
di ELSO SIMONE SERPENTINI.
Una filastrocca popolare napoletana scritta da autori ignoti nel XVIII (nel 1700) e piacevole cantilena per gli scugnizzi, si diffuse in epoca romantica anche come canzone, con una musica anch’essa di autore ignoto. E con un il titolo di “Tarantella di Posillipo”, ma anche con il nome della protagonista della filastrocca, una piccola fanciulla chiamata Cicerenella (che vuol dire “piccolo cece”, ma secondo alcuni trasformazione del nome autentico di una giovane contadina che si chiamava Franceschella). Il testo della filastrocca nel tempo, e soprattutto con la sua diffusione nelle province napoletane, è variato molto, anche in forma sostanziale, conservando sempre alcune strofe ambigue e maliziose e perfino scollacciate e licenziose. Si parla delle cose che Cicerenella teneva e che poi ha perso e ora non ha più, perciò è presente in tutte le strofe un imperfetto che esprime un possesso perduto: “teneva”.
Sono tante le cose che Cicerenella (detta a volte Cicirenella) teneva e non ha più e assai spesso ne faceva un uso improprio ed estroso, come andare a cavallo del gallo tutta la notte (una delle frasi più a doppio senso e licenziose). Il brano è sempre stato assai popolare e ha avuto infinite versioni, con variazioni limitate al solo testo, mai alla musica, che ha subito variazioni solo di orchestrazione e di arrangiamento. Nuovo impulso alla diffusione, prima nei quartieri di Napoli e poi in tutto il meridione, fu dovuto ad alcune celebri e celebrati interpretazioni, le più importanti delle quali quella di Roberto Murolo (1963), quella della Nuova Compagnia di Canto Popolare (1972)e quella di Peppe Barra, che, essendo basata soprattutto sull’uso delle percussioni, è stata intitolata anche “Il canto dei tamburi”. Più recentemente ne ha proposto una interpretazione assai particolare, che ha riscosso molto successo il cantante napoletano Liberato, che l’ha riadattata proprio come “Tarantella di Posillipo” in chiave moderna ed elettronica, quando invece l’uso strumentale originale era solo quello di castagnette e tamburelli. In tutte le versioni “Cicerenella” segue lo schema della filastrocca dialettale: una sequenza di strofe alternate da un ritornello, strofe sono ricche di assonanze che raccontano delcomportamento estroso e malizioso della protagonista, una donna insolita ed estroversa che usa in modo spasmodico un’infinità di oggetti che man mano vengono citati nella canzone, con un ritmo musicale che è quello di una tarantella in modo minore, con il carattere giocoso che ne ha fatto uno dei motivi napoletani più diffusi. Enrico Melozzi nella seconda edizione della Notte dei Serpenti l’ha inserita in scaletta, e a pieno titolo, perché “Cicerenella” si diffuse subito anche in Abruzzo, in diverse versioni, le più disparate.
“Cicerenella” è stato sempre considerato anonimo, ma nel 1826 un musicista napoletano, Pietro Labriola, riuscì a farsela registrare dal Ministero del Regno di Napoli a suo nome, insieme con un'altra ventina di brani.
LA VERSIONE DEL 1885
Al 1885 il testo risale il testo completo più antico che sia stato registrato sul campo da Vincenzo della Sala e pubblicato sul giornale napoletano “Giambattista Basile” (Anno III n. 4, 15 aprile 1885). La versione venne raccolta per le vie di Napoli, da VINCENZO DELLA SALA (fondatore del 1890 della “Cronaca napoletana” e autore nel 1887 della prefazione a “Cento sonetti napoletani” di Luciano Mayo). Il testo venne pubblicato sul giornale napoletano “Giambattista Basile” (Anno III n. 4, 15 aprile 1885). Dobbiamo ritenere che all’epoca, nel 1885 appunto, questa fosse la versione più popolare in voga, certamente preceduta da altre versioni che non si sono conservate per iscritto e altrettanto certamente con testo diverso. Dunque cosa teneva, che ora non ha più, Cicerenella in questo testo del 1885? Innanzitutto teneva, e nessuno lo sapeva, un rimessa, dove ci teneva un calesse e i cavalli, ma anche una “tummenella” (?). Poi teneva un cane, che le faceva da ruffiano con i suoi amanti e saliva le scale dei loro palazzi, nei quali si intrufolava per recapitare e ritirare messaggi amorosi attraversando porticine (portelle) segrete. Teneva poi una gatta, nel testo “muscia”, (detto anche “mucia”) termine che deriva dall’arabo “much-adis”, che significa appunto micia, gatta, propriamente tranquilla e mansueta e conosciuto già ai tempi di Guido Cavalcanti, infatti il termine lo si legge, riferito ad “un uomo fatto come una gatta”, in un sonetto scritto contro il grande amico di Dante da un suo nemico e forse proprio a lui diretto in segno di scherno. Nel testo la parola “micia” viene usata, come d’uso comunemente in tutto il napoletano (ma anche in Francia, con la parola “chat”), per indicare l’organo femminile. Nel testo si allude al “prurito” della “micia”, contrapposto al “bruciore”, inteso come desiderio sessuale ancora più intenso, che Cicerenella tenta di spegnere “abbascia a purtella” (la “purtella” è una piccola apertura fornita di battenti, ma qui indica un quartiere popolare di Napoli, chiamato così per la presenza di gabbiotti delle dogane (a Teramo una delle due circonvallazioni era denominata “delle portelle” proprio per la presenza di questi gabbiotti del dazio). Cicerenella teneva poi una “pennata”, un altro termine usato con licenzioso doppio senso, il primo di pennuta (gallina) e il secondo all’organo sessuale, con riferimento all’apparato pilifero, tenuta illuminata tutta la notte addirittura da centocinquanta piccole luci (lucernelle) negli incontri con gli amanti. Un doppio senso licenzioso lo si trova anche nella strofa successiva, dove si parla di un gallo cavalcato tutta la notte (di solito è il gallo che cavalca e la posizione contraria qui indicata sta a sottolineare che l’iniziativa è assunta dalla donna in posizione dominante. Cicerenella teneva poi una scimmia (“micco”, nome dato anticamente ad alcune specie di scimmie dei generi cebo e apale e termine derivato dallo spagnolo caribico “mico”), ma con significato di ‘minchione, grullo’ (romanesco) oppure di ‘bellimbusto’ (toscano). Qui della scimmia si dice che “alliccava o franfellicco”, cioè leccava un tipico dolce tipico napoletano fatto dal “franfelliccaro” (mestiere ormai scomparso da tempo), che con la sua bancarella per le strade, soprattutto nelle vicinanze degli spettacoli di burattini di Pulcinella, faceva delle stecche di caramella con zucchero e miele, guarnito con sciroppi dai diversi gusti, che poi venivano messe su un bastoncino e generalmente consumate ancora calde. Il dolciume talmente famoso che Alfredo Gargiulo, nel 1928, gli dedicò pure una poesia.). Anche qui non sfugge il doppio senso licenzioso, tanto più che “franfellicco” (termina derivato dal francese “fan feluche” che vuol dire “fronzolo”) lo si diceva di una persona talmente elegante da apparire poco virile. Cicerenella teneva anche una botte, nella quale ciò si versava dentro usciva subito da sotto, raccolto in una “carrafella” (trasposizione sillabica di “caraffella”), sì che la botte restava sempre vuota e l’immagine intendeva rappresentare che la giovane donna conduceva una vita assai dispendiosa e spendeva e spandeva tutto ciò che le veniva regalato dai suoi amanti. Questo riferimento dà credito ad una interpretazione del personaggio di Cicerenella, secondo la quale si trattava di una giovane donna (forse Franceschella) che aveva rifiutato le “avances” dell’anonimo autore della filastrocca, che si vendicava così del rifiuto parlando male della donna (oggi parleremmo di “revenge porn”), della quale l’ultima cosa che si diceva era che avesse una “cazzarola” assai bella (anche qui è presente un doppio senso), nella quale cucinava abilmente polpette con il pomodoro.
La versione raccolta nelle vie di Napoli nel 1885 era un ritorno ad una versione più antica, quella originale, che aveva preceduto quella che aveva assunto un carattere politico rivoluzionario ai tempi della rivoluzione napoletana del 1799, accostata alla figura della martire napoletana Luisa Sanfelice, giustiziata l’11 settembre 1800 al crollo della Repubblica Napoletana.
LA CICERENELLA DI ROBERTO MUROLO (1963)
Di Roberto Murolo su WIKIPEDIA edizione in napoletano si legge: “Napule, 19 'e jennaro 1912 - 13 'e màrzo 2003) fuje nu cantante e cantautore napulitano, figlio d’’o pueta Ernesto Murolo e 'e Lia Cavalli. […] 'O 1954 fuje arrestato pe' molestie sessuali a nu guaglione. Aroppo fuje assolto, però pe' stu fatto ccà, pe' paricchiu tiempo 'o tenettero for'a ll'ambiente d’’o spettaculo e spicialmente d'a radio e d'a televisione”. Nel 1963 Roberto Murolo rilanciò, facendone un cavallo di battaglia del suo repertorio (voce sola con accompagnamento della chitarra), la celebre CICERENELLA, con un testo che doveva essere addirittura precedente a quella raccolta nelle vie di Napoli nel 1885 da Vincenzo Della Sala e pubblicata nello stesso anno nel giornale “Giambattista Basile”. Era il testo che era stato accostato nei primi dell’Ottocento alla vicenda umana di Maria Luisa Sanfelice, nota anche come Luigia o Luisa Sanfelice, dei Duchi di Agropoli e Lauriano, nata a Napoli il 28 febbraio 1764, una nobildonna coinvolta nelle vicende della Repubblica Napoletana e protagonista del romanzo di Alexandre Dumas, “La Sanfelice”. Figlia di un generale borbonico di origine spagnola, dopo il suo matrimonio con il nobile napoletano Andrea Sanfelice, suo cugino, giovane senza mezzi e vanaglorioso, divenne per i napoletani “la Sanfelice”. La sua vita a Napoli insieme con il marito fu tanto scandalosa, per debiti e gioco ed eccessi, che, dietro supplica di sua madre, la Corte decise di mandare lei e il marito fuori di Napoli, nel paesino di Laureana, mettendo i loro tre figli in convento e affidando i beni ad un amministratore. Ma, poiché i due coniugi continuarono nel fondo Sanfelice ad Agropoli la loro vita di dissipazione e di scandali, la Corte provvide a trasferire lui in convento a Nocera e lei in un monastero di rieducazione. Nel 1794 marito e moglie tornarono a Napoli, ma nel '97 Andrea si ebbe un mandato di cattura dalla Vicaria per debiti. Successivamente, dopo aver aderito al partito filoborbonico contro gli insorgenti filofrancesi, fu riammesso con la moglie a Corte. In seguito all'invasione francese del 1799 e alla costituzione della Repubblica Partenopea, nacque una cospirazione filoborbonica tesa a rovesciare la Repubblica, la Sanfelice (che, non essendo giacobina, frequentava sia gli ambienti filorepubblicani che quelli monarchici) ne venne a conoscenza da un ufficiale dell'esercito regio, innamorato di lei, al quale chiese, per essere protetta dalle conseguenze della congiura, un salvacondotto che poi consegnò al suo amante, Ferdinando Ferri, ufficiale della Repubblica Napoletana. Questi, venuto a conoscenza dell'esistenza del complotto, ne denunciò la trama all'amico Vincenzo Cuoco e ai componenti del Comitato di Salute Pubblica, permettendo così che venisse sventato. Scrive Benedetto Croce nella sua opera “Luisa Sanfelice e la congiura dei Baccher”: “Molti membri della congiura furono arrestati e condannati a morte, mentre la repubblica si avviava alla fine”. Un'altra celebre vittima del patibolo dell'imminente restaurazione monarchica, Eleonora Pimentel Fonseca, contribuì involontariamente ad attirare l'attenzione dei borbonici su Luisa Sanfelice, pubblicando nel suo “Monitore Napoletano” un elogio, in cui la presentava come una novella Lucrezia, quale principale artefice del fallimento della cospirazione contro la Repubblica Partenopea. Quando questa cadde, la Sanfelice venne giustiziata, in piazza del mercato a Napoli, l’11 settembre 1800. La sua tragica vicenda fu soggetto di varie opere pittoriche e letterarie e ispirò una particolare versione di CICERENELLA, nella quale si parlava di una donna (non più una giovane contadina che per il suo rifiuto aveva provocato un “revenge porn” del rifiutato in una filastrocca poi musicata in cui si alludeva alle sue licenziosità), ma ad una donna che, per la sua condotta estrosa, eccentrica, eccessiva, dispendiosa e scandalosa si era ridotta dal “tenere tutto” a “non tenere più nulla”. Quel “teneva” assumeva così un particolare significato, lo stesso che veniva espresso in un altro canto popolare con il quale il volgo riassumeva sarcasticamente la fine della povera Eleonora-Fonseca-Pimentel, anch’ella giustiziata a Napoli il 20 agosto 1799, della quale il canto diceva: “A Signora Dianora / che cantava ‘ncopp’o triato / Mo abballe miez’o mercato”. Che “teneva” e adesso non “teneva” più la Sanfelice? L’elenco nella versione ripresa da Murolo nel 1963 è preciso: un giardino che innaffiava con acqua e vino, ma senza langella (brocca solitamente a due manici), una gatta cieca e perfino scontraffatta (bruttissima), che trascinava per la coda, anzi mezza coda, un gallo che cavalcava senza sella, un ciuccio a cui aveva messo un cappuccio, così magro da sembrare che non avesse né pelle né ossa; una gallina a cui aveva insegnato a fare l’uovo due volte al giorno, mattina e sera, e che aveva allevato facendole mangiare farina pregiata (farinella); una pennata (una tettoria illuminata con la lucernella (una piccola lucerna), una botte che non aveva né tappo o fondo (tompagno) né cannella, perciò tale che ciò che si metteva sopra usciva subito sotto (riferimento ad una vita dispendiosa). Il carattere politico del canto ha una conferma nel fatto che nacque un modo di dire popolano per protestare contro le troppe tasse messe da un governo post-rivoluzionario così esoso da parere proprio una botte impossibile da riempire (“il governo è ‘na botte: mette da coppa e esce da sotto”). Cicerenella poi teneva un calesse,(nel quale rimetteva cavallo e calesse e anche la sua “tommonella” (carrozzetta ad un cavallo) un altro elemento che si trova anche nel testo del 1885, e, elemento nuovo che prende il posto della “cazzarola”: ‘na tiella, dove la donna friggeva l’uovo con la mozzarella, ma usando la “sarcenella”, fastelletto di legna da ardere riseccate al forno, del costo di un grano o di un tornese. Nell’immagine la versione di Roberto Murolo del 1963.
LE CICIRINELLE DI MASSIMO RANIERI E DELLA NCCP
Nel 1987 Massimo Ranieri interpretò in teatro il “Pulcinella” di Manlio Santanelli, tratto da un copione di Roberto Rossellini, per la regia di Maurizio Scaparro, vincendo il Premio Taormina Arte. Replicò lo spettacolo negli anni 1990-91. Nel 2008 dello spettacolo teatrale ne fu fatto un film, “L’ultimo Pulcinella”, sempre per la regia di Maurizio Scaparro e con Ranieri protagonista, affiancato da Adriana Asti. Nello spettacolo cantava la celebre Cicerenella nella versione rilanciata da Roberto Murolo nel 1963, ma limitatamente alle prime cinque strofe, quelle in cui Cicerenella teneva in successione ‘nu ciardino, ‘na gatta, ‘nu gallo, ‘nu ciuccio, e ‘na gallina, non le successive quattro strofe, quelle in cui si diceva che Cicerenella teneva ‘na pennata, ‘na votte, ‘na remesse e ‘na tiella. Ogni strofa era preceduta dal ritmato “Cicerenella mia, sì bona e bella”. La stessa scelta di cantare solo le prime cinque strofe e di omettere le ultime quattro la fece quando interpretò di nuovo in teatro Cicerenella con la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Quando quest’ultima interpretò da sola il brano, fece una scelta diversa, in linea con l’orientamento innovativo del gruppo. Il testo muroliano (che si rifaceva a quello originale del Settecento) viene stravolto, le strofe sono cinque (come nella versione Ranieri), il “Cicerenella mia” diventa in napoletano assai stretto “Cicerenella méia”, e le cose possedute da Cicerenella sono tre della versione originale: ‘no gallo, ‘na gallina e ‘na votte, ma due del tutto nuovi: ‘nu culo, tanto grosso da sembrare ‘nu cufanature (un grosso cesto dove le lavandaie portavano i panni da lavare), e ‘na vacca, che prende il posto di ‘nu ciucce del testo primitivo, di cui conserva la scheletricità da fame (nun teneva né ossa né pelle), ma soprattutto, cosa che il ciucco non avrebbe potuto fare, quando alzava la coda mostrava la ‘ntacca, cioè l’organo sessuale femminile. Profonde erano le variazioni introdotte sul piano musicale, nell’arrangiamento, nella ritmica e nell’uso degli strumenti, molti a percussione. Sia i versi delle strofe (a due a due) che il ritornello di un solo verso vengono ripetuti due volte. Siamo di fronte ad una innovazione che è addirittura rivoluzionaria, nella musica popolare napoletana e la NCCP ne è interprete e protagonista.
LA VOTTE (POLITICA) DE CICERENELLA (1887)
In tutte (pardon, quasi tutte) le versioni del celebre brano popolare di origine napoletana “Cicerenella”, nell’elenco delle varie cose (animali e oggetti) di cui la protagonista viene detta in possesso (“teneva”), solo pochissime volte viene omessa “la votte”, la botte. Ma si tratta di una botte particolare, tutto ciò che vi metteva da sopra (da coppa) usciva da sotto (asceva da sotto), perché non aveva né fondo (tompagno) né “cannella”. Praticamente era una botte che non si riempiva mai e rimaneva sempre vuota. L’immagine di una botte che non si riusciva mai a riempire non poche volte è stata utilizzata per parlare male di qualche governo napoloteano che aveva sempre le casse vuote per le troppe spese nonostante il progressivo e sempre eccessivo aumento delle entrate, tramite tasse e giochi del lotto. La metafora della “votte de Cicerenella” venne usata subito dopo la caduta della Repubblica Napoletana da quanti l’avevano sostenuta ed erano contrari al restaurato governo borbonico, ma rimase nella storia politica napoletana anche negli anni successivi, praticamente ad ogni cambio di governo. Ancora nel 1887 si trova un riferimento in un settimanale stampato a Napoli, con botteghino in via Tribunali 138, il cui titolo era “La follia”, sottotitolo “Giornale serio!!! Ossia teatro comico -tragico – drammatico - italo napoletano” (comproprietario Antonino Teodoro dei duchi di Cassano, redattore capo e amministratore avvocato Giuseppe Adabbo, soprannominato “Nondarò”. Nel numero di sabato-domenica 10-11 settembre 1877) in prima pagina compariva una vignetta dedicata propria alla “botte municipale de Cicerenella”, come si leggeva scritto su una grossa botte, raffigurata in orizzontale, nella quale si vedevano uscire selle persone da una parte e altre uscire dall’altra, e ai due lati c’erano due cartelli, uno diceva: “Lotto unico” e l’altro lotti multiplici”. Sotto alla vignetta compariva una didascalia che diceva: “Cicerenella teneva na votte / metteva da coppo, e asceva da sotto”. La vignetta era a corredo di un articolo, firmato da “Nondarò”, che consisteva in un dialogo tra un Duca e un Principe. Uno dei due diceva all’altro che ci sarebbe voluta una nuova botte, e l’altro osservava che sarebbe stata sempre una botte di Cicirinella. La vignetta, che come detto, raffigurava “la botte municipale di Cicerenella” in orizzontale, dava modo ad uno dei due personaggi di usare un’altra metafora, quella di un palazzo a due porte: “si entra per una porta, e si esce per l’altra”. Ma, osserva l’altro, in dialetto napoletano: “la casa a doje porte lo diavolo se la porta”. San Donato aveva sanato la botte? Aveva rifatto “le cchierchie” (i cerchi)? Aveva rimesso “i cavicchi” (i cugni) ? E aveva rimesso “i tompagni” (i tappi)? Non se ne era avuto il tempo. Uno dei personaggi concludeva il dialogo dicendo: “anch’io farò in modo che la botte sia sempre… la votte de Cicerenella”. L’articolo de “La follia” prova quanto le canzoni popolari napoletane avessero rimandi, in tutte le province del regno di Napoli anche questo era ormai caduto, con il subentro del nuovo stato unitario) nella cultura popolare, nei modi di dire, di esprimere concetti anche economici-politici, quando la letteratura musicale popolare avesse lasciato e lasciasse ancora profonde tracce nella vita di ogni giorno di un popolo che di quella musica si era sempre nutrito. Cultura e musica popolari intrecciate tra loro connotavano i caratteri di una popolazione e la connotano ancora. La metafora della “votte di Cicerenella”, che ingordamente inghiotte tutto all’infinito rimanendo sempre vuota, perché impossibile da tenere piena e destinata a rimanere sempre vuota, vale in ogni tempo e in ogni luogo e si adatta ad ogni situazione in cui si vuole sostenere ciò che diceva il filosofo Epicuro: “Niente basta a colui per il quale è poco ciò che basta”. Nelle immagini la prima pagina de “La Follia” del settembre 1887 e il primo piano della vignetta che raffigura “la votte de Cicerenella” in chiave politica.
CICERENELLA, DON ANTONIO ‘ O CECATO E SALVATORE DI GIACOMO
Salvatore Di Giacomo nella sua opera “Celebrità napoletane” (1896) parla di Don Antonio ‘o cecato, un violinista cieco nato a Napoli nel 1816. Un sergente dei cannonieri gli aveva comprato un violino e Totonno aveva imparato a suonare. Dal 1836 aveva preso a suonare e cantare per le strade di Napoli (facendo ridere assai, perché gli mancavano molte lettere dell’alfabeto: la esse, la elle e qualche altra) tutte le canzoni del repertorio napoletano, come una “antologia del pentagramma plebeo”. Aveva con sé due compagni: un suonatore di trombone, che lo trascinava come un cane con una corda attaccata al suo panciotto, e un ottavino, che lo precedeva e gli faceva da battistrada per le vie e le viuzze, annunciandolo, come un banditore. Tra le preferite di Don Antonio ‘o cecato c’era una “antica canzonetta” considerata ormai come morta, perché assai poco nota: “Cicerenella”. Di Giacomo scriveva: “Si sbarcava il lunario; il trombone, prima del concerto, faceva al vicolo la presentazione e intesseva le lodi di don Antonio: tra l'altro lo indicava celibe per necessità, e questo faceva molto ridere, con le mani sul ventre, le comari del vicolo.” A partire da un certo giorno, don Antonio non era stato più visto in compagnia dei suoi due compari, il trombone suo conduttore e l'ottavino. Un giorno venne ritrovato sui gradini della scala di San. Giuseppe: stendeva la mano e chiedeva l'elemosina. Scrive Di Giacomo: “Addio musica, addio violino, addio vecchie canzoni napoletane! Il cieco era stato abbandonato dai suoi compagni girovaghi e aveva fame. Ad uno dei bottoni della sua giacchetta, costellata come un firmamento, pendeva ancora la cordicella ch'era servita all'amico trombone per guidare don Antonio, come un cane, attraverso le viuzze e i vicoletti napoletani : l'indizio della schiavitù era ancora attaccato a' suoi panni. Chissà se un giorno, pensava il povero vecchio, mentre gli occhi suoi senza sguardo, bianchi e immoti nel loro cavo, percoteva invano la luce del giorno chissà se un giorno il mio amico trombone non si ricordi di me! Se canterò un'altra volta Cicerenella”. L’ultima suonata che si ricordasse di Don Antonio ‘o cecato, prosegue Di Giacomo, l’aveva eseguita in piazzetta Tagliavia, dove il circolo di beneficenza della sezione San Giuseppe offriva il mangiare ai poveri. A metà pranzo era apparso don Antonio ‘o cecato, su una carrozzella, tra uno scoppio di applausi che avevano fatto scendere le lacrime dai suoi occhi spenti. Non aveva suonato né Bach, né Schubert, ma “Cicerenella”, scrive Di Giacomo “la vecchia canzonetta popolare con la quale i nostri nonni ci hanno fatto saltare sulle lore ginocchia un po’ tremanti”. Di Giacomo riporta il testo di una strofa: “Cicerenella teneva nu gallo / e tutta ' a notte ce jeva a cavallo ... / Cicerenella teneva teneva / teneva na cosa ma nun ' o sapeva...”. Tutta la tavola dei mendicanti si era messa ridere, ridevano i bambini, le donne tutta la folla dei curiosi affollati attorno a quel violino tutto screpolato Don Antonio ‘o cecato suonava cantando e cercando invano di ricordare le parole della canzonetta. Era stato quello, in quella piazzetta, scrive Di Giacomo, il suo canto del cigno, dopo di che di Don Antonio ‘o cecato non si era saputo più nulla.
CICIRENELLA E RICHARD WAGNER
Scrive Raffaele Cossentino nella sua “La canzone napoletana dalle origini ai nostri giorni”, (Rogiosi Editori), che “Cicerenella” ebbe modo di essere ascoltata da uno dei tanti posteggiatori, soprannominato ‘O zingariello. che la suonavano e cantavano nelle vie di Napoli dal grande Richard Wagner, una sera di primavera nella Villa Dorotea a Posillipo. Il grande musicista tedesco era arrivato a Napoli per trovare le serenità necessaria per terminare il “Parsifal”. Rimase così entusiasta dell’interpretazione che decise di portare con sé , al suo ritorno in Germania, il posteggiatore, e lo tenne con sé tre anni. Poi, però, lo rimandò a Napoli, perché ‘o zingariello gli insidiava la governante.
Cossentino scrive pure che “Cicerenella”, che si presentava con tutta la sua grazia settecentesca, troppo spesso nel testo era stata fatta oggetto di volgari improvvisazioni che stridevano con la estrosità e la sottile ironia delle quali era pervasa. Roberto Murolo ne aveva dato una “lettura splendida” soprattutto per quanto riguardava la dizione, “aggraziata e signorile” era l’interpretazione di Pina Lamara, mentre era “sui generis” quella della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
LA CICERENELLA DI PIETRO MAZZONE
Il postegggiatore Pietro Mazzone (Napoli, 13 febbraio 1868 - Napoli, 31 maggio 1934), soprannominato “’o rumano” dotato di una voce calda e ben modulata, dolcemente ruvida, dallo spiccato accento napoletano, tra la fine del secolo e i primi del Novecento trovò lavoro fisso esibendosi come cantante in piccole trattorie di Pozzuoli e Napoli, insieme con il chitarrista Walter Fugazza, detto 'o figlio d'a signora, grazie al quale imparò a suonare la chitarra. Il 24 aprile 1910, grazie ai fratelli Americo e Vincenzo Esposito, titolari della casa discografica Phonotype Record di Napoli, Pietro Mazzone fu il primo posteggiatore della storia ad entrare in una sala di incisione, scritturato il 26 marzo 1906 per 240 lire, e realizzò un disco a 78 giri che comprendeva brani riuniti sotto una comune denominazione: “canzoni sulla tarantella”, tra i quali la celebre “O guarracino”, il meno noto “Lo festino de Luvisella”, e “Cicerenella”. Il disco in cui si trova “Cicerenella” porta il numero di matrice 43016 e la data 28 aprile 1910. I brani hanno molto in comune e melodie abbastanza simili, tramandante con ogni probabilità per via orale e alquanto diverse dalle versioni rielaborate per canto e pianoforte circolanti già da diversi anni e pubblicate da Gugliemo Cottrau e Pietro Labriola. Quest’ultimo nel 1826 era riuscito a farsi registrare “Cicerenella” e altri brani popolari anonimi a suo nome dal Ministero. Pietro Mazzone continuò la sua attività fino alla fine degli anni venti, dopodiché alcuni acciacchi al cuore lo obbligarono al riposo assoluto, fino alla sua morte, avvenuta il 31 maggio 1934. La particolarità dell’incisione di Mazzone sta nel fatto che, sfruttando il fatto che “Cicerenella” rientrava nel filone della filastrocche napoletane come “Lo Guarracino”, altro celebre brano il cui motivo è simile a quello di canzone "Cicerenella" oltre che suo coeevo, miscelava i due brani, intercalando i versi dell'una e dell'altra. l'interessante versione di Mazzone, con l'unione di "Lo Guarracino" con "Cicerenella" venne recuperata nel 1996 dai Cantori di Masaniello (Phonotype Record ABCD 633).
LA CICERENELLA DI PINA LAMARA
Pina Lamara nata a Napoli con il vero nome di Giuseppina Malara il 17 settembre 1925 aspirava ad una carriera da maestra elementare, ma scoprì per caso le sue doti vocali e si avviò alla carriera di cantante, facendo parte per molto tempo della schiera dei cantanti del teatro di varietà e di avanspettacolo napoletano, riscuotendo ovunque successo di critica e di pubblico. Si ritirò nel 1957 per una vocazione religiosa, ma i suoi fans con le loro insistenze riuscirono a farla tornare in scena, partecipando al Festival di Napoli e a varie Piedigrotte ed effettuando non poche tournés all’estero. Incise per l’Antologia della canzone napoletana di Giovanni Sarno diversi brani, tra cui “Cicerenella”, che Raffaele Cossentino nella sua opera “La canzone napoletana dalle origini ai nostri giorni” (Rogiosi Editori), giudica “aggraziata e signorile”. Lasciò definitivamente le scena nei primi anni ’70. La sua è per quanto riguarda il testo una versione ridotta di quella originale incisa per intero da Roberto Murolo, rispetto alla quale presenta due strofe in meno, conservando le prime quattro (quelle in cui si dice che Cicerenella “teneva” nu ciardino, na gatta, nu gallo, nu ciuccio), omettendo la quinta (na gallina) e l’ultima (na tiella), conservando la sesta (na pennata) e la settima (na votte) e l’ottava (na remessa). L’orchestrazione è semplice e pulita, manca il verso “Cicerenella si bona e bella” che nella versione originale-muroliana precede ogni strofa, mentre il coro ripete, facendo eco alla voce solista, il primo e il secondo verso di ogni strofa con una tonalità e il terzo e il quarto con un’altra.
LA CICERENELLA DI CONSIGLIA LICCIARDI
Consiglia Licciardi, nata a Napoli il 29 marzo 1959, diplomata in “canto lirico” al Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino, e successivamente laureata in "musica da camera" al conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, inizia a cantare giovanissima e dal 1976 si dedica allo studio della canzone napoletana ed esibendosi in concerto sempre accompagnata dal fratello Peppe. Questi le cura gli arrangiamenti e scrive per lei canzoni inedite, tutte nei suoi due album “Alma latina” e “Ariammore”. Debutta in televisione nel 1988. La sua personale antologia della canzone napoletana, incisa su cd, diventa un’incisione di culto le cui copie vengono rapidamente esaurite. La sua interpretazione di “Cicerenella” è assai suggestiva, intensa, la sua voce domina gli accordi di chitarre e percussioni e si impone cristallina. Il testo presenta solo sei strofe della classica versione pubblicata dal giornale “Giambattista Basile” nel 1885 e cantata integralmente da Roberto Murolo nel 1969, rispettivamente la prima (nu giardino), la terza (nu gallo) la quinta (na gallina), la quarta (nu ciuccio), la settima (‘na votte). La sesta e ultima strofa non è presente nella versione del 1885, ma in altre successive e quindi fa propria una novità già introdotta in qualche versione popolare: Cicerenella la mattina si alzava e metteva i pesci nel suo grembiale (o mantesino), ma uno le sfuggì da sotto la gonnella (a vunnella). Il brano conserva quindi una sottile licenziosità che non oltrepassa i limiti del buon gusto e non diventa mai volgare, rimandando sempre a doppi sensi che sono sempre solo “birichini”.
LA CICERENELLA Di Peppe Barra (Il canto dei tamburi)
Peppe Barra dà a “Cicerenella”, come scrive Maria Sole Limodio nella sua “La canzone napoletana”, (2020) “un tratto ossessivo, quasi psichedelico, con un risvolto amaro,e con un capovolgimento controintuitivo e affascinante che sottolinea quanto tarantismo ci sia nella tarantella”. In effetti, Barra stravolge l’antica canzonetta, nella musica, che affida alla percussioni, che nel testo, sul quale interviene con dei cambiamenti che danno un carattere diverso al testo originale, perfino una certa drammaticità. L’ingenua filastrocca per bambini che era all’origine, o forse un revenge porno di uno spasimante deluso che parla male della “spasimata” si trasforma in altro, in un brano pieno di tensione nel quale traspare la denuncia del malessere napoletano, di una città alle prese con i suoi guai, ma fiera della sua energia vitale.
Barra è così consapevole dello stravolgimento del brano, di cui disarticola anche la struttura in strofe) che gli dà un sottotitolo: “Il canto dei tamburi”, che ha però quasi dignità di titolo. Così il gioco è fatto: il canto popolare, così trasformato, si avvicina al carattere di un canto sanfedista. Musica, maestro. Perfino la voce di Barra non è più una voce, è una percussione, una percussione tra le altre percussioni, uno strumento tra gli altri strumenti. Compare, una sola volta, la domanda: “Ma che teneva Cicerenella”, ripetuta due volte. Sarà stato questo che ha dato poi origine al tormentone abruzzese: “Che teneva? Che teneva?”. In Barra la domanda viene fatta una volta sola, nelle versioni abruzzesi quella domanda viene ripetuta tante di quelle volte da mettere in ombra tutto il resto del pezzo, facendolo diventare un’altra cosa e facendogli perdere la natura originale.
Tra le cose che teneva Cicerenella, elencate in altri testi, molte delle quali omesse o indicate alla fine in rapida quanto frenetica successione, non mancano la vacca, o ciucco, il gallo e nu culo, così grosso da sembrare nu cufunature (il grosso cesto nel quale le lavandaie tenevano i loro panni), che mostrava (che ammustava) la notte alle stelle.
LA CICERENELLA DI CICCIO CAPASSO
L’attività artistica di Ciccio Capasso iniziò nel 1973 con Leo De Berardinis e Perla Pelagallo, nomi tra i più importanti del panorama del teatro sperimentale e di ricerca in Italia. Capasso è stato compositore di musica e versi, nel 1988 fu uno dei maggiori protagonisti nelle “Serate allo storico Cafè Gambrinus di Napoli”, ideate e condotte da Giuliana Cesarini. Morì il 19 luglio 2014. Nel suo CD “Assonanze e passioni” (1997), in cui affrontava il repertorio tradizionale con una chiave interpretativa unica e originale priva di orpelli e retorica e senza ricalcare schemi già collaudati, il secondo brano era “Cicerenella”, eseguito con voce sola e chitarra. Il testo presentava sei strofe, le prime tratte da quello antico certificato nel 1885 dal giornale “Giambattista Basile” e fatto proprio da Roberto Murolo nella sua versione del 1963, ed erano rispettivamente la terza strofa (“nu gallo”), la quinta (“na gallina”) e la settima (“na votte”). Le ultime tre strofe erano tratte da testi alternativi nel frattempo sorti con pià esplicito doppio senso licenzioso.
La quarta strofa diceva che Cicerenella teneva “nu cule che pareva nu cufenature” (il grosso cesto delle lavandaie), la quinta che teneva una vacche che quando alzava la coda mostrava “la ‘ntacca”, e si diceva che non teneva né ossa né pelle, che era una condizione che nella versione del 1885 e in quella muroliana si attribuiva al ciuccio. La sesta strofa diceva che Cicerenella la mattina metteva i pesci nel grembiule (“o mantesino”), ma un pesce “fujette da sotte a vunella” (fuggi da sotto la gonnella). La stessa strofa compare pure nella versione di Pina Lamara, che ho già analizzata. Le strofe della versione antica omesse da Ciccio Capasso erano quella del giardino, della gatta, del ciuccio, della “pennata” (la tettoia illuminata a giorno anche di notte, insomma una “luce rossa” dell’epoca), della “rimessa” e della “tiella”. Al termine di ogni strofa seguiva il classico “Cicerenella mia, sì bona e bella”.
LA CICERENELLA DEI “NAPULANTICA”
Attivo dal 2005, l’ ensemble musicale e vocale “Napulantica” si propone l’intento di valorizzare e far rivivere la tradizione autentica del canto partenopeo curando la ricerca e l’esecuzione del repertorio classico napoletano. Il gruppo ha al suo attivo numerosi concerti in piazze e teatri del territorio nazionale nonché un’intensa attività riguardante l’antica arte della Posteggia. Nel doppio album “Melodie e Canti della Napoli che fu”, il gruppo si avvale di diversi musicisti, con una formazione costituita da voce , fisarmonica, chitarra e tamburi. IL repertorio comprende la maggior parte dei brani classici della musica popolare napoletana, d’autore e anonima. Non manca “Cicerenella”.
Una voce femminile richiama che la filastrocca era cantata da bambini, dopo di che seguono sette strofe, ciascuna delle quali finisce con il classico “Cicerenella mia, sì bona e bella”. La versione dei Napulantica è identica alla versione di Roberto Murolo del 1963, di cui omette solo la strofa sulla gatta, conservando quelle del giardino, del gallo, del ciuccio, della gallina, della votte, della remessa e della tiella. Come quella di Murolo, della versione del 1885 supplicata dal giornale “Giambattista Basile”, non accetta l’iniziale “Cicerenella teneva teneva / e nisciuno n’o sapeva”, così come non fa proprie le strofe sulla “muscia” (micia), sulla pennata, sul “micco” (scimmia), la “cazzarola” è diventata “la tiella” e il dialetto napoletano è meno datato, non più sette-ottocentesco, ma novecentesco. Nella musicalità la versione dei “Napulantica” richiama un po’ quella di Peppe Barra, per il timbro, l’uso delle percussioni e il sound.
LA CICIRINELLA ABRUZZESE DEL 1969
C’è stato un periodo, forse più d’uno e ricorrenti, in cui anche in Abruzzo, della canzone “Cicirinella” (scritto così in abruzzese) s’era persa la memoria, antica. Successivamente o periodicamente essa è tornata in voga, ma abbiamo una data a partire dalla quale il suo ricordo deve essersi risvegliato. Nel 1969, il 21 settembre, a Poggiofiorito (CH), la Corale “Tommaso Coccione” eseguì e registrò una versione di una canzone intitolata “LA CANZONE DI CICIRINELLE”, di Florindo Ritucci Chinni (Vasto il 28.10.1886 - 12.1.1955), voce solista Gaetano Ciancio. La canzone rievocava il tempo in cui le mamme, “annazzicando” (cullando) i loro bambini piccoli cantavano loro tra le varie ninnananne anche la “canzone di Cicirinelle”. Era una bella canzonetta, dice la seconda strofa della canzone, che metteva allegria e, tra uno strillo e un saltello, faceva scomparire “la picundrie” (la malinconia). Le mamme prendevano dalla culla (cuccia) i bambini, li mettevano sulle ginocchia a cavalluccio e cantavano allegramente la canzonetta. Nel ritornello venivano riproposte in successione due strofe della versione originale napoletana, così come probabilmente si era diffusa in Abruzzo: nella prima strofa si parlava del cane che morsicava i cristiani (strofa presente anche nella versione calabrese: “Cicirenella teneva ‘nu cani / che muccicava li cristiani”). Nella seconda si parlava del gallo, presente nella versione originale napoletana, si diceva che Cicirinella ci andava a cavallo, ma si diceva, con una variante rispetto al testo originale: Cicirinella gli metteva la briglia e la sella (je metteve la brije e la selle”).
LA CICIRINELLA CALABRESE (Totò Marino)
Totò Marino, nato a Mesoraca (provincia di Crotone), è un interprete folk calabrese, vive ed opera a Crotone. La sua musica attinge abbondantemente dalla tradizione del folk calabrese, sul piano musicale ricorre ad una strumentazione essenziale e la sua versione di “Cicirinella” si avvale solo della sua voce e della sua chitarra. Il testo è attinto dalla tradizione popolare calabrese, ed è come risulta dalla trasformazione regionale registrata dalla popolare canzonetta napoletana. Nella prima strofa si dice che Cicerenella “teneva nu cani che muccicava a li cristiani” e nella terza un porco che scavava dentro l’orto, come in due strofe della Cicerenella abruzzese, a conferma che tra gli Abruzzi e le Calabrie (come si diceva allora) c’era uno stretto collegamento che seguiva fin dal Seicento le tracce dei briganti che andavano e venivano tra le due regioni. Nella seconda strofa viene conservato il gallo della versione napoletana, che Cicerenella cavalcava notte e giorno, pur non avendo né basto né sella. Nella quarta compare un mulo (novità asosluta), che caricava le femmine belle, assente nella versione abruzzese. Il ritornello non è il napoletano “Cicerenella mia, sì bona e bella”, ma “Cicerenella mia, sempre chiù bella”. La versione conferma quanto il testo originale napoletano sia stato mutato e trasformato nel corso del tempo nelle varie province del Regno di Napoli in cui la celebre canzonetta si diffuse.
LA CICERINELLA DI SALERNO (1974)
I l 21 dicembre 1974 a San Mango Piemonte, provincia di Salerno, venne registrata una versione di “Cicerenella”, eseguita da voci maschili anonime, con accompagnamento di tamburo a cornice (tammorra), al cui telaio sono legati campanelli e giuggiole, tricchebballacche, campanelli. La registrazione venne effettuata dal Fondo Teatrogruppo di Salerno, che la inserì nel suo archivio sonoro. Nella prima parte il cantore esegue alcune strofe riscontrate anche in altre varianti e solo in minima parte strofe della versione ottocentesca a stampa di Pietro Labriola (1826) o del giornale “Giambattista Basile” (1885), della verisone di Roberto Murolo (1963), diversamente dalla parte centrale ("Io me chiammo Don Gennarino…") che sembra invece una lunga barzelletta o stroppola (sul tipo di quelle che si usano per il canto sul tamburo), ovvero un’interpolazione testuale che probabilmente nulla ha a che fare con Cicerenella, poi ripresa alla fine dell'esecuzione. Questa interpolazione conferma che “Cicerenella” ha subito nel tempo e nello spazio (cioè nelle varie regioni meridionali dove il brano si è diffuso) trasformazioni testuali anche radicali.
LA CICIRENELLA DI MARIE LAFORET (live 1969)
Marie Laforêt, nome d'arte di Maïtena Marie Brigitte Doumenach, nata a Soulac-sur-Mer il 5 ottobre 1939 e morta a Genolier il 2 novembre 2019 ad 80 anni di età,) è stata una cantante e attrice francese naturalizzata svizzera con radici catalane-occitane. Dopo aver debuttato nello spettacolo per puro caso, gareggiando in sostituzione della sorella, che aveva rinunciato all'ultimo momento, ad un concorso per giovani talenti organizzato nel 1959 dalla stazione radiofonica Europe 1, diventò un’attrice e una cantante nota in campo internazionale anche con il nomignolo “la ragazza dagli occhi d’oro”, dal titolo di un film da lei girato come protagonista, tratto da un racconto di Honoré de Balzac. Cantò nel 1969 dal vivo la celebre canzone popolare napoletana “Cicerenella”. La sua versione è composta solo di quattro strofe, classiche, rispettivamente quelle della gatta, del gallo, del ciuccio e della gallina, eseguita due volte. Ogni due strofe c’è il classico “Cicerenella mia sì buona e bella”, metà in italiano e metà in napoletano. La voce è splendida, esotica, per l’accento francese, e la musica si sviluppa con un accenno al sirtaki, la popolare danza greca. Il tutto risulta assai gradevole e suggestivo.
Il cantante napoletano Liberato, la cui carriera è iniziata nel 2017, con la scelta di un anonimato totale, mantenendo il massimo riserbo sulla sua vita privata, nel 2022 ha pubblicato il suo secondo album, “Liberato II”, nel quale sono presenti sei inediti e una cover della classica canzone napoletana “Cicerenella”, o “Tarantella di Posillipo”, riadattandola in chiave moderna ed elettronica, realizzando anche videoclip che inscena un momento ludico alla corte dei Borbone, dove il re osserva divertito lo spettacolo delle marionette di Pulcinella. La scelta registica esprime il desiderio dell’artista di associare la tarantella di Cicerenella a tutte le altre figure storiche e drammaturgiche partenopee, al fine di rendere omaggio al patrimonio storico e culturale napoletano. Stravolgendo l’impianto delle strofe della versione originale la versione propone un testo in cui molte modifiche accrescono ed accentuano diversi doppi sensi, esplicitati e potenziati. Nella versione, indubbiamente ipertrofica, restano immutati il ritornello (“Cicerenella mia sì bbona e bella… Cicerenella mia sì bbona e bella…”) e alcune strofe classiche (“Cicerenella teneva ‘no gallo, tutta la notte nce jeva a cavallo/ essa nce jeva po’ senza la sella, chisto è lo gallo de Cicerenella”( Altre strofe vengono stravolte ed arricchite. Nell’ordine le cose che “teneva” Cicerenella sono nu gallo, na gallina, ‘na votte, “nu cule che pareva nu cufunature” (la grossa cesta delle lavandaie), ‘na vacca, nu mantesino (un grembiale) nel quale la mattina metteva i pesci, ma uno “fujette de sotta a vunnella” (scappò da sotto la gonnella), na jatta (gatta) cieca e bruttissima (scuntraffate), nu gallo che calcava come fosse un cavallo. L’ultima parte della versione di Liberato, tutta innovativa, chiede a Cicerenella dove sta e che fa e se sa che combina guai, le domande sono ripetute ossessivamente. numerosissime volte. Il brano è del tutto stravolto rispetto alla versione pubblicata nel 1885 dal giornale “Giambattista Basile” e a quella del 1963 di Roberto Murolo, oltre che a tutte le altre. Per qualche aspetto si avvicina alla versione di Peppe Barra, salvo l’introduzione al posto delle percussioni elaborazioni elettroniche e sound da musica tecno.
LA CICERENELLA DI JOACHIM RAFF
La celebrità della “Cicerenella” napoletana fu tanta che non solo si diffuse in tutte il meridione d’Italia (le province del Regno di Napoli), assumendo localmente una infinità di varianti testuali e di differenti arrangiamenti, ma varcò i confini della musica popolare andando ad influenzare ed ispirare anche compositori di musica classica. Ho già ricordato come a Napoli il grande Richard Wagner sentì un posteggiatore, Giuseppe Di Francesco, soprannominato “o zingariello”, cantare la “Cicirinella” e gli piacque tanto che si riportò in Germania il posteggiatore tenendolo con sé per tre anni, prima di mandarlo via perché gli aveva sedotto una fantesca. Joachim Raff, (Lachen, 27 maggio 1822 – Francoforte sul Meno, 24 giugno 1882), compositore e pianista tedesco nato in Svizzera, maestro di Richard Strauss, autore di molte composizioni che spaziavano in diversi generi musicali (il concerto, l'opera, la musica da camera, e opere per pianoforte, sonate per violino, per violoncello, per sestetti di archi e trii con pianoforte) scrisse una composizione per piano solo che intitolò “La Cicerenella (Nouveau Carnaval, op. 165)”, che viene eseguita ancora oggi.
LA CICERENELLA DI GIAMBATTISTA VICO
Nel suo libro “Vico dei miracoli” Marcello Veneziani (Rizzoli) dà credito ad un racconto, pressoché leggendario (perché non basato su prove certe), secondo cui il grande filosofo Giambattista Vico (1668-1744), “il più grande pensatore italiano”, trastullava la sua ottava ed ultima figlia, Teresa (che aveva lo stesso nome della madre) tenendola sulle ginocchia e recitandole (o cantandole) una delle filastrocche popolari tempo: “Cicerenella”. Se la circostanza fosse vera e accertata, avremmo la prova che la celebre filastrocca circolasse già nei primi anni del Settecento, perché Vico morì (malato di quella perdita di memoria che oggi noi conosciamo come malattia di Alzheimer) nel 1744. Tuttavia qualche dubbio resta, sebbene Veneziani dia la cosa come certa, in quanto la prima delle due strofe citate come recitate (o cantate) da Vico, al contrario della seconda che parla del “ciuccio”, non viene riportata nelle prime versioni napoletane della celebre “Cicirenella”, né in quella pubblicata nel 1885 né in quelle successive. La strofa sul “cane ca muzzequava le cristiane” la si trova per la prima volta nella versione calabrese (“Cicirenella tenia nu cani / che muzzecava li cristiani”) e poi in quelle abruzzesi (“Cicerenella teneve ‘nu cane / che muccicave li cristiane”), entrambe diffusesi non prima dell’Ottocento. Sarebbe bello credere che davvero Vico recitasse (o cantasse) quella filastrocca imitando con le dita il morso di un cane sul pancino della sua Teresina per farla ridere e divertire dopo che la piccina aveva sopportato una dura malattia. Sarebbe affascinante credere che, sentendolo “filastroccare” del ciuccio di Cicerenella, i suoi amici dicessero che “il professore” se n’era uscito di testa, come purtroppo davvero gli capitò qualche anno più tardi, quando cominciò gradualmente a perdere la memoria, arrivando a dimenticare i nomi degli oggetti a lui più vicini e delle cose più usuali e a non riconoscere i figli. E forse davvero canticchiava a Teresina, l’ultima nata, “Cicerenella”, magari quella originale napoletana, che parlava del ciuccio, ma non del cane.
LA CICERENELLA DEI TEQUILA E MONTEPULCIANO E DI ROPPOPPO’
Intorno al 2007 un gruppo di musica popolare, “L’Eco tra i Torrioni” di Cellino Attanasio ripropose una versione della Cicerenella abruzzese, accettando un’innovazione che circolava già da qualche tempo nelle esecuzioni del celebre brano da parte di gruppi improvvisati di giovani, provenienenti da varie aree della regione, che si esibivano per lo più nei in feste popolari e anche in matrimoni, mischiando indifferentemente canti appartenenti a genersi diversi, sia le serenate alla sposa che la partenza della sposa. In un incredibile pout-pourri di brani, il cui punto in comune era costituito dall’essere tratti a brandelli dalla musica popolare, si introducevano non pochi “non-sense” e cambi di parole e di strofe. Si pensi che Cicerenella, una donna di cui si raccontavano maliziosamente e sarcasticamente comportamenti licenziosi, veniva cantata a spose per il cui comportamento quello di Cicerenella non era certo un esempio da seguire, né da prendere come augurale. In queste versioni veniva introdotta una domanda che seguiva il “Cicerenella teneva teneva”. La domanda era “Che teneva? Che teneva?” e veniva proposta in maniera ossessiva, tanto da diventare un vero e proprio tormentone, che finiva con il mettere in ombra tutte le altre strofe e perfino il significato originale del brano e la sua caratteristica.
Questo nuovo testo, assai lungo fu adottato prima da Roppoppò il cantastorie e poi dal gruppo musicale Tequila e Montepluciano Band. Quest’ultimo diede inizio a quello che chiamò e ancora si chiama “Cicerenella Tour”, con il quale ha ottenuto un grande successo e ha fatto la propria fortuna. In un periodo in cui del brano si era persa un po’ la memoria, l’improvviso risveglio ha portato il grande pubblico a credere che fosse una creazione dei Tequila, rimanendo incredulo davanti a chi faceva presente che esso risaliva, invece, ma con spirito e significato del tutto diversi, ad una versione originale napoletana del Settecento.
La nuova versione, del tutto ipertrofica, tradisce lo spirito originario del brano, introduce inutili quanto triviali volgarità anche rispetto alla versione abruzzese, che pure era venuta accrescendo di per sé le licenziosità e i doppi sensi, corrompe la genuinità del brano, ridotto ad un canto goliardico nel quale si fa a gara a chi le sparar più grosse nell’esplicitare oscenità. La prima strofa accoglie una delle varianti abruzzesi (e calabresi), ma forse presente in una delle più antiche versioni, tanto che si dice che Vico la cantasse alla figlia Teresa tenendola sulle ginocchia: Cicerenella teneva un cane che “muccicava” (morsicava) “a li cristiane”. La seconda strofa parla della gatta di Cicerenella, presente in tutte le versioni), ma dicendo che era sorda e matta anziché “scontrafatte” come nella versione originale napoletana, e attibuendole la magrezza incredibile (“n’nartenave né ossa né pelle”), che invece nella versione originale era attribuita ad un ciuccio. La strofa successiva non fa a meno di recepire l’immagine della vacca e della ‘ntacca (nobilitata nella versione di Barra), ma qui abbassata di livello con un’aggiunta (‘ntacche ‘ntaccarelle). Del tutto nuova quanto gratuita è l’introduzione di un toro chiamato Corna d’oro, che camminando fa tremare la terra, e mentre richiama le prime versioni calabresi e abruzzesi qielle di un porco che “scarufave” l’orte e la ‘nzalatelle. Nuova era anche l’introduzione del bove che faceva bei solchi arando, mentre il massino della gratuita volgarità (non della intelligente e maliziosa licensiotà del doppio senso originale) lo si raggiunge nella strofa che parla del gallo, che non viene cavalcato come un cavallo da Cicerenella, ma canta (e si sente per tutta la valle), e si accoppia (“zumbave”) con le gallinelle. Le strofe successive tornano alla tradizione della versione originale, con la gallina che mangia la farinella e fa l’uovo sera e mattina, la botte, che non si può mai riempire perché non tiene “stuppazze” (questa una felice traduzione in dialetto abruzzese del napoletano tompagno) e cannella. Il massimo della gratuita volgarità conclude la versione, dicendo che lo sposo di Cicerenella le odorava (“j’adduràve”) la “rosa”. Pubblici entusiastici e trionfanti hanno decretato il successo di questa versione, ma anche il più basso livello qualitativo che una versione di Cicerenella abbia mai raggiunto, determinando anche un diseducativo invito al pubblico ad accettare la degradazione di un capolavoro della musica popolare napoletana (e abruzzese) a canto goliardico. Felice e gradevole risulta la conclusione di ogni strofa: “Cicirenella olè, Cicirenella olè olà”, ma è insopportabile il tormentone “Che teneva? Che teneva?”, che, ripetuto fino allo sfinimento, mette in ombra ogni altra cosa.
LA CICIRINELLA DELLA NOTTE DEI SERPENTI
Enrico Melozzi, avendo deciso di inserire nella seconda edizione della Notte dei Serpenti, “Cicirinella”, il celebre brano popolare napoletano nato nel Settecento e diffusosi anche in Abruzzo, ha fatto delle precise scelte, anche al testo che doveva costituire la base narrativa della sua nuova e moderna armonizzazione. Ha rinunciato a tutti gli altri testi, a partire da quello pubblicato nel 1885 dal giornale “Giambattista Basile”, perché interamente napoletano e del tutto privo di ogni caratterizzazione regionale abruzzese, per finire alla versione abruzzese “La canzone di Cicirinella” scritta nei primi anni sessanta da Florindo Ritucci Chinni, in quanto si trattava di una canzone d’autore nella quale dell’antica “Cicirinella” erano riportate solo nel ritornello due strofe.
Ha rinunciato anche a seguire il brano cantato prima da Roppoppò il cantastorie e poi dal gruppo Tequila e Montepulciano, in quanto rendeva l’antica filastrocca napoletana, teneramente maliziosa in alcuni appena accennati doppi sensi, un canto goliardico pieno di esplicitazioni alquanto triviali, tra galli che “zumbavano” le galline, code di vacche che si alzavano e mostravano “n’tacche e ‘ntaccarelle”, e uno sposo che “odorava la rosa dell’amata”.
Ecco così che è nata per la Notte dei Serpenti una versione del tutto nuova ed originale del celebre brano, un testo scritto da Gabriella Serafini, in cui si esalta il concetto tutto abruzzese della donna che aiuta, che dà agli altri, dedita ai lavori di casa, che tiene generosamente aperta per gli amici così come tiene sempre preparata la tavola, dalle mani pronte ad aiutare chiunque abbia bisogno anche solo di un incoraggiamento, con un cuore d’oro, una donna non necessariamente ammiccante, ma solida di principi e azioni. Nella quarta ed ultima strofa la versione propone una citazione dotta, dicendo che Cicirenella aveva anche un nome e un soprannome, Luisella, e il riferimento è a Luisa Sanfelice, alla cui tragica vicenda (venne giustiziata l’11 settembre 1800 a Napoli sulla piazza del mercato dopo il fallimento della Repubblica Napoletana) la figura di “Cicirinella” venne accostata dai rivoluzionari sanfedisti.
Della versione abruzzese più recente, quella della Notte dei Serpentini conserva il “Cicirinella olè, Cicirinella olè olà” (di felice inventiva), ma non il tormentone “Che teneva? Che teneva?”, che segue ossessivamente l’inizio di ogni strofa: “Cicirinella teneva teneva”. E’ accaduto, però, che è stato il pubblico presente al concerto di Pescara a far partire il tormentone ad ogni inizio di strofa. Nella registrazione effettuata a Pescara il 20 luglio 2024, come risulta dalla registrazione andata in onda du Rai 2 la sera di venerdi 24 agosto 2024, sul palco i coristi si limitano a cantare il nuovo testo scritto da Gabriella Serpentini, come compare nella scritta sottopancia della trasmissione di Rai 2, ma è il pubblico che ad ogni inizio di strofa al “Cicerenella teneva teneva”, comune a tutte le versioni antiche e moderne, ha fatto seguire, di propria iniziativa, la domanda: “Che teneva? Che teneva?”. L’intervento del pubblico ha un livello acustico non inferiore a quello dei microfoni degli artisti sul palco, solisti e coristi, così quel che nella nuova versione non c’era, il pubblico lo ha messo. E’ superfluo dire che, al di là degli arrangiamenti succedutisi nel corso degli anni, anzi, dei secoli, la base musicale è rimasta sempre la stessa, quella dei primi del Settecento, del tutto anonima.
La suggestione è relativa a Luisa Sanfelice, alla quale il brano “Cicerenella” venne accostata con significato politico rivoluzionario ai tempi della repubblica napoletana del 1799 per il suo carattere di donna, il suo temperamento, il suo comportamento e il suo martirio, giustiziata sulla piazza del mercato a Napoli l’11 settembre 1800 a soli 36 anni di età.
https://www.academia.edu/123190198/LA_CICERENELLA_o_TARANTELLA_DI_POSILLIPO_E_LA_SUA_DIFFUSIONE_NELLE_PROVINCE_MERIDIONALI?fbclid=IwY2xjawE_rdFleHRuA2FlbQIxMQABHXVHwukLtkNmFoX4oQbfaEwJC8vg9FHHJcFO-QFt68bdsrmT3OuLvwG65g_aem_Xn1fXbIxg6AUrOyU0H1tyA















