
di Paride Mariotti.
A Pianella, tra la fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento, il nome dei Panfili incuteva rispetto.Terre, case, rendite:tutto parlava di solidarietà e decoro. Proprio per questo, la figura di don Silvestro Panfili apparve a molti come una stonatura inquietante, una crepa aperta nell'immagine irreprensibile della famiglia.
Avviato alla carriera ecclesiastica quando era poco più che un ragazzo, Silvestre non aveva scelto il sacerdozio: vi era stato condotto. Gli studi nei seminari di Penne e di Chieti, pagati dal fratello Michele, lo avevano reso sacerdote, ma non uomo di fede. Tornato a Pianella, don Silvestre trovò nella casa del fratello non solo ospitalità, ma una protezione silenziosa che gli permise di vivere senza rendere conto a nessuno.
Fu in quell'ombra protettiva che il vizio prese forma. All'inizio erano partite occasionali, giocate in stanze chiuse, lontano dagli sguardi del paese. Poi il gioco divenne abitudine, e l'abitudine necessità. Il denaro mancava sempre, e quando mancava, veniva cercato ovunque: nelle rendite dei terreni, nelle cause legali, negli affari che un sacerdote non avrebbe mai dovuto trattare. Attorno a lui si raccolsero uomini di mala fama, creditori pronti a battere cassa senza rispetto per la tonaca.
IL paese cominciò a mormorare. Un prete che gioca, che deve denaro, che frequenta compagnie equivoche, non poteva passare inosservato in una comunità piccola come Pianella. Eppure don Silvestre continuava a muoversi con arroganza, forte del nome che portava e della certezza che Michele, ancora una volta, avrebbe riparato ai suoi errori.
E così avvenne: debiti saldati, scandali soffocati, silenzi comprati. La caduta fu lenta, ma inesorabile. Durante il periodo dell'unità d'Italia, don Silvestre si recò a Napoli per seguire una causa del fratello. La città, grande e febbrile, divenne il teatro della sua rovina definitiva. Il denaro affidatogli per la lite svani' nei tavoli da gioco, tra notti insonni e promesse mai mantenute.
Tornò a Pianella più povero di prima, inseguito dai creditori, costretto a rifugiarsi sotto "asilo" per evitare il carcere. Da quel momento, l'uomo di Chiesa divenne una figura inquieta, sospesa tra sacro e profano. Firma atti, acquistava terreni a nome del fratello, intrecciava affari per coprire vecchi debiti, aggravandoli. Ogni passo che compiva lo legava sempre più a una rete di obblighi e menzogne. E quando non ebbe più nulla da perdere, si rivolse contro lo stesso Michele, pretendendo la restituzione dei frutti di un territorio canonicale che egli stesso aveva ceduto anni prima.
La causa giudiziaria fu l'atto finale di questa discesa. In tribunale, le carte raccontano ciò che a Pianella molti già sapevano: un sacerdote mantenuto dal fratello, dedito al gioco, travolto dai debiti, pronto a rivendicare ciò che non gli spettava pur di sopravvivere. La legge respinge le sue proteste, riconoscendo prescritte, ma il danno morale era ormai compiuto.
Don Silvestre Panfili resto' così nella memoria del paese come un monito oscuro:la prova che la tonaca non protegge dall'avidita', Che il nome non salva dalla caduta, e che anche nel cuore di una comunità apparentemente ordinata poteva annidarsi Un storia di vizio, inganno e rovina.
ASCOLTA L'ARTICOLO



















