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LA CANZONE ABRUZZESE: una rilettura necessaria

GABRIELLA SERAFINI.

Per tanto tempo si è discusso sulla canzone abruzzese, quella che, per intenderci, viene cantata dai cori folkloristici, composta da musicisti su versi dialettali di poeti e che risentono di echi di costumi passati tipici di un’economia agro-pastorale o marinaresca a seconda del territorio da cui sono ispirati. Chi dice che questi siano canti popolari, chi li definisce canti d’autore, chi afferma che non hanno più presa sul pubblico e che non sono proponibili per i giovani.

Poi all’improvviso, nell’evento estivo “La notte dei serpenti” un direttore d’orchestra, violoncellista, produttore discografico, teramano di nascita, il M° Melozzi, forse l’innovatore più coraggioso e libero da schemi, eclettico ma formato musicalmente sui grandi classici, che a Sanremo ha diretto i Maneskin, che ti fa?

Riarrangia brani come Marrocche e frusce, La fija me’, Maremaje...

 Maremaje… te li confeziona con musicisti di classe, ballerini e cantanti slegati dai cori folkloristici tradizionali e… resuscita la canzone abruzzese, riuscendo a muovere le corde di una identità ragionale che da tanto non riuscivamo più a ritrovare. A quel punto non importa se sia d’autore o popolare, è la canzone abruzzese che si diffonde attraverso tutti i media, addirittura su RAI 1, con un successo strepitoso!

Il fenomeno di rigenerazione della canzone abruzzese che il M° Melozzi è riuscito a innescare cosa produrrà? I puristi e i riformisti

diranno bene o male?

Non credo che questi termini così antitetici si possano giustificare, piuttosto occorre riflettere. Se un evento è esploso con lo stesso effetto che innesca una miccia, un significato ce l’avrà!

Certo è che bisogna analizzare più da vicino alcuni fenomeni e studiare con attenzione le variegate vesti che sta assumendo la cultura dialettale. Oggi, nonostante o forse proprio in virtù dei social-media, ci troviamo di fronte ad una ibridazione culturale, quella che De Gennaro afferma essere la tomba della cultura agro-pastorale, ma che si può considerare un’evoluzione necessaria che permette di conservare e diffondere alle nuove generazioni ciò che ci caratterizza come territorio. Bene e male sono categorie che non appartengono all’antropologia né a qualsiasi analisi linguistica, musicale o di costume di un determinato fenomeno. E dunque, ripercorriamo brevemente cosa è capitata alla canzone abruzzese e quali sono state le sue caratteristiche principali, in senso strettamente antropologico.

Era il 1888 e quello che potrebbe essere “il primo canto popolare d’autore”: La viulette” - se na scingiate te putesse dà – (versi di Tommaso Bruni, musica di F. P. Tosti), viene eseguito nella cornice del convento michettiano il lunedì in Albis dal M° Vittorio Pepe. La canzone abruzzese si è diffusa da quel momento in poi!

Saranno state le Maggiolate ortonesi a cui partecipavano insigni musicisti e poeti, saranno stati gli eventi organizzati nel tempo, sempre in nome delle famose maggiolate, quello che si è diffuso è stato proprio il canto abruzzese d’autore che ha un’anima popolare e una veste musicale “dotta”.

Il periodo che va dagli anni ’70 agli anni ’90 ha visto un gran fiorire di eventi culturali, organizzati dagli Enti Locali, associazioni e istituzioni varie che riguardavano poeti, musicisti e cori folkloristici, assolvendo a quella funzione di memoria della nostra cultura originaria, ma di popolare c’era ben poco, perché il popolo non usava più quel linguaggio espressivo, preferiva nuovi generi e la canzone abruzzese sembrava lontana dal modo di essere contemporaneo. I cori erano e sono ancora sinonimo di festa e hanno reso possibile trasferire la cultura musicale abruzzese alla grande massa, i musicisti e i parolieri hanno dato vita a nuove produzioni, ma si è trattato più di conservazione della cultura dialettale.

Il canto monodico e d’occasione, improvvisato dal popolo che accompagnava le varie fasi delle stagioni, della vita, delle ricorrenze sacre e profane, successivamente studiato e raccolto dai cultori di etnomusicologia, hanno avuto la fortuna di incontrare un grande della musica dell’ottocento, Francesco Paolo Tosti, che l’ha rielaborata, gli ha dato una connotazione musicale e l’ha fatta conoscere al pubblico più vasto, anche perché sulla sua strada un editore, Ricordi, ha provveduto a diffonderlo su vasta scala. Quegli stessi canti, dopo aver assimilato la lezione tostiana di una canzone abruzzese che venisse dall’ispirazione popolare ma con parole e musica di artisti, oggi si incrocia con una nuova sensibilità e nuovi strumenti espressivi e, guarda caso, con un musicista e direttore d’orchestra che ha fatto esperienze tra musica classica, pop e rock.

I tempi cambiano e da una società prettamente agro-pastorale o marinaresca siamo via via passati a una società postmoderna, attraversando le varie fasi dell’industrializzazione, dell’emigrazio-ne, dello spopolamento delle zone interne. Necessariamente c’è stato un processo di adattamento che non è stato mai una cesura netta. Il dialetto è rimasto anche nelle periferie urbane, i costumi sono via via cambiati. Così Nicola Fiorentino scrive introducendo il secondo volume di canti di Vincenzo Coccione “La fonta nostre, Poggefiurite”: “Quando, nei primi decenni del Novecento, fiorì la canzone abruzzese, il poeta prestava la sua penna, ma i sentimenti, gli accenti erano quelli del popolo. Oggi per le campagne non si ascolta più il canto delle mietitrici, trionfa il frastuono esplosivo dei decibel spacca monumenti. L’identità popolare della nostra regione appare come svuotata e, comunque, seriamente compromessa. Lo spazio residuale lasciato alla poesia che si colloca a mezza strada tra il folklore e la lirica colta non permette, dunque di rivolgersi a un referente, che non esiste più”.

L’attuale processo di globalizzazione e l’evoluzione tecnologica che si pensava inaridissero o quantomeno ci allontanassero dalle nostre radici culturali, da ciò che i nonni ci hanno tramandato e che hanno alimentato la nostra infanzia, al contrario hanno portato un novello modo di valorizzare quello di cui ci siamo alimentati: sui social appaiono sempre più frequentemente espressioni dialettali, slogan e proverbi ma anche poesie e testi brevi (senza alcun rigore ortografico-grammaticale), canzoni abruzzesi che connotano i post . Ci sono giovani artisti e cantastorie come Setak e Roppopò che propongono nuove sonorità, ma le loro canzoni sono in lingua dialettale come un fil rouge che unisce le generazioni.

Credo, in ultima analisi che il M° Melozzi abbia fatto la stessa operazione culturale che a suo tempo fece Tosti.

Mi spiego meglio: di fronte ad espressioni tipiche musicali popolari o pseudo popolari, come Marianicole, Mare nostre, Paese me, Din don, Vola vola…, un moderno musicista di valore ha confezionato una nuova “veste” musicale e spettacolare. Mentre Tosti aveva come scenario il Convento michettiano di Francavilla, Melozzi sceglie il teatro del mare di Pescara, Tosti aveva assorbito i canti monodici durante i lavori dei campi, Melozzi i canti abruzzesi dei vari Di Iorio, Polsi……, Tosti collaborava con la Ricordi, Melozzi oltre che essere produttore discografico, collabora con la Rai.

Oggi il canto abruzzese d’autore stenta a trovare tanti spazi creativi ed esecutivi. Ma “la notte dei serpenti” ha fatto un mix di tradizioni, canti, slogan, costumi, luci e suoni da sembrare una moderna maggiolata abruzzese.

Alcuni cori folkloristici cercano di intercettare il gusto del pubblico con una rilettura diversa del ritmo, ad esempio il Coro di Picciano, diretto dal M° Enzo Di Camillo e dal fisarmonicista Mario Di Marco, esegue “Marianicola” con lo stesso arrangiamento dell’Orchestra Popolare del Saltarello. Altri musicisti e poeti stanno esplorando le magiche atmosfere delle romanze e delle musiche da salotto.

Alla canzone abruzzese si aprono, coraggiosamente, orizzonti inaspettati che custodiscono il sapore delle radici: “E core de la mamme, de la mamma sé, massere ve’ la bande e se la porte la fija mè”.

BIBLIOGRAFIA.

Gabriella SERAFINI, Catalogo, - Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - Rosone d'Oro -Premio di Poesia "G. Porto" XXIV Edizione 2023, pp. 94,95,96,97,98.

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