
di ANTONIO MEZZANOTTE
SI DICE E SI RACCONTA che nel cuore di Loreto Aprutino, dove ogni pietra ha una storia da sussurrare, s’innalzi la chiesa di San Pietro Apostolo, madre spirituale del paese e custode di memorie che profumano di fede e nobiltà.
Sulla via del Baio, il primo incontro è con il portico cinquecentesco in laterizio, composto da tre campate coperte da volte a crociera. Al suo interno, le pareti custodiscono stemmi di vescovi e di re, come pagine araldiche di una storia ecclesiastica e civile che si intreccia. Nell'angolo di fondo, due eleganti trifore con colonnine in pietra si aprono come occhi sul sottostante paese, offrendo uno scorcio poetico sui tetti e sulle colline circostanti: un affaccio che sembra sospeso tra contemplazione e bellezza, che vede in lontananza la mole di Santa Maria in Piano e, all'orizzonte, il cupolone della Majella.
Sotto il portico, il portale in pietra accoglie i fedeli con sobria eleganza. Risalente alla prima metà del 1500, incorniciato da modanature semplici e robuste, reca scolpito sulle lesene dei piedritti lo stemma comunale - segno inciso di appartenenza e orgoglio locale - al centro dell'architrave, quello dell'abate Giovanni Battista Umbriani (che tenne la chiesa dal 1518) e, nella lunetta, quello dei Borboni, artefici di un restauro settecentesco. È una soglia che non divide, ma unisce terra e cielo, storia e presente. Più lo rivedo e più ci ritrovo assonanze con i portali di Santa Maria di Casanova, della Madonna delle Grazie di Alanno e, se posso osare, con quello di San Domenico a Tocco da Casauria.
Com'è e come non è, esso venne restaurato dall'abate Umbriani, che fu artefice del portale secondario su un fianco dell'edificio, risalente al 1534, estremamente raffinato nelle decorazioni e per l'utilizzo dei materiali lapidei.
Sempre all'esterno - ma nell'immediato non se ne coglie la proporzione - la torre campanaria a due livelli, solidamente a pianta quadrata, e una serie di contrafforti sul fianco destro.
La chiesa, della quale si ha la prima menzione in un atto del 1066 (una donazione del conte normanno Drogone, detto Tasso), fu per secoli abbazia autonoma, e il suo abate — figura di rilievo spirituale e politico — veniva nominato direttamente dal re di Napoli, a testimonianza del prestigio che questo luogo sacro rivestiva nel Regno.
All’interno, il pavimento in gres porcellanato riflette la luce come un mosaico di promesse, mentre gli stucchi, risalenti alla ristrutturazione settecentesca, potrebbero essere attribuiti a Girolamo Rizza da Veglio, che in quegli anni lavorò nella vicina chiesa di San Francesco, a Sant'Agostino di Chieti e, qualche tempo dopo, a Sant'Antonio Abare a Pianella. L'altare maggiore è del 1778, opera del marmoraio napoletano Pasquale Ammirante. Le cappelle laterali si susseguono come stazioni di un pellegrinaggio interiore.
La cappella di San Tommaso d’Aquino (la cui devozione fu favorita qui in paese proprio dai feudatari d'Aquino), dal pavimento in maiolica castellana, è un angolo di silenziosa sapienza.
Si dice e si racconta che Tommaso veniva irriso dai compagni di studio con il nomignolo di bue muto, per via della stazza e della mitezza di carattere. Il suo precettore, Sant'Alberto Magno, che ne conosceva la profondità di pensiero e la forza della fede, profetizzò tuttavia che al momento opportuno i suoi muggiti sarebbero stati così forti da udirsi da un capo all'altro del mondo! Il bue è anche l'animale che si inginocchiò al passaggio delle reliquie di san Zopito. Bue l'uno, bue l'altro, ma la fede in Cristo tutto può.
Il Doctor Angelicus - come viene ricordato l'Aquinate - è raffigurato con in mano un libro e lo sguardo rivolto al cielo, come a ricordare che la fede e la ragione non sono mai state nemiche. A sovrastare l’altare, un baldacchino in legno dorato richiama con grazia e proporzione quello celebre del Bernini nella basilica vaticana: un omaggio locale alla grandezza barocca, che conferisce alla cappella un’aura solenne e maestosa. Gli stucchi sono attribuiti a Donato Ferada, che negli stessi anni (1670 circa) lavorava anche nell'Oratorio di Santa Maria delle Grazie in Alanno.
La cappella di San Zopito, invece, è il cuore pulsante della devozione loretese. In una nicchia, il busto argenteo del santo, datato 1753 e di scuola napoletana, accoglie i fedeli con la sua maestà luminosa. Durante la festa patronale, celebrata il lunedì dopo Pentecoste, questa cappella si trasforma in un santuario vivo, dove la tradizione incontra la spiritualità più autentica.
In una delle altre cappelle è conservata anche una tela dedicata alla Madonna del Rosario, opera di scuola locale del XVI secolo. La Vergine, raffigurata con il Bambino e circondata da santi, offre un’immagine dolce e raccolta, che ben si accorda con l’atmosfera intima della chiesa.
Allora, San Pietro Apostolo non è solo una chiesa: è una narrazione scolpita nella pietra, un ponte tra passato e presente, tra il sacro e il quotidiano.


















