottire i materassi dei giacigli.
Le drupe degli ulivi, pallide arse, ed immobili sotto il sole cocente, sembravano chicchi di pepe o acini, che cadevano sul suolo ardente.
Vicino alla pianta di quercia, cresceva una pianta di melograno i cui frutti coriacei, non più grandi di una mela selvatica, pendevano come piccole lanterne spaccate nella scorza coriacea e nel rivestimento interno, che lasciavano intravvedere i chicchi rivestiti di patina non più biancastra ma legnosa, destinati a cadere a terra.

I fiori di garofano e le foglie di basilico nei vasi erano diventati fieno, che si frantumava a una leggera presa di mano.
I contadini, in silenzio, sospiravano: Stanno partendo pure gli ulivi, addio raccolto!
Le capre non riuscivano più a brucare le erbe secche, lignee, dure, ma con i collari lignei intarsiati, vagavano nelle ore mattutine, quando quel poco di guazza non si era ancora ritirata e in quelle serali, nonostante il riverbero del calore emanato nella giornata, giacevano a terra bocconi.
I pastori non operavano più con i coltelli per incedere all’ombra di una quercia bastoni, ceste e collari; si segnavano la fronte col segno di croce ogni qual volta in cielo fulmini e tuoni minacciavano la tempesta.
I cani rincorrevano le pecore facendo la canea.
Le bestie, lasciate nella primitiva libertà, andavano con i campanacci, che tante volte allietarono con i loro tintinnii la monotonia pastorale, ora, finivano col sottolineare lo squallore e l’arsura; era una triste transumanza tra i poggioli ingialliti delle stoppie e privi di ogni verzura.

Le piccole greggi, come al solito, andavano e venivano dal fosso Milone ormai secco per tornare nelle stalle, andavano nei pressi dell’abbeveratoio, brucavano nei truogoli vuoti, passavano davanti agli usci delle casupole di terra o pengiare belando, quasi volessero ricordare ai massari il secchio d’acqua loro dovuto. Infine, gli animali accaldati, scoraggiati, stanchi e assetati, si accasciavano al suolo, boccheggiando, rassegnati al destino.
Le pecore e le capre più stanche rimanevano bocconi a terra nei covili e nelle gradelle di canne, radendo con le narici sporche dal muco nero intriso di polvere, si lasciavano morire con le pastoie alle zampe, che avevano roso la carne cicatrizzata dal nero della necrosi dei garretti, o meglio aspettavano la morte con l’ultimo colpo dello scannatoio del marrano, rassegnato a perdere il capitale.
Infliggendo la lama nella vena giugulare, ne carpiva il sangue per empire chicchere e boccali da dare alla famiglia; le donne nella caldaia rovesciavano il plasma da cuocere e da distribuire alla famiglia patriarcale il sanguinaccio a tocchetti, poi ai contradaioli.
Già gli agnelloni, i maiali grandi e piccoli, il pollame erano stati sacrificati per la macabra cena dei pastori e dei porcari.
Altre bestie, che erano riuscite a sopportare la sete, venivano atterrate dal lento abradere delle funicelle lasciate dai contadini alle zampe, che non pensavano più alle bestie e non si curavano più delle sofferenze, che i canapi arrecavano, ma della loro esistenza.
Le fontane rurali di Fontanoli, di Fonte Giambattista, di Fonte Prigliano, Fosso Milone erano a secco; ogni tanto emettevano come un respiro affannoso un po' di acqua; le donne col cercine e la conca di rame in testa erano costrette la mattina presto a recarsi a piedi scalzi presso una delle fontane, ma spesso il viaggio era a vuoto, aumentando nell’animo delle donne la delusione, la rassegnazione.
I cafoni, i camparoli, stanchi, rassegnati, si soffermavano sotto il rezzo di alcuni cipressi, di cui ogni masseria era dotata come Lare e protettore della casa; mettendo il palmo della mano sugli occhi, guardavano il cielo terso come uno specchio, senza un batuffolo di bambagia che potesse annunciare un prossimo acquazzone; sotto spazi così diafani si profilava la carestia che incuteva negli animi l’accento di rinnegamento alla vita e al lavoro.
Di giorno e di sera al chiarore lunare, l’ansia per l’attesa cresceva negli animi.
In lontananza saliva dai fossi la caligine; solo i fichi la notte tarda accennavano al respiro di un alito di vento che accarezzava i pampini in modo sarcastico; l’attesa era snervante, funerea quasi a preparare una seduta spiritica.
I cafoni, speranzosi, guardavano in lontananza il mare che ogni tanto veniva coperto da stracci di nuvole bianche, nuvolaglie fioccose, gravide di tempesta, ma la pioggia non arrivava e tardava a venire da una quindicina di giorni se lo scirocco o il vento di korino non avesse spirato ancora per alcuni giorni sul pleninense; quegli ammassi di nuvole immobili sembravano come sfingi, come ombre fatue, che vigilavano sui camparoli.

Sia da est che da ovest si alternavano i venti locali: il garbino ogni tanto sollevava infuocati turbinii di polvere, che producevano bruciore agli occhi: le persone non potevano sostare nemmeno all’ombra e né chiudersi all’interno dei casolari, era la caldana; il vento caldo penetrava ovunque accaldando le membra.
Un sole giallo, rutilante, splendeva sulla cupola del cielo, un sole ardente che spaccava “le corna ai buoi”.
La maretta e il vento d’altanino, ogni tanto, spiravano e mandavano un pò di frescura al primo mattino, un accenno di brezza dalla Maiella cominciava a soffiare, ma veniva spento dall’incalzare dell’alba.
Spesso si sentiva una gran voce da un ballatoio all’altro, nella rhuole del paese, accompagnato da frequenti ragli di somari anch’essi allanganati per la sete; alcune anziane ripetevano il ritornello:
Cummà, lu halle à candate a préme,
acque o nove dumaténe.
Cummà, quanne tére la kuréne,
porte lu flaske arréte la skéne,
acqua o nove dumaténe.
Commà, il gallo ha cantato presto,
acqua o nove domattina.
Coma’, quando tira il korino
porta il fiasco dietro la schiena.
acqua o neve domattina.
Glossario
sanguinaccio, sangue cotto nel paiolo di rame
camparoli, massari
korino, vento da sud, portatore di acqua
garbino, vento da sud ovest, portatore di secca, voce dialettale da harbin.
rhuole, viuzza stretta, voce dialettale
allanganati, assetati, voce dialettale















