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La “Venere nera” di Elso Simone Serpentini

ELSO SIMONE SERPENTINI.

La prima volta che apparve alla mensa della Casa dello studente, in via De Lollis, fu “una visione”. Rimanemmo tutti senza fiato, uomini e donne. Coltelli, forchette e cucchiai rimasero sospesi per aria, le bocche aperte, gli occhi sbarrati. Era una Venere… nera. Aveva un corpo fantastico, forme fantastiche, curve degne del migliore circuito di Formula Uno, pelle come ebano lucido, occhi di fuoco, labbra carnose, cappelli neri, lunghi e sciolti sulle spalle. Andatura da giaguara, la più bella della giungla. Si sedette ad un tavolo, e nessuno le staccò gli occhi di dosso. Coltelli, forchette e cucchiai ripresero a fatica il loro lavoro, così come le bocche ricominciarono a chiudersi e a riaprirsi per mangiare, ma gli occhi rimasero sgranati, fissi su di lei.

Era incantevole, di una sensualità così prorompente da far rimanere senza fiato. Continuò a venire gli altri giorni, sedendosi sempre tra i sudamericani, e parlando con qualcuno di loro, ma ogni volta c’era una folla attorno a lei quando doveva prendere posto. Era una gara ad averla seduta al proprio posto, c’era chi l’invitava, chi le offriva il posto, chi le offriva la sedia, chi una sigaretta (si poteva fumare allora anche nei posti pubblici e a mensa), chi cercava di parlare con lei. C’era una competizione ogni volta, a pranzo e a cena, lei a pranzo veniva al secondo turno, che diventò proibito per il numero troppo grande, sì che si doveva per forza aspettare il terzo turno. A cena c’era un turno solo, perché meno frequentata, ma spesso mancavano i tavoli e si era respinti. La cosa durò un bel po’. La “Venere nera” spopolò per un lungo periodo, tanti come mosconi impazziti attorno ad una goccia di miele.

I commenti si intrecciavano, ma più che commenti erano parole di ammirazione, profonda e senza limiti. I maschi pensavano con invidia a chi un giorno fosse riuscito a sedurla, le femmine non nascondevano la loro invidia e il desiderio impossibile di essere belle quanto lei. Si seppe che era brasiliana, lo si capì anche da come parlava e il suo parlare sembrava un canto, quello di una sirena, a sentirlo bisognava farsi incatenare come Ulisse all’albero maestro della nave. Nessuno ne chiese il nome e nessuno lo seppe. Sapere il nome era superfluo, non serviva.

Quando arrivava a mensa si levava un mormorio diffuso, crescente, che si placava quando con le sue movenze feline si sedeva ad un tavolo e si diradava un po’ la folla degli ammiratori. Nessuno si chiese che corsi seguisse, che studi facesse, a che facoltà fosse iscritta. Tutto era superfluo. Contava solo la sua prorompente bellezza. Non c’era spazio per niente altro, non si voleva sapere niente altro, mancava ogni parola per farsi domande. Si imponeva un solo interrogativo: chi? Chi l’avrebbe colto quel fiore? Non sembrava avesse un fidanzato, perché non veniva mai accompagnata da qualcuno che sembrasse tale, ma solo seguito dal codazzo di chi si poneva come perduto ammiratore. La cosa durò a lungo. Io e il mio amico Quirino Iannetti, che tutto sommato eravamo persone serie, restammo alla larga da quel bailamme e ci limitammo a registrare il fenomeno, pur rimanendo a bocca aperta davanti a quello splendore di donna e ai suoi decolté per quei tempi impensabili.

Ma un giorno accadde qualcosa… accadde un giorno preciso, anche se, a pensarci, era sorprendente che si fosse preso atto un giorno preciso di una cosa che doveva essere stata percepibile da qualche giorno, ma non si era percepito. Fu in un giorno preciso che duecento studenti che cenavano una sera alla mensa si accorsero che la “Venere nera” era… incinta. Non so spiegarmi come l’incanto cessò di colpo. Di colpo non ci furono più mormorii, codazzi di ammiratori, competizioni per averla al proprio tavolo, sguardi di ammirata stupefazione, segni di interesse. Di colpo scese il silenzio. Ora, quando entrava nella sala mensa, gli sguardi restavano bassi, i pensieri assenti, nessuno la guardava, nessuno le si avvicinava, nessuno più le offriva il posto, la sedia, una sigaretta, nessuno le rivolgeva la parola. L’incanto era finito. Non so se all’immagine della donna si fosse sostituita quella della madre, se il senso o la speranza di una conquista fosse venuto meno, se ciò che era sembrato magari lontanamente possibile si fosse improvvisamente rivelato vano. Venere non era più Venere.

Ci si chiese chi… avesse colto la rosa, chi ne avesse assaporato il profumo, ma non si seppe mai. Nessun nome venne fatto, nessuna domanda venne posta e nessuna risposta venne data. Un nostro collega napoletano, sempre dalla battuta pronta, come tutti i napoletani, disse, citando un verso della celebre canzone napoletana “Tammurriata nera”: “Chi sa chi ha cogliuto bbuone ‘o tire?”.Tutto finì così, fino a quando la “Venere nera” non si vide più. E nessuno ci fece più caso o ne parlò più, nemmeno quando dopo qualche tempo a mensa non la si vide più. Su lei e sulla sua storia scese il sipario, senza far rumore.

(Nelle foto io e il mio amico Quirino Iannetti (de Furnarole) davanti alla Casa dello studente di via De Lollis).

Foto di copertina: https://www.telasutela.it/opera-3625-Venere+nera

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