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Pietracamela, fra' Mario da Penne e il brigante Ferdinando Di Venanzo

ELSO SIMONE SERPENTINI.

Domenica 17 marzo 1861 con un atto normativo del Regno di Sardegna sabaudo, la legge n. 4671, Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d'Italia, sancendo così l'unità nazionale. Il re sabaudo continuava a essere "secondo", e non "primo", come segno della continuità della dinastia di casa Savoia che aveva realizzato l'unificazione italiana e della continuità del sistema costituzionale. Nella sua relazione Cavour ricordava che "il Parlamento, nel giorno solenne della seduta reale, coll'entusiasmo della riconoscenza e dell’affetto, acclamava Vittorio Emanuele II Re d'Italia".

Proprio quella domenica a Pietracamela, dove c'era una certa tranquillità, ma si registrava inospitalità nei confronti delle guardie a cui si era costretti a dare alloggio e avversione nei confronti del cancelliere e del padre predicatore, fra' Mario da Penne, quest'ultimo, essendo la domenica in Albis, fece la predica quaresimale, parlò del peccato dello scandalo, della pessima condotta della gioventù, dello scandalo della bestemmia, dell'ubriachezza e del ladrocinio.

- Tante famiglie - disse - sono state derubate, denudate nella roba non tanto dai briganti, quanto dagli stessi paesani, come si dice pubblicamente, così inaspriti nel cuore. Si deve restituire la roba tolta.

Si diceva che uno dei responsabili delle razzie fosse Ferdinando Di Venanzo, il quale, proprio quando erano arrivati i briganti, insieme con suo padre e sua madre e altri suoi fratelli, si era portato nelle case dei vicini, facendo bottino di ogni cosa. Proprio in quei giorni erano arrivate in paese delle guardie nazionali pennesi e si diceva che le avesse fatti venire proprio il predicatore, che era di Penne. Da qui l’indignazione degli abitanti, uno dei quali avvertì il predicatore di un imminente un attentato contro di lui. Così fra Mario poche ore dopo la sua predica pensò bene di allontanarsi insieme con il distaccamento di nazionali che era stato richiamato perché doveva dirigersi verso Tottea e partirono per Fano Adriano. Sarà poi dispensato dal tornare a Pietracamela dal Vicariato Generale di Penne. Quella sera, verso le 22, alcuni paesani, tornati da Fano Adriano e dalla taverna di un tale Cerrone, avevano detto che un forte numero di briganti provenienti da Valle Castellana erano già giunti vicino Tottea e un loro avamposto aveva sottratto in un mulino una certa quantità di farina. Così al distaccamento di Penne era stato ordinato di partire per Tottea e ad esso si unì fra' Mario nel lasciare Pietracamela. Ma intanto vennero inviate due spie verso Nerito, per accertare dove fossero realmente i briganti, e scoprirono che la voce della presenza dei briganti a Tottea era falsa, sparsa ad arte da un sacerdote, don Francesco Battista, che stava a Senarica. A Fano Adriano tornò così la tranquillità e il distaccamento di Penne si apprestò a partire, ma il capitano fece arrestare Ferdinando Di Venanzo, che, mentre i suoi uomini partivano, si era messo a fischiare, ponendoli in ridicolo. Era stato il primo ad uscire sventolando la bandiera rossa nell'andare incontro ai briganti quando erano arrivati a Pietracamela. Nella relazione su quanto accaduto, il comandante della guardia mobilizzata di Penne, suggeriva di distruggere la taverna di Cerrone e le casette di Cacafico ed Ortolano, che erano ricovero dei briganti. Civitella, assediata dal 23 settembre, cadde tre giorni dopo, mercoledì 20 marzo 1861.

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