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La storia moderna di Pianella attraverso la documentazione archivistica. 4  - La Cappella della famiglia de Caro nella chiesa del Carmine acquistata nel 1761 da Domenico Cipriani.

DIEGO TROIANO.

Il giorno 22 aprile del 1761, con atto notarile di notar Daniele Buccieri (Fig. 1) stipulato presso il convento di S. Maria del Carmelo; il Magnifico Paolo de Caro di Pianella, erede universale del fu abate don Rocco de Caro vende al Magnifico Domenico Cipriani la sua cappella ed altare siti all’interno della chiesa dei suddetti carmelitani.

Davanti il notaio sono presenti oltre ai contraenti anche i monaci che autorizzano tale passaggio di proprietà Angelo Bastiani odierno priore, ed i padri Alberto Zerbini, Giovanni Maria Cristofori, Antonio Prosperi e Arcangelo Biagini.

Le suddette parti hanno asserito:

“come la famiglia de Caro in questa terra anticamente ha goduto l’onnificienza (?) nella chiesa del convento d’un altare sotto il titolo della Beatissima Vergine della Vittoria e come che molti anni sono, fu riedificata dai suddetti P.P. la suddetta chiesa da fondamenta, giudicò bene il quondam Giovanni Battista Sansonio de Caro padre del detto Paolo di rifare con permissione dei Padri a sue proprie spese la cappella in cornu evangeli del Cappellone della Beatissima Vergine del Carmine, ed aver fatto fare gli stucchi, statue, quadro, vetriata  e sepoltura davanti detta cappella, come al presenta si vede”. Ed avendo fatto il conto con i padri carmelitani, questo ascende alla spesa di 65 ducati (Fig. 2).

Avendo adesso esso Paolo de Caro deciso di non abitare più a Pianella e portare il suo domicilio altrove, e volendo altresì esimersi dagli impegni che gli competono come ad esempio provvedere al decoro di questo altare con le necessarie suppellettili, ha deciso di vendere tale cappella.

Con il presente atto quindi, alla presenza dei padri carmelitani sopra nominati, cede la suddetta cappella con altare al Magnifico Domenico Cipriani che ne acquisisce la proprietà con l’indennizzo delle spese fatte dal detto fu Giovanni Battista Sansonio de Caro suo padre, rinfranco pari a 65 ducati.

Infine per l’amore el’affetto che lo stesso Domenico Cipriani nutre nei confronti di Paolo de Caro, gli offre la possibilità di poter essere sepolto, congiuntamente con sua madre (Domenica de Caro), nella suddetta cappella.

L’esistenza di questa cappella con sepoltura dei De Caro nella chiesa del Carmine era già nota da altri documenti seicenteschi. Ad esempio vi fu certamente sepolto, Vincenzo de Caro (padre di Rocco ultimo discendente dei de Caro a Pianella), come si evince dal suo testamento del 1683.

Fu appunto Rocco de Caro a lasciare tutti i beni di famiglia a Giovan Battista Sansonio della città di Venezia, residente in Abruzzo, marito di Domenica de Caro e padre del nostro Paolo Sansonio De Caro, che vende la cappella al Cipriani.

L’atto notarile in oggetto ci permette di avere, altre, importanti notizie e di precisare l’esatta collocazione della cappella all’interno dell’edificio religioso dopo la completa ristrutturazione della chiesa.

Nel documento si menziona chiaramente che la primitiva cappella dei de Caro era intitolata alla Madonna della Vittoria ovvero alla Madonna della vittoria della battaglia di Lepanto.

Solo dopo la riedificazione dell’intera chiesa, avvenuta dalle fondamenta, come si dice nell’atto stesso, che da altre fonti sappiamo avvenuto fra il 1732 ed il 1741 del ‘700, l’edificio si dotò di nuove cappelle fra cui la nostra.

La nuova struttura religiosa quindi, con ogni evidenza, non coincide con quella antica, per questo motivo possiamo affermare che, allo stato attuale degli studi, nulla si conosce del primo altare dei de Caro in questa chiesa.

A seguito della radicale riedificazione dell’immobile, l’allora proprietario Giovanni Battista Sansonio de Caro provvide a sue proprie spese, (così come avvenne da parte delle maggiori famiglie pianellesi per tutte le altre cappelle laterali) di far abbellire la struttura con la realizzazione di decorazioni in stucco, con ornati e statue, vetrata sul finestrone al di sopra dell’altare, e sepoltura avanti (Figg. 2-9).

La decorazione in stucco è stata attribuita da Franco G. Maria Battistella alla bottega di Carlo Piazzoli. L’impianto decorativo in stucco segue lo schema che si ripete allo stesso modo in tutte le cappelle della chiesa, in questo caso le statue dei santi carmelitani presenti ai lati dell’altare possono essere identificati con il profeta Elia in abito carmelitano (quello sulla sinistra) e S. Alberto Carmelitano ovvero S. Alberto da Trapani (Fig. 9) che regge fra le mani un boccale (sulla destra).

Soprattutto degno di nota è la mutata intitolazione della cappella stessa che con l’occasione assunse il titolo di “Beatissima Vergine del Carmine”.

Lo stesso quadro d’altare, fatto realizzare dopo la riedificazione della chiesa fra il 1732 ed il 1741 da Giovanni Battista Sansonio de Caro, si conserva ancora oggi, con molti rimaneggiamenti novecenteschi e presenta la Madonna del Carmine fra due santi carmelitani, tela (Fig. 3).

Sappiamo inoltre anche quanto il Sansonio de Caro spese di preciso per tutti questi lavori, ovvero 65 ducati, la stessa quantità di denaro che anni dopo, nel nostro atto del 1761, come viene espressamente indicato, Paolo chiede per la vendita al Cipriani.

Per quanto riguarda poi la collocazione, certamente non ci si può sbagliare la cappella era posta, come viene detto nel suddetto documento, “in cornu evangelii”: ovvero rispetto all’altare maggiore, guardando verso questo, sul lato sinistro (Fig. 4).

Lo stesso Domenico Cipriani sembra sia entrato in possesso della cappella qualche mese prima di aver redatto l’atto, infatti nel suo primo testamento del 19 gennaio dello stesso anno 1761 lascia una considerevole somma ai padri carmelitani del convento pianellese per messe da celebrarsi nell’altare della Beatissima Vergine del Carmine. Nel secondo testamento del 1770 di notar Francesco Paolo Vitacolonna, lo stesso Domenico Cipriani dichiara di voler essere sepolto proprio nella suddetta Cappella della Vergine Santissima del Carmine (vedi infra).

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Il rapporto di “amore e d’affetto” che lo stesso Cipriani nel suddetto documento del 1761, proferisce nei riguardi di Paolo Sansonio de Caro deriva probabilmente da una frequentazione dei due, documentata già da qualche anno; quantomeno dal 1757, quando Domenico Cipriani acquista il palazzo che diventerà poi la sua casa, della Badia di Santo Spirito, proprietà degli abati della famiglia de Caro e confinante lateralmente con il palazzo del suddetto don Paolo.  

Con atto notarile di notar Daniele Buccieri (Fig. 10), il 26 marzo 1757 don Filippo Ferdinando di Caro Barone delle terre di Sanseverino, Carmiano e Magliano attuale “Governatore” del Monte e Badia di Santo Spirito di Pianella insieme a suo fratello don Andrea di Caro Abate della stessa badia, attraverso un mandato o procura indirizzata a Pianella a don Paolo Sansonio de Caro loro parente, vendono al signor Domenico Cipriani la casa di detto Monte “di stanze o siano membri diciassette, cioè dieci stanze superiori e sette inferiori con cortile ed entrata al portone, orto, cisterna da acqua e vaschie. Sita e posta dentro di detta Terra di Pianella, nel rione di S. Antonio, giusta davanti la strada pubblica, al di fuori o sia di dietro gli attennimi ed orto, da un lato il Magnifico Giacomo Sabucchi e dall’altro lato parte la strada vicinale e parte la Serenissima Casa di Parma; e propriamente quella che al presente si tengono affittate da Ignazio (?) de Petri per annui ducati 10, da Sabatino Carpineto per annui ducati 3, da Antonio de Berardinis per annui ducati 8, da Giovanni Antonio Coccinetto per annui carlini 27, da Donato Antonio di Saverio per annui carlini 15 e da Luzio di Luzio per annui carlini 15 …

Ha soggiunto il detto Magnifico Paolo Sansonio de Caro … come trovandosi la suddetta casa con muraglie e lamie antiche e cadenti, habbia deliberato … di venderla ed alienarla …” ad suddetto Domenico Cipriani per il convenuto prezzo di 600 ducati, nonostante lo stabile sia stato valutato diversamente da comuni periti.

Cipriani si impegna a pagare in Napoli in mano di don Filippo Ferdinando di Caro.

In allegato all’atto è inserito l’apprezzo dello stabile da parte dei periti comunemente eletti. Nell’apprezzo il barone Don Filippo Ferdinando viene detto di Rocca Gloriosa “abitante in Napoli”. Nella descrizione della consistenza dell’immobile, vengono meglio specificate che le vasche sono due, e si annota che sono da effettuarsi necessari restauri “perché è tutta cadente, tanto le muraglie laterali quanto le lamie, mancandoci quasi tutte le porte e finestre” per cui i periti alla stima iniziale di 780 ducati affermano che per il cattivo stato di conservazione nella quale la casa è ridotta e per i necessari risarcimenti da effettuare, riducono la valutazione a 490 ducati.

I 600 ducati pagati da Domenico Cipriani furono riscossi a Napoli dal Barone Filippo Ferdinando di Caro con una fede di credito intestata a don Amico Probo in data 30 giugno 1757. Lo strumento d’acquisto fu ratificato sempre in Napoli con atto del notaio Filippo di Mauro di Napoli, stipulato in data 8 luglio del 1757.

Questa casa della Badia di Santo Spirito è ancora in parte rimasta immutata fino ai nostri giorni (Figg. 12, 13, 14) e si caratterizza per l’accorpamento di due stabili.

Si tratta nello specifico nel primo caso del fabbricato che confina sulla destra con il bel portone del palazzo de Caro in via Cesare Battisti; quello in parte costituito dall’area dello stesso palazzo de Caro ovvero la parte retrostante e che sovrasta ed affianca la chiesa di Santo Spirito, l’edificio di culto, presente in una disegno del 1666 successivamente descritto, identificato oggi con la sede della CGIL Pianella (Figg. 13 e 14 alla lettera B).

Questa prima parte, compresa la zona retrostante oggi occupata dalla banca Caripe che affaccia su viale Regina Margherita, dopo il passaggio di proprietà nel 1757 ai Cipriani, nell’ottocento venne ereditata da Maria Giuseppa Cipriani che dopo averla ristrutturata la dona alla famiglia Anelli-La Rocca di Sulmona, suoi parenti.

La seconda parte della casa della Badia di Santo Spirito è lo stabile che nell’anno 1666 risulta, come da vertenza discussa presso la regia Udienza di Chieti, passata di proprietà da Giacinto Antonio Todesco a Vincenzo de Caro, evidenziata nella mappa allegata alla documentazione archivistica suddetta con la lettera K (Fig. 14) oltre ad altri vani sempre dei de Caro contraddistinti nella suddetta mappa dalla lettera E con gradinata esterna per accedere al primo piano. Questa seconda parte appartiene ancora oggi alla famiglia Cipriani ed è stata l’abitazione di Domenico conosciuto a Pianella come Mimì Cipriani.

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L’anno successivo del passaggio della Cappella de Caro a Domenico Cipriani, con atto notarile di notar Luca de Deo redatto il 26 maggio 1762 viene documentato il passaggio di altre proprietà dai de Caro ai Cipriani (Fig. 11).

Don Paolo Sansonio de Caro infatti in tale data, per soddisfare un censo stipulato con il Reverendo Sacerdote Don Dionisio Fedele di Moscufo, vende al Cipriani “una possessione di terreno vignato e olivato col casino vecchio, e nuovo di più membri superiori ed inferiori, fuori la porta di Santa Maria in contrada del Palazzo di Madama d’Austria”. Confinante con i beni del medesimo venditore, lo stesso Domenico Cipriani, la via pubblica, detti casini. L’acquisto viene fatto con il patto redimenti ovvero di poterlo riacquistare, per la somma di 300 ducati corrispondenti al censo stipulato con Dionisio Fedele.

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Ma chi era questo Domenico Cipriani?

Dovrebbe trattarsi di un discendente, forse il nipote di Delio Cipriani, il primo con questo cognome documentato negli anni ’40 del ‘600 a Pianella, proveniente da Cermignano e accasato nella città della Valpescara.

Alcuni dati su Domenico Cipriani si rinvengono nel Catasto Onciario del 1746, quando alla partita a lui intestata risulta di 58 anni (era nato quindi 1688 circa); vive con la moglie Donata di Tizio ed i figli Pasquale 16 anni e Maria di 22 anni. Abita in una casa di sua proprietà nel rione di San Leonardo.

Di lui sono stati rinvenuti attraverso la ricerca archivistica sul fondo notarile dell’Archivio di Stato di Pescara ben due testamenti, il primo dell’anno 1761 ed il secondo del 1770, ed un inventario dei suoi beni dopo la sua morte, documenti che aiutano a comprendere oltre la genealogia anche la consistenza patrimoniale della famiglia.

Nel primo testamento del 1761, redatto nella sua abitazione in rione S. Antonio, per intenderci nella casa acquistata dai de Caro nel 1757 come abbiamo visto sopra e  adesso restaurata ed ingrandita, dichiara di voler essere sepolto nella chiesa del Carmine “nella cappella della Madonna Santissima”, cappella che di li a pochi mesi fu acquistata anch’essa dai de Caro.

Istituisce erede il figlio Pasquale ma con la specifica disposizione del fedecommesso (ovvero con l’obbligo dei suoi discendenti di non poter alienare i beni ricevuti), e di passarli, a loro volta al successivo primogenito maschio, ovvero al nipote Giuseppe Cipriani. Ed in mancanza di discendenti di questi, passarli al secondogenito Ignazio ed a sua volta se anche quest’ultimo non avesse discendenti, passarli al terzogenito Francesco.

Vuole che alla sua morte sia redatto un inventario della sua eredità in modo da documentare i beni soggetti alla disposizione del fedecommesso, anzi, per maggior cautela, nello stesso documento testamentario, Domenico Cipriani li elenca,

fra essi spicca “una casa di membri 24 superiori e inferiori fra nuovi e vecchi, posta in detta terra di Pianella nel rione di S. Antonio, confinante con gli attennimi, la chiesa di Santo Spirito, la Serenissima R. Casa di Parma, che comprai anni fa da don Filippo Ferdinando de Caro governatore del monte della famiglia de Caro, con vaschia, cisterna murata e cisterna da acqua”. Questa casa, acquistata soli 4 anni prima, quando era ridotta in cattive condizione e con restauri da fare, era allora stata descritta con la consistenza di 17 vani.

Possiede inoltre nella stessa zona, “un fondaco e due cisterne da conservar olio, dentro di questa terra di Pianella nel rione di S. Antonio, giusta la strada pubblica a 2 lati, Giovanni Battista Meneij e di sopra Carosino di Pentima per le doti di sua moglie Anna Luisa di Carl’Antonio”.

Lascia alla moglie Donata oltre a 12 ducati annui anche l’usufrutto di una masseria, nonché naturalmente il vitto, vestiario ed alloggio nel palazzo.

Infine raccomanda esso testatore che entro lo spazio di un anno dalla sua morte di consegnare al convento del Carmine di Pianella ed ai suoi padri, per una sola volta la somma di ducati 175 “quali s’abbiano da impegnare in compra d’annua rendita al 6 per ceto e con questa rendita siano tenuti e obbligati di celebrare una messa la settimana nel giorno di sabato in ogni anno ed in perpetuo all’altare della Beatissima Vergine del Carmine, a ragion d’un tarì la messa e far registrare nella tabella delle messe perpetue questo obbligo”.

Lascia esecutore testamentario il Barone Zopito de Felici.

Negli anni successivi, in particolar modo dopo la morte di suo figlio dottor Pasquale, sorta lite fra i suoi nipoti per il lascito del 1761 (e  per altra disposizione stipulata il 24 novembre 1766 da notar Luca de Deo di Pianella), qualche anno dopo, lo stesso Domenico Cipriani decide di revocare i precedenti testamenti e lasciti.

Stipula quindi nel 1770, per mezzo di notar Francesco Paolo Vitacolonna di Loreto Aprutino, un ultimo testamento . Lascia ugualmente tutti i suoi beni, soprattutto la “casa palaziata dove presentemente abita, sita in questo luogo e propriamente nel rione di S. Antonio Abate, confinante con quella del Magnifico Giacomo Sabucchi e del Magnifico Pasquale Sabucchi”, con la clausola della primogenitura o fedecommesso, al nipote primogenito Giuseppe. Quest’ultimo  deve però provvedere ai due suoi fratelli cadetti attraverso un assegno in denaro, oltre a provvedere al loro vitto e l’alloggio, ovvero cedere l’uso di due stanze di casa nel suddetto palazzo, fornirli inoltre di vestiario e mantenerli agli studi in Chieti e poi anche in Napoli.

inoltre Domenico Cipriani “vuole che seguita la sua morte debba, detto don Giuseppe, fondare una cappellania sotto il titolo della Madonna della Vittoria, il di cui altare sta eretto nella chiesa di questi P.P. Carmelitani …” in Pianella, con l’obbligo di far celebrare varie messe ogni anno, in suffragio della sua anima e per i defunti della sua famiglia.

Vuole infine che dopo la sua morte, il suo corpo sia seppellito “a terra vergine in Cornu Evangelij della Cappella della Vergine Santissima del Carmine eretta dentro la chiesa di questi P.P. Carmelitani”.

Nell’atto vengono anche nominate Donata di Tizio, moglie di Domenico e sua nuora Candida Anelli di Popoli moglie del defunto Pasquale Cipriani. Ordina infine al suo erede di redigere, entro un anno dalla sua morte, un “inventario di tutti i suoi li mobili di campagna e case”.

L’inventario infatti fu fatto redigere, dopo la morte di Domenico, dal nipote Giuseppe Cipriani attraverso la penna di notar Luca de Deo nel giugno del 1773.

La lettura di quest’ultimo documento ci permette oggi, oltre a precisare la consistenza patrimoniale della famiglia, di conoscere la precisa descrizione degli interni del palazzo in Rione S. Antonio, con annotati tutti i beni mobili che esso conteneva.

Infatti nell’inventario compare la “Casa palaziata di più membri superiori ed inferiori … giusta i confini, con orto, fosse da conservar grani, vasche e piloni e calderone da cuocer vino mosto, il tutto circondato da mura; comprensivo dei quarti, uno per uso della signora ava e l’altro per uso della signora madre di esso don Giuseppe e le case vecchie confinanti con don Pasquale Sabucchi.

Al capitolo relativo ai “Mobili in essa esistente”.

In cantina: botti, caldaroni, mobili vari, cascioni da conservar grano, tinacchi da conservar oglio, archi da pane, conche caldari di rame oltre a “sette piatti piccoli due baccili e due sottocoppe di stagno”, un braciere da foco ed un scaldaletto, tielle di rame, un mortaio in bronzo, candelieri d’ottone e d’argento, “una spada ed un bastone con pomo d’argento. Sette coltelli con manichi d’argento, ed otto cocchiarini e quattro forcine d’argento … ed un “boccale di stagno da battesimo”, sedie, vestiti, materassi, lenzuola, cuscini coperte.

“Sette quadri grandi con cornici indorate, quattro piccoli con le cornici ed altri due senza, e due ritratti, scanzia con libri legali e storici di varie materie”, uno specchio piccolo.

Mobili dati alla signora Donata:

casce, tavolini, sedie, conca di rame …

“cinque quadri mezzani con le cornici, letti ed altro

Mobili dati alla signora Candida:

Un fondaco con due cisterne da conservar olio sito nello stesso rione di S. Antonio, sotto la casa di Silvestro di Pentima, oltre a varie altre case e terreni.

Segue poi l’elenco dei beni lasciati da Domenico quali terreni, animali, denaro e l’annotazione di vari crediti da riscuotere.

Per aggiungere dati alla ricostruzione della genealogia della famiglia Cipriani, la discendenza di Domenico prosegue con il primogenito dottor Pasquale ed i suoi re figli procreati con Candida Anelli di Popoli: Giuseppe, il primogenito, “Alfiere dei Reali eserciti di sua Maestà”, marito di Maria Olimpia Orsolini, il Dottor Ignazio, secondogenito e Francesco Cipriani terzogenito.

Dal  testamento di Giuseppe del 1796 si apprende che lo stesso dichiara di voler essere sepolto “nel sepolcro familiare dentro la chiesa dei R.R. P.P. Carmelitani”. Istituisce erede sia dei beni del nonno soggetti al fedecommesso, sia dei beni acquisiti da lui, il figlio primogenito Domenico, di età minore.

Comanda inoltre che “il mio figlio erede Don Domenico debba dare annualmente all’altro mio figlio secondogenito Don Pasquale Cipriani, tavola, abitazione, medicamenti, biancherie tanto da tavola che da letto, due camicie di panno di casa e due paia di sotto calzette e ducati 36 pagabili terzialmente. Ed all’altro mio figlio terzogenito don Francesco …” debba dare 50 ducati oltre la tavola e l’abitazione.

Lascia alle cinque figlie: donna Giovanna, donna Candida Rosa, donna Elisabetta, donna Francesca, e donna Diomira,   1000 ducati di dote per ciascuna.

Figure:

Fig. 1. Atto notarile con il quale Domenico Cipriani acquista da Paolo Sansonio de Caro la cappella della Madonna del Carmelo sita nella chiesa del convento del Carmine di Pianella. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1761, Pianella 22 aprile 1761.

Fig. 2. Cappella della Madonna del Rosario, realizzata fra il 1732 ed il 1741, anni di costruzione della chiesa. Fotografia (n. inventario 573529TC0214A) concessa dall’Ufficio Arte Sacra e Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Pescara - Penne, che ringrazio della gentile disponibilità.

Fig. 3. Pala d’altare con la madonna del Carmine e due santi carmelitani. Fotografia (n. inventario 654879TC0215A) concessa dall’Ufficio Arte Sacra e Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Pescara - Penne, che ringrazio della gentile disponibilità.

Fig. 4-9. La Cappella della Madonna del Carmine dei de Caro passata nel 1761 a Domenico Cipriani. Fotografie di Diego Troiano scattare nell’estate del 2022. Desidero ringraziare Padre Marius Budau parroco di Pianella per la gentile disponibilità nei confronti di questa ricerca.

Fig. 10. Atto notarile con il quale Domenico Cipriani acquista da Filippo Ferdinando de Caro la casa della badia di Santo Spirito di patronato della famiglia de Caro. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1757, Pianella 26 marzo 1757.

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 Donata di Tizio, nonna di Giuseppe Cipriani.

 Candida Anelli, madre di Giuseppe Cipriani.

 Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Nicola Gaetano de Deo di Pianella, anno 1796, Pianella 21 settembre 1796. Il testamento scritto di pugno dallo stesso Giuseppe datato 8 maggio 1796, è contenuto nell’atto notarile suddetto di apertura dello stesso, per volere del fratello Dottor Ignazio Cipriani.

Fig. 11. Atto notarile con il quale Domenico Cipriani acquista da Paolo Sansonio de Caro uno stabile ai margini del centro storico di Pianella in contrada del Palazzo di Madama d’Austria. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Luca de Deo di Pianella, anno 1762, Pianella 26 maggio 1762.

Fig. 12. Via Cesare Battisti con in primo piano sulla sinistra il palazzo de Caro con il bel portale del 1625. Di seguito la chiesa di Santo Spirito oggi sede del sindacato CGIL, ed a seguire il palazzo della badia di Santo Spirito passato poi ai Cipriani con lo stemma di questi ultimi sul portale. Dalla fotografia appare chiaro come in origine il palazzo de Caro comprendesse anche la parte sulla destra del famoso portale, quella per intenderci passata nell’Ottocento dai Cipriani agli Anelli, si noti a conferma di questo l’allineamento e la distanza fra le finestre del primo e del secondo piano. In questo modo il portale risulta edificato al centro della facciata ed il palazzo appare con un prospetto organico e simmetrico rispetto al portale centrale.

Fig. 13. Via Cesare Battisti con in primo piano Palazzo Cipriani già palazzo della badia di Santo Spirito di patronato dei de Caro.

Fig. 14. Disegno del palazzo de Caro contraddistinto con la lettera A, Chiesa di Santo Spirito contraddistinta con la lettera B e C e casa della badia di Santo Spirito contraddistinta dalla lettera E. Mappa inserita in una vertenza relativa ad una lite discussa nel 1666 presso la Regia Udienza di Chieti. Archivio di Stato di Chieti, Regia Udienza, busta 18 - fascicolo 523.

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