"Il Taccuino dell'Equilibrista" Guglielmo Aprile

Marco Tabellione / Lun 02 maggio, 2022 /

Raccontare il clima di tensione e ansia dei primi due decenni del nuovo millennio, e farlo attraverso dei versi, può sembrare un progetto ambizioso. Ma è indubitabile che Guglielmo Aprile, poeta di Napoli ma residente a Verona, con la raccolta Il taccuino dell’equilibrista, (Giuliano Ladolfi Editore) ha sicuramente dato delle indicazioni che possono illuminare questi anni così problematici e a volte apocalittici, almeno attraverso il linguaggio non lineare né razionale, ma profondamente emotivo e simbolico della poesia.

Un cinismo, una specie di fatalismo esasperato caratterizza la poesia di Aprile, un pessimismo ironico che influenza soprattutto i finali e le chiuse delle poesie. “L’impazienza dei passeggeri è ingiustificata, a confronto con la scarsa attrattiva della meta finale”, affermazione perentoria che apre una delle poesie, dove emerge la visione disincantata e cinica dell’autore riguardo alle apprensioni dell’esistenza, ritenute ingiustificate rispetto alla fine certa che ci aspetta. Uno sguardo non tanto pessimistico, quanto acutamente realistico, forse influenzato da questi anni di pandemia, una visione che più che apocalittica, bisognerebbe definire semplicemente come lucida, un po’ alla Ennio Flaiano.

Eloquente da questo punto di vista il titolo di una delle poesie, “Falsa Itaca” in cui si rovescia in negativo il topos letterario del ritorno e della meta positiva: “Non c’è impero degno di nostalgia” esordisce nella stessa poesia Aprile. Ma al di là dell’apparente nichilismo, la natura ideologica dei versi di Aprile mostra un’edificabilità, un desiderio costruttivo tanto più profondo, quanto più nascosto.

E’ vero sì che la chiave ironica che spesso i versi di Aprile assumono, non può permettergli slanci edificatori di tipo romantico, si pensi a finali di poesia come questo: “Non accumulate tesori in terra, tanto l’abbronzatura andrà via in un paio di settimane” in cui il riferimento evangelico viene ridimensionato dal distico dissacrante conclusivo. Ma il sarcasmo di Aprile non è mai fine a sé stesso: “Siamo soli nessuno ci vede” (altro micidiale epigrammatico verso) potrebbe indicare una professione di ateismo, sennonché sembra che il poeta voglia metterci davanti ad una realtà incontrovertibile e istillarci il coraggio di guardarla per quella che è. E magari da questa contemplazione apparentemente cinica si ricostruisce un sistema di valori, una possibilità di vita, persino ideali, dopo aver demolito le retoriche di un tempo, oggi non più in grado di offrire dei punti di riferimento reale e concreti.

È vero che in conclusione perentoriamente il poeta afferma: “Siamo soli nessuno ci vede”, ma appunto è evidente che almeno tra di noi ci possiamo vedere, e questo il poeta lo lascia sottintendere ampiamente, aprendo uno spiraglio capace di incrinare l’apparente nichilismo dei suoi versi. 

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