
di ANTONIO MEZZANOTTE
Ci sono pomeriggi in cui la calura dell’estate adriatica sembra fermare il tempo, lasciando che le ombre della storia tornino ad allungarsi sulle antiche pietre delle nostre terre marittime. È in uno di questi momenti di sospensione che mi ritrovo al cospetto di un giovane colonnello dal portamento fiero, cinto da una lucente armatura da parata, ma con lo sguardo vigile di chi ha conosciuto le notti insonni della guarnigione. È Giovannantonio II Caracciolo (1535-1598), Marchese di Bucchianico e futuro primo Principe di Santobono, l’uomo che nell’estate del 1576 ebbe il compito di difendere Vasto e la costa abruzzese contro il terrore venuto dal mare.
D: «Signor Marchese — o dovrei già chiamarvi Eccellenza, pensando al titolo principesco che Filippo II vi concederà nel 1590? — la vostra giovinezza a Vasto non fu certo un soggiorno di tutto riposo. Nell’estate del 1576 la flotta turchesca faceva tremare nuovamente l’intera marina d’Abruzzo, dieci anni dopo i lutti e le distruzioni causati da Piyale Pascià...»
R: «Parlatemi pure come al giovane colonnello di allora, caro amico. All’epoca avevo il sangue caldo e la responsabilità di circa duemila archibugieri sulle spalle. Da mio padre Marino III, governatore delle Calabrie, avevo imparato l’arte delle fortificazioni, del tracciamento delle strade e il rigore della vigilanza litoranea, ma quando da Lanciano e dalla Schiavonia giunsero le lettere che avvisavano della “panatica” turca alla Valona, cioè dei preparativi dei viveri per la flotta del Turco, capii che non c’era tempo per i formalismi. Bisognava blindare la costa.»
D: «Padre Serafino Razzi, nelle sue memorie adriatiche, descrive con dovizia di particolari la vostra strategia difensiva. Non vi limitaste a schierare la truppa...»
R: «Per forza! La paura del 1566 era ancora viva nelle carne dei terrazzani. Appena giunto a Vasto con le compagnie di Sulmona del capitano Battaglino — quattrocento archibugieri, mica scherzi! — quelle di Castel di Sangro e i forti militi dei miei castelli della Tresta, ordinai subito di murare le porte della Terra. Ne lasciai aperta solo una verso le montagne, vicina al castello, e murai perfino la Porta Nuova, proprio lì accanto al convento dei Domenicani. Poi feci “purgare” il perimetro: via siepi, via alberi. Il nemico non doveva avere un solo palmo d’ombra per appostarsi.»
D: «E a mare? Non vi fidavate solo delle mura?»
R: «Mai fidarsi del solo mattone! Posi i cavalli lungo la marina e armai una fregata per perlustrare il largo del golfo dinnanzi al Vasto. E la notte... beh, la notte non si dormiva o si dormiva con un occhio solo.»
D: «A proposito di notti insonni, il Razzi racconta un episodio che vi vide protagonista e che per poco non vi costò la vita. Ce lo raccontate con parole vostre?»
R: «Ah, la famosa sentinella! Ero solito uscire in incognito al buio per verificare se i posti di guardia mantenessero la sveglia. Una notte incappai in un novizio soldato, un ragazzo poco pratico. Mi chiese la parola di contrassegno; io esitai un secondo per testarlo e lui... SBAM!... mi scaricò l’archibugio a bruciapelo! Dio volle che la palla sfiorasse soltanto la frangia della mia corazza. Se ne dissero tante, ma non lo feci giustiziare: fu messo in prigione per qualche giorno, ma riconobbi che aveva fatto solo il suo dovere con rigido rispetto degli ordini. Meglio un soldato troppo zelante che uno addormentato!»
D: «C’è un’altra immagine suggestiva dipinta da Padre Serafino: voi a cavallo, in camicia con in pugno una spada, al bagliore delle lanterne durante un allarme.»
R: «Ricordo bene quella notte. I fuochi di segnalazione sui pali s’accesero all’improvviso lungo le strade e la marina. Saltai in sella al primo cavallo che trovai, così com’ero (indossavo una semplice camicia), correndo a rassicurare i soldati sulle mura. Per far capire ai Turchi al largo che la città era sveglia e armata fino ai denti, ordinai una salva generale d’archibugi. Il boato rimbombò per miglia sul mare. Nessuno osò sbarcare.»
D: «Eppure, tra una scaramuccia e un editto severo per pacificare i tumulti scoppiati tra i soldati e i cittadini “terrazzani”, ci fu spazio anche per la devozione. Razzi vi definisce “gentilissimo, cortese, humano e tanto cattolico”...»
R: «Il valore militare senza la fede è solo brutalità. L’Alfiere di Sulmona veniva ogni mattina in chiesa con un seguito imponente; il Capitano Battaglino, quando cadde malato, chiese le preghiere di Padre Razzi e, guarito, portò una ricca elemosina. Quanto a me, pretendevo che ogni volta che giungevano notizie della flotta turca, tutti i soldati si accostassero prima di tutto alla confessione. Bisogna essere in pace con Dio prima di imbracciare l’archibugio, ma mi rendo conto che queste sono cose che voi moderni non potete capire...»
D: «Beh, certo, oggi abbiamo un pensiero un po’ diverso sulla guerra e sulla fede, ma non dappertutto e il passato sembra non aver insegnato nulla… Ma parliamo di Voi: un’attitudine spirituale e un mecenatismo, il vostro, che prima a Bucchianico con il castello e la piazza d’armi, poi a Napoli con il grandioso palazzo alla Carbonara e, quindi, a San Buono trovò la sua consacrazione terrena e architettonica.»
R: «San Buono è stato il cuore del nostro feudo. Lì abbiamo trasformato il vecchio castello medievale in residenza di famiglia e ristrutturato la parrocchiale. Ma l’opera che ho più a cuore resta la fondazione, nel 1575, del Convento di Sant’Antonio di Padova per i Frati Minori Osservanti, alle pendici del Monte Sorbo. Un luogo di pace, ricco d’acque e di boschi, che mio figlio Marino IV avrebbe poi portato a compimento. Volevo che la mia casata lasciasse sul territorio non solo mura difensive e editti di guerra, ma un presidio di fede, cultura e bellezza.»
D: «I soldati partirono poi alla fine di agosto, placata l’emergenza, lasciando il Vasto pacificato. A distanza di secoli, il vostro nome resta legato tanto alla difesa della costa quanto alle pietre sacre di San Buono.»
R: «Abbiamo fatto il nostro dovere d’uomini di spada e di governo, caro amico. Abbiate cura di queste memorie: raccontano di quando l’Abruzzo sapeva difendere il suo mare e onorare la sua terra.»
















