
di ANTONIO MEZZANOTTE
Si dice e si racconta che qui in Abruzzo ci sono luoghi che sembrano voler restare in disparte, come certi personaggi dei racconti popolari: non fanno rumore, non pretendono attenzione, ma, quando ti avvicini, ti accorgi che custodiscono storie più grandi di loro.
La chiesa di San Benedetto a Gabbiano, nelle campagne di Corropoli, è uno di questi luoghi: un edificio che oggi appare quasi timido, ma che per secoli è stato un punto fermo nella geografia spirituale e politica della Val Vibrata.
La chiesa, infatti, era parte integrante del monastero benedettino di Gabiano (con un sola "b"), fondato dai Benedettini cassinesi intorno al XII secolo. Le prime menzioni documentali risalgono al 1188, quando il complesso risultava dipendente dal monastero di San Nicolò a Tordino, che proprio in quel periodo rivendicava una maggiore autonomia dell'abbazia madre di Montecassino. Già allora, dunque, questo piccolo insediamento religioso era inserito in una rete di poteri, privilegi e contese che attraversavano l’Abruzzo medievale.
Nel corso dei secoli il Casale San Benedetto - come veniva chiamato questo luogo - fu oggetto di vari interessi: dal cardinale Latino Orsini, che ne ricevette la commenda da papa Niccolò V nella metà del 1400 - quando ormai i benedettini avevano lasciato il monastero - e la mantenne per 27 anni, ai Canonici di San Salvatore in Lauro a Roma, fino ai Celestini di Santa Maria di Mejulano - la grande abbazia posta a monte di Corropoli, lungo la strada per Controguerra - che lo ottennero in affitto nel 1671. Nel frattempo, nel 1507, grazie all’intervento del Duca di Atri Andrea Matteo III, l’intero territorio di Gabiano venne incorporato nella giurisdizione di Corropoli.
Oggi la chiesa - le cui fondamenta poggiano su una precedente struttura di epoca romana - si presenta con una facciata in laterizio, semplice e lineare, coronata da un campanile a vela che sembra vigilare sul paesaggio circostante. Il portale ad arco a tutto sesto e la grande finestra rettangolare sopra di esso conservano ancora l’eleganza essenziale dell’architettura benedettina.
L’interno, che un tempo era a tre navate, è oggi ridotto a un’unica aula: una trasformazione avvenuta tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, quando le due navate laterali andarono perdute.
Accanto alla chiesa sopravvive l’antico corpo monastico, oggi restaurato e adibito a uso privato, proprietà della famiglia Cerulli-Sanità. È un edificio che, pur trasformato, conserva il fascino delle architetture rurali monastiche: solide, funzionali, senza fronzoli.
Come spesso accade nelle nostre campagne, anche qui la devozione popolare ha lasciato tracce sorprendenti. La chiesa, pur essendo dedicata a San Benedetto, ha ospitato la statua di Sant’Antonio Abate, poi trasferita nella vicina chiesetta di Santa Scolastica (famosa per una sorgente di acque sacre, dalle proprietà galattofore), e per tale motivo viene detta "di Sant'Antonio". Qui però è accaduto che - erroneamente - il santo eremita è stato confuso con l'omonimo patavino e ancora oggi sia nel web sia su qualche testo trovo indicato "chiesa di S.Antonio di Padova", il quale, però - come ironizzava l'ottimo don Ivo Di Ottavio, persona di irrefrenabile vivacità culturale e che fu parroco di questi luoghi per circa quarant'anni - con tutto il rispetto, con Corropoli non c’entra nulla!
Visitare oggi la chiesa di San Benedetto (e Antonio) significa entrare in un frammento di Abruzzo che resiste: un luogo dove la storia non è stata musealizzata, ma continua a vivere nella pietra, nel silenzio, nella memoria di chi lo abita e lo racconta.
Forse è proprio questo il suo fascino: non vuole stupire, non vuole imporsi. Ti chiede solo di fermarti un momento, guardare la facciata in laterizio, immaginare i monaci che attraversavano la valle, e ascoltare ciò che resta di un passato che, qui, non ha mai smesso di parlare, ma che noi altri del XXI secolo abbiamo smesso di ascoltare.
















