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Intervista a Carlo Durante: ecco come sono diventato autore e regista televisivo

10 Marzo 2024

REMO DI LEONARDO.

Intervista rilascita al periodico "Lacerba" venerdì 24 febbraio 2024.

Carlo Durante è un autore e regista televisivo di Pescara, ma dalle origini pianellesi, i genitori Augusto e Rita Di Leonardo sono originari della città vestina. Dal 2004 ha lavorato in RAI con incarichi nelle strutture Educational, Digital e, attualmente, nella Direzione Approfondimento. Per anni tra le firme de La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli, si è occupato di cultura digitale con programmi come Complimenti per la connessione, Web Side Story e Pillole contro la Disinformazione e di talk show di informazione come Filorosso, Che c’è di nuovo e XXI secolo.

Nel corso di questa intervista, l’autore ha raccontato diversi aspetti del lavoro dietro le quinte della TV, spiegando come un’attività dai tempi serrati, applicata a trasmissioni che vanno in onda quotidianamente, prosegue sempre anche quando le luci dello studio vengono spente.

Grazie Dott. Durante per aver accettato questa intervista per “Lacerba”.

Carlo Durante, qual è la sua formazione e come ha iniziato il mestiere di autore televisivo?

"Intanto grazie a Lacerba per l’attenzione non so quanto meritata. Scherzando potrei dire che sono cresciuto all’ombra del Vate, nel senso che ho studiato al Liceo Classico di Pescara e nella Facoltà di Lettere di Chieti, entrambe intitolate a Gabriele d’Annunzio. Negli anni ‘90 con un gruppo di amici cinefili, oggi tutti affermati professionisti dell’audiovisivo, abbiamo fondato un circolo del cinema e ho fatto le mie prime esperienze come operatore culturale sul territorio e documentarista. Poi un master a Torino, una lunga gavetta tra stage e contratti precari in diverse società di produzione televisiva a Roma, e infine l’incontro con Giovanni Minoli che professionalmente è stato non l’unico ma il più importante dei miei maestri". 

Come è stato lavorare con Giovanni Minoli?

"Giovanni ha fatto la storia della televisione moderna: Mixer e La Storia siamo noi sono programmi entrati nell’immaginario collettivo, ma la sua attività professionale in RAI, sia come autore che in veste di direttore di Rete, è sterminata. Negli anni ‘80, dietro programmi come Blitz, Quelli della notte e Abbocca aperta, c’era lui. Si è inventato la lunga serialità di Un Posto al Sole. Un’intera generazione di autori e conduttori è stata scoperta e si è formata con lui: Massimo Giletti, Milena Gabanelli, Bianca Berlinguer, Sveva Sagramola. I suoi faccia a faccia con i grandi della terra restano il format di intervista televisiva più imitato dagli addetti ai lavori e studiato nei corsi di comunicazione. Oltre che di grandi intuizioni è un uomo di grande passione intellettuale, di inesauribile curiosità e grande generosità umana. Ho avuto il privilegio di lavorare al suo fianco per dieci anni e ancora oggi, a distanza di tempo, mi rendo che conto che metto in atto quotidianamente i suoi insegnamenti".

Si sente libero in Rai?

"Personalmente si, nel senso che ho sempre lavorato a programmi e con direttori e conduttori che mi hanno cercato per le mie qualità professionali e non in base ad appartenenze politiche o orientamenti culturali che, peraltro, non ho mai dichiarato in pubblico. Sulla completezza e il pluralismo dell’offerta RAI c’è un ampio dibattito che tutti possiamo seguire sugli organi di stampa ma, come dipendente, anche in base al Codice Etico aziendale, non rilascio dichiarazioni".

È necessario che un autore sia sempre in studio durante le dirette? E una volta spente le telecamere come continua il suo lavoro?

"Gli autori tv hanno profili molto diversi in base ai prodotti che realizzano. Alcuni lavorano soprattutto in redazione su scalette, copioni, testi, domande per gli ospiti. Altri al montaggio coordinando e supervisionando i contributi filmati: servizi, reportage, inchieste. Altri ancora nel raccordo tra redazione, montaggio e studio televisivo dove il programma prende la sua forma definitiva. In ogni caso, la diretta (o la registrazione) è il momento finale di un lavoro che non si ferma mai. Che si occupi di una quotidiana, di un settimanale o di un ciclo di trasmissioni, le antenne di un autore sono sempre dritte sulle news, sui social e negli ambiti specifici che ciascuno si ritrova a seguire: politica, economia, cronaca, etc".

Qual è la parte che la diverte di più del suo lavoro e se c’è, qual è l’aspetto più noioso?

"L’ideazione di una puntata è sempre affascinante: individuare un tema che possa interessare il pubblico, individuare gli ospiti giusti, scegliere le storie da raccontare nei “pezzi” degli inviati. È un momento molto creativo. Poi comincia la fase di “messa a terra”. E le idee devono trasformarsi in un prodotto concreto. C’è da fare ricerche, trovare contatti, incastrare disponibilità spesso in tempi brevi...insomma parti noiose non direi ma le fasi di fatica e di stress non mancano".

Quanto dipende da voi autori il successo di un programma?

"Una buona squadra di autori, con competenze eterogenee e sensibilità diverse, è molto importante per la riuscita di un prodotto televisivo. Ma anche la regia di studio, la scenografia e le luci hanno un’importanza che spesso viene sottovalutata. Inutile dire poi che il “volto” del programma, il conduttore o la conduttrice, deve funzionare. Diversamente non c’è gruppo di lavoro che possa evitare il flop".

Ci sono altre mansioni che le piacerebbe ricoprire all’interno di un  programma televisivo?   

"In questi anni ho avuto la fortuna di fare un po’ tutto: programmi di politica, di economia, di storia, di divulgazione. Ho lavorato in esterni, in montaggio e in studio. Più che una mansione specifica mi piacerebbe poter scegliere l’ambito disciplinare di cui occuparmi ma non sempre è possibile. Con gli anni si impara ad apprezzare il lavoro di squadra, l’importanza di rapporti umani improntatati alla correttezza e, in RAI, non si deve mai perdere la consapevolezza che si lavora per un servizio pubblico, pagato, almeno in parte, dai contribuenti".

Nella sua formazione professionale e umana quanto ha inciso la sua origine abruzzese, il suo legame con Pescara e Pianella?

"Molto e in positivo. Sono cresciuto in un ambiente culturalmente vivace e stimolante. Con familiari, amici e figure formative di assoluto spessore. Non ho mai concepito la “provincia” come un limite o un ostacolo. Ma devo anche dire che partire e mettersi in gioco in posti e ambienti diversi da quelli di origine è stato importante. Le radici restano, la vita segue percorsi spesso imprevedibili. Bisogna restare flessibili e adattarsi alle circostanze".

Che consigli darebbe ad un giovane che vuole avvicinarsi alla sua professione?

"Seguire le proprie passioni. Sono quelle che definiscono l’identità e le competenze di un professionista. E mettere in conto due passaggi ineludibili: la fatica e i fallimenti. Senza studio e impegno costante è difficile ottenere risultati. Errori e passi falsi ne facciamo tutti. L'importante e farne tesoro e ripartire".   

Quale pensa sia il futuro della tv?

"La tv, per citare Minoli, è un media “maturo”, è stata centrale nel secondo Novecento, ma con l’avvento della trasformazione digitale è destinata a cambiare profondamente. Stiamo entrando in un’era di consumi “on demand”. Non è più il tempo in cui il palinsesto ci dettava orari e appuntamenti quotidiani e settimanali. L’offerta è sterminata, la curva di attenzione degli spettatori si è abbreviata, prodotti audiovisivi di ogni genere vengono fruiti anche, o soprattutto, su dispositivi mobili, le nuove generazioni spesso non hanno nemmeno un televisore in casa. Ma come ogni cambiamento tecnologico, l’essenza del lavoro autoriale resta invariata. Si tratta di scegliere e confezionare in modo accurato e interessante un tema o una storia interessante e appassionante. Non a caso, anche se le piattaforme multimediali si moltiplicano, tra gli addetti ai lavori prevale ancora il vecchio adagio “content is king”, la qualità del contenuto è ciò che conta davvero".

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