Parolmente

Blog di Pianella e dintorni
AttualitàPoliticaEconomia e LavoroEventi e CulturaSportSegnalazioniBacheca

Giovanna Marini e “il doppio furto” di “Addìje addìje amore”

di ELSO SIMONE SERPENTINI.

Ho già raccontato altre volte il caso del deposito alla Siae da parte di Giovanna Marini del celebre brano popolare abruzzese “Addìje addìje amore”, per cui sintetizzerò qui la vicenda, prima di aggiungere qualche altro elemento. Giovanna Marini, nata Giovanna Salviucci (Roma, 19 gennaio 1937 – Roma, 8 maggio 2024), cantautrice, ricercatrice etnomusicale e folklorista italiana, molto attiva fino a diventare una delle figure più importanti nello studio, nella ricerca e nell'esecuzione della tradizione musicale popolare italiana, oltre ad essere ella stessa autrice anche di canzoni e cantate di propria composizione, dichiarò che il canto “popolare” da lei intitolato “Nebbi a la valle”, lo aveva scritto lei. Insomma, era un “finto” canto popolare anonimo, anche se, nel depositarlo alla SIAE, aveva indicato “autore anonimo”. Inserì il brano in un disco del Nuovo Canzoniere Italiano, intitolato “Le canzoni di Bella ciao”. Prima di accompagnarsi con la chitarra per cantarlo al Circolo Agorà di Pisa, l’8 novembre 2014, disse: “Non avevo canti da cantare, autentici. E non sapevo neanche cosa volesse dire autentici. Così ho detto: scriviamo un paio di canti popolari, tanto, so’ popolo io? E allora?”. Resta un mistero perché non lo avesse allora depositato come suo brano e non come “anonimo”. Ma lo aveva davvero scritto lei? Per capirlo ci aiuta sia la storia che la filologia. Cominciamo con la storia.

            In una occasione ad un giornalista che le chiedeva la storia di quel brano che diceva di avere scritto lei, rispose: “È una storia davvero esemplare dello spirito dell’epoca.  Sarà stato il 1960, era prima che iniziassi a fare ricerca, andavamo al mare di Ostia con Bruno Trentin e la sua famiglia, lì sentii cantare una canzone che mi piacque molto. Passò del tempo, dimenticai la melodia, e mi rimase in testa un arpeggio in minore, una successione di quattro note. Andando a Spoleto per fare lo spettacolo ‘Bella ciao’ io, non avendo canzoni popolari da cantare ne scrissi due in macchina mentre Teresa Bulciolu guidava, annotandomi qualche parola e qualche nota. A Spoleto nei cantai una, mettendo insieme le poche parole che mi ricordavo della canzone di Ostia con quelle di un vecchio canto abruzzese dove si menzionavano l’oliva e la ginestra. Ed è venuto fuori “Addio addio amore”. Poi quando abbiamo fatto il disco di Bella ciao, per i Dischi del Sole, Gianni Bosio mi chiese se ero iscritta alla Siae, e io dissi di no, senza sapere che avendo fatto il conservatorio lo ero. Così nel disco risultò come canzone popolare. Peraltro non la pensavo come una “composizione”: venivo da una famiglia di musicisti dove queste erano giusto quattro note, se avessi detto a mia madre che l’avevo composta mi avrebbe risposto “Non farmi ridere! Si compongono le fughe, i preludi! Mica quattro note che ti vengono in mente!”. Quindi la Marini nella dichiarazione al giornalista ammette di aver sentito “un vecchio canto abruzzese dove si menzionavano l’oliva e la ginestra”.

            Adesso veniamo all’aiuto che ci può dare la filologia. Che non sia un brano scritto da lei, ma in un brano sentito e da lei trascritto lo si capisce da alcuni elementi filologici. Ha sentito il dialetto abruzzese, ma non lo ha saputo trascrivere. Nel titolo e nel testo scrive “Nebbi’ a la valle”. Che vuole dire “Nebbi’”. Avrebbe dovuto scrivere “Nebbie a la valle”. (Il brano sarò poi conosciuto con altri due titoli: “Casche la live” e “Addìje addìje amore”. Un altro errore di trascrizione, ancora più grave, e tale da “traviare” completamente il canto originale, di cui tradisce lo spirito e il senso, è nel testo. Essendo un canto dell’emigrazione sull’abbandono delle campagne, il testo abruzzese vuole dire che nessuno raccoglie le olive, che perciò cascano da sé. Però la Marini, che orecchia il dialetto abruzzese, senza conoscerlo a fondo, sbaglia, e dice “casche e se coje”, invece di “casche e ‘nze coje”. La frase è affermativa, non negativa, le olive vengono colte, quindi non cascano da sé, è anche contraddittoria, perché nella prima parte dice che le olive cascano e nella seconda che si colgono. Nello stesso errore incorse in seguito il gruppo musicale “Discanto”, che pure sono stati i principali esportatori di musica abruzzese nel mondo. che eseguì il brano come canto tradizionale abruzzese, anonimo, e non come brano d’autore scritto dalla Marini.

            Finalmente il testo è tornato alla sua forma originale nella Notte dei Serpenti, sia nella sua prima edizione affidata alla stupende voce di Giusy Ferreri, che l’ha mescolata ad un brano della musica popolare albanese dalla stessa ispirazione, che nella seconda edizione, affidata alla altrettanto suggestiva voce di Noemi.

            C’è un’altra conferma che “Addìje addìje amore” è un antico anonimo canto popolare abruzzese, “spacciato” per opera sua da Giovanna Marini. Esso fu la fonte ispirativa di Cesare De Titta e di Guido Albanese (quest’ultimo autore della musica di “Vola vola vola”), per un loro brano, intitolato “Lu piante de li foje” (ma conosciuto anche con un altro titolo “Lu ciel’è chiuse”), in cui il tema non era l’emigrazione e l’abbandono delle campagne, ma la raccolta delle olive in un clima altrettanto autunnale e nebbioso.  Alcune espressioni richiamano esplicitamente “Addìje addìje amore”: non “casche la lìve”, ma le foglie degli alberi e nel cadere sembra che piangano, il loro pianto si accompagna ai canti  delle raccoglitrici, e “na fijole” in cima da una scala ne intona uno che le altre poi riprendono con le loro voci, come nell’elaborazione di Luigi Pigarelli, che è stata eseguita da diversi cori abruzzesi ma anche da alcuni cori del nord Italia, quali il “Coro il Rifugio Città di Seregno” e il “Coro della SAT” di Trento

Furto su furto, per “Addìje addìe amore” ce ne fu un altro. Domenico Modugno fece scrivere un testo da Enrica Bonaccorti e lui adattò ed elaborò la musica dell’antico ed anonimo canto abruzzese, Nacque così “Amata terra mia”, che canto e fece conoscere come sua senza mai far conoscere l’origine abruzzese di quel canto, facendolo colpevolmente conoscere dal grande pubblico come pugliese o siciliano. Giovanna Marini ebbe a raccontare: “…un giorno incontrai alla Siae Mimmo Modugno, che era dispiaciuto perché non sapeva che quella canzone l’avevo scritta io, così lui, pensandola canzone popolare, l’aveva presa e ci aveva scritto sopra ‘Amara terra mia’, che divenne un grande successo”. Tuttavia in rete si trova oggi questa affermazione a proposito di “Amara terra mia” di Modugno: “Il brano è una rielaborazione della canzone tradizionale abruzzese nato nei primi anni del 1900 come canto di lavoro delle raccoglitrici di olive della zona della Maiella. Il nome originario è "Nebbia alla valle", ma il brano è anche conosciuto come "Addije, addije amore", e "Casca l'oliva", titolo che gli aveva dato Giovanna Marini allorché aveva inserito la canzone nel suo spettacolo "Bella ciao" nel 1964 e nel suo disco con Maria Teresa Bulciolu “Le canzoni di Bella ciao”. Il brano racconta dell'emigrazione. Come si può vedere, si perpetua un errore, “Addìje addìje amore” non era e non è un canto delle raccoglitrici, ma delle NON raccoglitrici. Non ci sono raccoglitrici né raccoglitrici, perché la forza lavoro ha abbandonato le campagne abruzzesi a causa dell’emigrazione e le olive cascano a terra senza che nessuno le raccolga.

            .

Parolmente

Tienilo a Mente
ll Blog Parolmente.it, si propone di promuovere il territorio, attraverso la diffusione di notizie a carattere turistico, ambientale sociale, politico (apartitico) e culturale.
Contatti
parolmente@libero.it
Donazioni
Copyright © 2026 Parolmente.it All Rights Reserved
Instagram
magnifiercrossmenu