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Scrittura ed emotività

MARCO TABELLIONE.

Indicare i rapporti tra la scrittura e la sfera delle emozioni vuol dire innanzitutto cercare di approfondire i rapporti tra la lingua e l'emotività dell'uomo, risalendo alle origini stesse del linguaggio. Come è noto la lingua è un sistema di simboli, i quali nascono come simboli fonici e con un obiettivo cognitivo prima ancora che comunicativo. In effetti rappresentare la realtà simbolicamente, ed è ciò che il linguaggio in origine fa, vuol dire costruire una forma di conoscenza.  

      Infatti l'obiettivo dei primi simboli fonici, e successivamente delle parole più complesse che si ottennero unendo questi simboli fonici in sistemi più complessi, non era tanto quello di comunicare quanto, inizialmente, quello di costruire le cognizioni del mondo, vale a dire di identificare la realtà esterna e quindi di approntare una prima forma di conoscenza della realtà esterna, tenendo conto che la conoscenza dell'uomo avviene sempre attraverso delle coordinate soggettive, anche se possono essere filtrate da ragioni più o meno obiettive.

      Mentre la creazione della lingua orale ha richiesto milioni di anni secondo dei processi che sono quasi biologici, per cui non è possibile per essi individuare dei percorsi precisi, invece la scrittura, cioè la trascrizione grafica dei fonemi in grafemi, è avvenuta nel giro di poco tempo, e grazie a popoli, se non proprio autori, che possiamo individuare abbastanza bene. Per esempio in ambito mesopotamico si cominciò con i pittogrammi, segni che rappresentavano gli oggetti, e poi con gli ideogrammi altri segni che tendevano a rappresentare le idee, e solo più tardi, grazie ai fenici, è nato l'alfabeto come lo concepiamo noi moderni, basato su grafemi che non rappresentano le cose, ma i singoli fonemi di cui sono costituite le parole che poi indicano semanticamente gli elementi concreti o le idee della realtà.

      Bisogna dire, però, che, mentre l'apprendimento della lingua orale presuppone un processo spontaneo da parte del bambino - esso avviene infatti nei primi anni di vita in maniera pressoché spontanea, nonostante qualche aiuto da parte degli adulti – al contrario l'apprendimento della scrittura è totalmente forzato, e avviene a scuola attraverso un insegnamento diretto. La scrittura dunque presuppone un lavoro imposto, per il quale c'è bisogno di una didattica, e si apprende nei primi anni mediante un’iniziale alfabetizzazione, poi attraverso l’apprendimento della grammatica che consente di cominciare a ragionare sulle frasi semplici, e poi attraverso l’apprendimento della sintassi con la quale si assimilano le frasi complesse.

      In un certo senso si può dire che gli alunni, nel giro di pochi anni, giungono a replicare il lungo cammino del linguaggio, la cui conquista finale è rappresentata dalla cosiddetta struttura ipotattica, che consente di ampliare la capacità concettuale di parole e frasi. Infatti l’ipotassi, ottenuta mediante il contributo di un numero infinito di scrittori, attraverso l’uso delle subordinate, permette l’arricchimento espressivo della lingua, fino alla creazione di forme profonde e intense, che purtroppo la narrativa contemporanea sembra aver dimenticato, determinando, con il ricorso sistematico alla paratassi (una struttura per coordinate), l’impoverimento del linguaggio letterario, almeno rispetto ai capolavori del passato.

      Questo lungo cammino, che ci ha portati dai primi monosillabi alle rappresentazioni gerarchiche delle rappresentazioni ipotattiche, è stato ricostruito dal grande filosofo napoletano del Seicento, Giambattista Vico, che ha ipotizzato un’origine poetica della lingua, nel senso che, a parer suo, la lingua sarebbe nata già poetica. Secondo Vico, infatti, letteratura e lingua avrebbero conosciuto una nascita simultanea, in quanto i primi creatori di parole hanno agito da poeti, dando vita alle simbologie della lingua mediante il ricorso a facoltà immaginative e fantastiche, che i primitivi sembrano condividere con i fanciulli.

      In effetti, in base alla ricostruzione che l’autore napoletano fa nella sua opera La scienza nuova, la storia umana sarebbe caratterizzata da tre stadi ricorrenti, degli dei, degli eroi e degli uomini, a cui corrisponderebbero fasi politiche diverse, (teocrazia, aristocrazia e democrazia). Vico fa notare che l’uomo sarebbe passato così da uno stadio dominato dalla sensorialità, ad uno caratterizzato dalla passione, che lui definisce dell’avvertimento (cioè dell’emozione elevata a consapevolezza di sentimento), fino all’ultimo stadio che è quello della riflessione, cioè del raziocinio. Secondo lui la lingua sarebbe cominciata a sorgere durante il secondo momento, quello della passionalità, e questa persistenza dell’uomo nella dimensione emotiva avrebbe finito per caricare di pathos il linguaggio, portandolo ad effetti di canto, di musicalità, suoni adatti ad esprimere le passioni, e ciò avrebbe fatto sì che le prime emissioni di linguaggio sarebbero avvenute nella forma metrica e ritmica dei versi.

      La lingua nasce dunque poetica e nasce come canto, non per niente le canzoni sono anche nella contemporaneità le forme più adeguate, nella loro mescolanza di parole e musica, ad esprimere l'emotività. La primordiale lingua poetica, inoltre, è all’origine di quella operazione misteriosa e miracolosa che consente alle parole di partorire le idee sul mondo. Vico sostiene questo perché non solo i primi versi sarebbero stati i versi più veloci, come lo spondeo, in grado di rendere immediatamente un'idea, ma anche perché data la presenza nei primitivi di un forte senso della corporeità, nel loro immaginario solo il legame con elementi fisici e sonori, come sono appunto le parole, avrebbe consentito di esprimere le idee. Ciò porta lo studioso napoletano a credere ad una nascita prioritaria delle parole rispetto ai significati, e dunque a ritenere che sarebbe il linguaggio stesso a permettere all'uomo di definire le idee, identificarle e conoscerle. Ecco perché il linguaggio rappresenta innanzitutto uno strumento cognitivo, un mezzo precipuo di conoscenza.

      L’intuizione di Vico, d’altra parte, è già presente in autori molto più antichi, come Sant'Agostino, il quale all’inizio delle Confessioni, quando descrive la propria infanzia, accenna all’ipotesi che i bambini acquisiscano consapevolezza del mondo contemporaneamente alla lingua, e che dunque sia il linguaggio a permettere la nascita di una consapevolezza del mondo, degli altri e di se stessi, infatti Sant’Agostino afferma indirettamente di aver cominciato a pensare, e ad avere coscienza di sé, contemporaneamente all'apprendimento della lingua, e che tale apprendimento sarebbe risultato assolutamente spontaneo.

      Ciò che effettivamente si può senz’altro affermare è che nella nostra mente le idee hanno sempre una forma linguistica, e che quasi sicuramente è il linguaggio stesso che ci consente di approntarle, di conseguenza il linguaggio permetterebbe di creare consapevolezza, e ciò ci autorizzerebbe a ritenere che nell’uomo linguaggio e coscienza si sovrappongano perfettamente, e che il linguaggio coincida con l'essere dell'uomo.

      Naturalmente si tratta di ipotesi che nel nostro caso utilizziamo in senso letterario e che gli studiosi (specie i neurologi del linguaggio) stanno verificando. In più vi sono alcune posizioni nettamente contrarie all’idea che la lingua preesista ai significati, come quella del creatore della fenomenologia Husserl, secondo il quale la prova che le idee e i significati preesistono al linguaggio è dato dai casi in cui ci sembra di avere in testa l’idea ma ci manca la parola. In realtà si tratta di una mancanza di memoria, ciò che non si ricorda è quella parola che in precedenza ci ha consentito di formare un'idea, ma che non rammentiamo più. Del resto la posizione di Husserl non è molto condivisa; Jacques Derrida per esempio è giunto a sostenere che tutto è linguaggio, e linguisti come Noam Chomsky sono sempre stati disposti a confermare che il linguaggio nasce da categorie innate che sono essenzialmente le stesse in ogni uomo.  

      Queste posizioni sono state in qualche modo anticipate da Heidegger, il quale si è molto interessato del linguaggio e soprattutto del linguaggio poetico, arrivando a coniare l’equazione di linguaggio ed essere, per cui il linguaggio rappresenterebbe la casa dell'essere, sostenendo l’ipotesi dunque che il linguaggio non sarebbe un semplice strumento, e che l'uomo, lungi dal possedere il linguaggio, sarebbe piuttosto posseduto da lui, e che, in definitiva, la coscienza umana non è che una sua creazione, una creazione cioè del linguaggio stesso.

      Tale ipotesi emerge anche dalle indagini del linguista russo Vygotskij, il quale è stato fra i primi a parlare di linguaggio interiore, una sorta di identità linguistica personale che sarebbe alla base della formazione della consapevolezza umana. Vygotskij studiando i bambini russi che gli erano stati affidati, si accorse che il problema di molti di essi derivava dal fatto di non aver vissuto in un ambiente sufficientemente stimolante, ambiente dal quale noi recepiamo soprattutto il linguaggio, in una forma che poi utilizziamo per elaborare la nostra personalità.

      Vygotskij è stato spesso opposto a Piaget, tra i massimi studiosi dell’evoluzione infantile, secondo il quale invece la formazione dell’uomo dipende da tappe evolutive di tipo biologico, mentre per Vygotskij tutto è legato all'ambiente, tanto che è possibile teorizzare secondo lui una zona di sviluppo prossimale a cui l’individuo può giungere se gli stimoli sono sufficienti. In un certo senso ognuno di noi attinge da un linguaggio collettivo per elaborare una forma di linguaggio interiore che ci forma nella profondità della coscienza.

      La priorità del linguaggio rispetto alla conoscenza umana fu formulata tra i primi dal citato Vico, secondo il quale esisterebbe una sapienza poetica originaria, prioritaria non solo rispetto alle cosiddette discipline umanistiche ma anche rispetto alla fisica e ad altre scienze. Alcuni miti della tradizione giudaico-cristiana confermano a pieno la priorità del linguaggio, si pensi al celebre attacco del Vangelo secondo Giovanni in cui si afferma: “In principio era il verbo”, oppure all’Adamo biblico che dà il nome alle cose, o addirittura al Dio della genesi che crea parlando. Fatto quest’ultimo che non sfuggì a Sant’Agostino il quale nelle Confessioni si chiede che cosa sia il linguaggio che Dio usa per generare il mondo, notando che non può trattarsi di un linguaggio orale, emesso in assenza di aria e di corde vocali. Il padre della Chiesa in questo modo lascia intuire che potrebbe trattarsi di una forma di linguaggio interiore, che non ha bisogno di esprimersi oralmente. Non per niente è stato sperimentato da ricercatori neuronali che, a livello cerebrale, le aree interessate durante l'emissione di linguaggi orali sono praticamente le stesse di quelle che si accendono in presenza di linguaggio interiore, cioè esclusivamente pensato. Insomma ci troviamo di fronte ad uno stesso sistema linguistico che permette sì di comunicare, ma a monte fa molto di più: esso permette di creare la concezione stessa della vita e della realtà.

      Questa diatriba nell’analisi del rapporto tra linguaggio e pensiero, e cosa nasca prima, è stata forse risolta già da Aristotele, il quale nella Logica, dove si occupa di logos, che per i greci indica un misto di ragione e lingua, dichiara che la lingua orale è il simbolo dell'anima è che la lingua scritta è a sua volta il simbolo della lingua orale. Se andiamo a controllare che cosa significano i greci con il termine symbolon, ci accorgiamo che il simbolo non è un segno che rappresenta la cosa, ma è la metà di un pezzetto di legno con cui si poteva garantire il riconoscimento di un’identità attraverso il ricongiungimento delle due metà. Ora, se per i Greci il simbolo è la metà di un intero, cioè se il simbolo consiste nella Cosa e non la rappresenta semplicemente, questo ci fa capire che tra linguaggio e pensiero c'è una importante identità, che non può essere ignorata.

      Non per niente il Vangelo di San Giovanni utilizza il termine logos, poiché è scritto in greco. Insomma i miti confermano la riflessione di Aristotele, e autorizzano ad ipotizzare l'idea di una perfetta congiunzione tra pensiero e linguaggio, poiché ognuno è simbolo dell’altro. Sappiamo anche che a livello psicanalitico, lo stesso Jung tende a sostituire l'idea di segno, che rinvia in maniera univoca ad una cosa rappresentata, con l'idea di simbolo che si identifica con la cosa, così come il pensiero si identifica con il linguaggio. 

      Il filosofo Karl Jaspers in Metafisica concepisce la cifra proprio come un simbolo da vivere, piuttosto che da interpretare, un simbolo che consentirebbe di vivere l'essere all’istante, non solo di comprenderlo cioè di averne cognizione, ma di coincidere con esso, poiché il simbolo è ciò che non si interpreta, bensì si vive. Se si analizza mediante tali suggestioni la distinzione che De Saussure fa fra langue (sistema linguistico) e parole (uso personale del linguaggio) si comprende la fattività di quanto affermato.

      Il linguaggio interiore, sulla scorta di quanto detto, potrebbe essere considerato come una specie di presenza all'interno dell'essenza umana, una presenza che ci porta a un'idea nuova di linguaggio, ma anche ad un'idea nuova di poesia, in base alla quale il poeta non sarebbe solo e semplicemente creatore della propria opera, ma sarebbe piuttosto investito da una funzione oracolare. Indicativo è il termine che Heidegger utilizza per indicare l’arte della poesia, al posto del diffusissimo poiesis greco, che vuol dire fare, creare, mette in scena un termine che la lingua tedesca fa derivare dal latino, vale a dire dichtung, che vuol dire alla lettera dettato, per cui il poeta non sarebbe un creatore, ma risponderebbe ad un dettato, cioè scrivere significherebbe seguire un dettato. E si pensi a Rimbaud il quale riflettendo sul suo fare poetico, sosteneva di non pensare ma di essere pensato e di essere collegato con una sorta di intelligenza universale. 

      Da queste affermazioni viene fuori l'idea che il linguaggio interiore coincida con l’essenza della poesia e addirittura dell’essere umano stesso. Dante nel canto del Purgatorio in cui immagina di incontrare il poeta Bonaggiunta Orbicciani, dal quale si fa chiedere da dove ha preso il dolce stil nuovo che lo ha reso grande, risponde dicendo più o meno “io sono uno di quelli che come detta il cuore scrive” (i’mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’è ditta dentro vo significando – Purgatorio XXIV 52-54) facendo riferimento al dettato individuato secoli dopo da Heidegger, e alcuni versi più in là Dante stesso usa il termine di dittator (dittatore) nella stessa accezione, collegato con il dictator latino, per cui scrivere vorrebbe dire sì a un linguaggio interiore.

      Le nostre riflessioni a questo punto ci consentono di andare oltre il rapporto tra linguaggio e coscienza, e di penetrare l’abisso che si cela dietro il linguaggio e che è rappresentato da quella dimensione che Jung chiama inconscio collettivo. Si tratta dello spazio dove si muovono gli archetipi, chiamati da Freud simboli arcaici, che rappresentano un patrimonio collettivo, da cui deriverebbe tutto l'apparato mitologico degli antichi popoli. Torniamo di nuovo all’idea vichiana di linguaggio primordiale, in cui poesia e narrativa si mescolavano nel poema epico, epica che metteva a frutto i miti anteriori, mediante i quali la letteratura si faceva strumento di conoscenza della realtà.

      Jung sostiene che gli archetipi garantirebbero agli esseri umani una sorta di compensazione, insegnando ad accettare l’angoscia della morte, la presenza del dolore ed altro. Gli archetipi esisterebbero nell'uomo in maniera misteriosa, ma comunque spiegabile, così com'è spiegabile l'esistenza dell'istinto negli animali. Tutto questo ci fa capire che l’opposizione tra interno ed esterno all'uomo non ha più senso proprio alla luce della relazione tra linguaggio, pensiero e letteratura. Attraverso la letteratura e la poesia l'uomo potrebbe giungere a comprendere a pieno il rapporto intenso con l'altro, l’idea di una identificazione completa con l'altro, per cui essere sé stessi significherebbe in un certo senso anche essere l'altro. Un motivo in più per riconoscere che l’apertura della scrittura alla emotività personale è solo un primo passo verso una comprensione più profonda dell’essere umano.

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