
di Fiamma DI LEONARDO -

In un’epoca in cui la cultura pop sembra sempre più a suo agio nel mescolare il sacro con il profano, il nuovo brano di Annalisa, Maschio, merita una riflessione attenta da parte di chi, come me, vive la fede cattolica come centro della propria vita.
Il testo della canzone, che a una prima lettura può sembrare solo un gioco teatrale sull’identità maschile, contiene in realtà elementi profondamente problematici dal punto di vista spirituale. Non si tratta solo di provocazioni gratuite, ma di riferimenti che toccano in modo superficiale e irrispettoso ciò che è sacro per milioni di persone.
Questa frase rappresenta un’infrazione diretta del secondo comandamento: Non nominare il nome di Dio invano. Giurare su Dio per enfatizzare un desiderio passionale non è solo inappropriato: è una banalizzazione del sacro.
"Ma te lo giuro su Maria"Ancora più grave è chiamare in causa il nome della Vergine Maria, Madre di Cristo e figura di purezza, amore e obbedienza totale alla volontà di Dio. Usare il suo nome per sottolineare un pensiero legato alla passione o alla seduzione non solo ferisce la sensibilità dei credenti, ma manca profondamente di rispetto verso una delle figure più amate e venerate della fede cristiana.
Questa espressione, spesso usata in modo goliardico, qui sembra rientrare in una narrazione che quasi esalta il caos, il desiderio sfrenato, l'istinto. Ma il diavolo non è una metafora qualunque. Nella fede cristiana rappresenta il divisore, colui che si oppone a Dio, alla verità, alla vita. Evocarlo in questo contesto, come se fosse una figura romantica o passionale, è estremamente fuorviante e pericoloso dal punto di vista simbolico.
Questa frase sembra voler criticare o esplorare i ruoli di genere, ma finisce per svuotare completamente il concetto di dignità personale, riducendo l’identità maschile a una logica di mercato e di desiderio. Nessun riferimento alla vocazione dell’uomo, alla sua capacità di donarsi, di costruire, di proteggere.
Anche il rovesciamento della narrazione biblica su Adamo ed Eva, che nella Scrittura non sono solo due nomi, ma portano con sé un significato profondo sul senso dell’essere umano, del peccato, del perdono, appare come un’operazione superficiale.
L’arte ha certamente il diritto di provocare ma non ha il diritto di dissacrare impunemente ciò che è sacro. Quando Dio, Maria, il diavolo, il segno della croce, Adamo ed Eva diventano strumenti per alimentare un’estetica per fare spettacolo allora non stiamo più parlando di creatività, ma di smarrimento culturale e spirituale.
Non scrivo queste parole per giudicare, né per erigermi a voce della verità. Non voglio risultare bigotta o chiusa al dialogo. Il mio intento è solo quello di lanciare un appello a riflettere, con carità, ma anche con chiarezza, su come la cultura popolare, e chi ha grande visibilità, può scegliere se edificare o disorientare.
Alla stessa Annalisa, che ha talento e ascolto, rivolgo un invito sincero: rivedere le sue scelte artistiche. Non ogni ispirazione è divina, alcune suggestionano, ma non redimono; scuotono, ma non guariscono. Questo brano, più che ispirato dallo Spirito che vivifica, pare nato da un soffio ingannevole, da quella voce antica che semina confusione sotto il velo del fascino. È il canto seducente di chi cerca di imitare la luce, ma porta con sé solo ombra. “Satana infatti si traveste da angelo di luce” (2 Corinzi 11,14). E noi, se non vegliamo, rischiamo di scambiare per bellezza ciò che ci allontana dal Vero.















