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LA CHIESA DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE A CUGNOLI (PE), RACCONTATA DA DOMENICO TINOZZI

7 Settembre 2025

di Antonio Mezzanotte

Per la serie “Interviste impossibili” oggi abbiamo il grandissimo piacere di avere con noi il dottor Domenico Tinozzi (1858 - 1953) medico, latinista, primo presidente della Provincia di Pescara, che ci aiuterà a conoscere meglio la chiesa di Santo Stefano Protomartire a Cugnoli.

D: Egregio Dottor Tinozzi, grazie per aver accettato di parlare con noi della chiesa di Santo Stefano Protomartire a Cugnoli, con la quale di certo vi è un profondo legame.

R: Ah, la chiesa di Santo Stefano! Un'anima, sì, giovanotto, un'anima che da secoli osserva il volgere degli eventi sulla nostra Cugnoli. Per me, che qui ho veduto la luce, ho esercitato la mia professione di medico e ho speso larga parte della mia esistenza al servizio della cosa pubblica e agli studi sulla nostra diletta terra, quest'edificio non è meramente una fabbrica; è piuttosto un vivido testamento. Si narra che le sue prime pietre risalgano al XIII secolo, ma la sua foggia attuale è il portato di significativi rifacimenti, segnatamente nel Quattrocento e poi ancora nel Seicento. È quale un palinsesto - intende ? - ove ogni età ha impresso il proprio segno.

D: Dunque, ci parli di queste stratificazioni, cominciando dalla facciata, che è davvero particolare.

R: È una facciata a coronamento orizzontale, d’un carattere che definirei tardomanierista, frutto, in parte, di un restauro eseguito nel 1952, il quale le ha restituito quella muratura in pietra a vista, così nobile e verace. È ivi che si palesa la sua complessa vicenda. Il portale, per esempio, è un autentico gioiello: affiancato da due robuste colonne che posano su alti piedistalli, sostiene un timpano triangolare spezzato, ornato da raffinate modanature. E sopra, una finestra quadrangolare, retta da un cherubino scolpito, fiancheggiata da volute e coronata anch'essa da un frontone spezzato, che in antico accoglieva uno stemma gentilizio. È un dialogo eloquente tra diverse epoche, un'armonia che si è composta nel fluire dei lustri. Ogni qualvolta la scruto, mi par di sentire l'eco del magistero degli artigiani che l'hanno plasmata.

D: E una volta varcata la soglia, quali mirabili aspetti ci attendono all’interno?

R: L'interno, giovanotto, è un invito al raccoglimento più profondo. È a navata unica, come assai frequente nelle nostre chiese rurali d'Abruzzo, divisa in cinque campate coperte da volte a botte lunettate. I pilastri quadrangolari addossati alle pareti creano un ritmo pacato e solenne, e tra di essi si aprono sei piccole cappelle laterali, ricavate nello spessore del muro. E non si possono non notare gli stucchi settecenteschi del lombardo Giovan Battista Gianni che ne adornano l'ambiente, chiaro segno del gusto barocco che ha permeato anche le nostre valli. Io, che ho sempre nutrito una predilezione per la classicità, riconosco nondimeno il pregio di ogni espressione artistica che ha arricchito questi luoghi sacri.

D: Vi è un elemento decorativo in particolare che ritiene di straordinaria importanza storica e artistica?

R: Ah, qui tocchiamo il cuore medesimo della questione! Il vero, inestimabile tesoro, quello che mi ha sempre affascinato e che ho sovente posto in risalto nei miei studi sulla storia locale, è l'ambone di mastro Nicodemo. Un’opera del 1166, un autentico capolavoro di scultura medievale, traslato qui nel 1582 dalla deruta chiesa di San Pietro. È posto sul lato sinistro dell’aula e le sue decorazioni enigmatiche e simboliche sono un inno al genio artistico del XII secolo. È una di quelle opere che quasi vi parlano, che vi narrano di un Abruzzo antico e colto. Ma non è l'unico pregio! La chiesa custodisce altresì il gruppo scultoreo dell’Annunciazione, del XV sec., una Madonna col Bambino in terracotta collocata all’interno di una tela dei misteri del Rosario, al posto dell’originaria raffigurazione della Vergine del Rosario del XVI sec. E non obliamo le due tele del 1748 del pennello di Domenico Gizzonio da Roccacasale: una "Madonna Addolorata tra i Santi Paolo e Stefano" e una "Madonna col Bambino tra i Santi Pietro e Andrea" e anche la scultura di un Cristo Pantocratore, di difficile collocazione temporale, ma indubbiamente molto antica. Ogni pezzo è un tassello prezioso della nostra identità culturale.

D: Lei, Dottor Tinozzi, uomo di vasta cultura, medico e politico ha sempre palesato un vincolo profondo con la Sua terra. Come s'inserisce la chiesa di Santo Stefano in questo Suo amore per Cugnoli e per l'Abruzzo intero?

R: Cugnoli è stata la mia culla e la mia dimora, il luogo ove ho servito la mia comunità sia come medico sia quale uomo pubblico, dapprima quale deputato al Parlamento e poscia come primo Presidente della Provincia di Pescara. Anche la fondazione della biblioteca provinciale si deve alla mia opera! La mia passione per la storia, per le epigrafi antiche, per la latinità – ho persino vergato versi in quella nobile lingua! – nasceva precisamente da questo profondo attaccamento alle mie radici. La chiesa di Santo Stefano è il simbolo tangibile di quella continuità, di quella ricchezza culturale che ho sempre cercato di valorizzare e di tramandare. Ogni pietra di quella chiesa è un frammento della memoria collettiva che ho strenuamente tentato di preservare e di far conoscere alle nuove generazioni.

D: Un'ultima riflessione, Dottore. Qual è il messaggio più pregnante che questa chiesa, e più in generale il nostro cospicuo patrimonio culturale, può trasmettere ai giovani d'oggi?

R: Il messaggio è eterno, giovanotto. Questi luoghi non sono mere opere murarie; sono maestri silenziosi. Ci ammaestrano sulla perseveranza, sulla bellezza che trascende il tempo, sulla fede che si incarna nell'arte. Ci rammentano la nostra provenienza e ci infondono la forza per volgere lo sguardo all'avvenire. A chi la visita, dico: non abbiate fretta. Lasciatevi avvolgere dal silenzio, udite le storie che le mura sussurrano. E portate con voi non solo un'immagine, ma un'emozione, una scintilla di quella passione che ha spinto generazioni a edificare e a preservare cotanta bellezza. È così che la storia continua a vivere.

D: Dottor Tinozzi, in primo luogo la ringrazio per il "giovanotto", sebbene io abbia cinquant'anni! È stato per me un onore e un privilegio inestimabile poter discorrere con Lei. La ringrazio di cuore.

R: Il piacere è stato mio. Cinquanta? Io nacqui nel 1858, quindi rispetto a me è un giovanotto. E ricordate, voi giovani: la bellezza è ovunque, basta saperla cercare con occhio attento e animo sensibile, non sciupatela!

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