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IL DIALETTO: uso del Dialetto e la sua Valenza espressiva

1 Febbraio 2025

di Elena Malta

Ostico è questo argomento, sono sicura che farà storcere la bocca a parecchi, come a sentire l’odore dell’aceto. Il Dialetto è la lingua di ‘n campagne, un po’ cafona per cafoni, una lingua rozza, affatto rifinita, una lingua comune, come l’erba spontanea che alligna dovunque, la lingua che spunta, fiorisce selvatica in bocca a tutti.

Non solo, è una lingua che non arrotonda in chiusura le finali : LUCIJANE (un nome maschile e/o femminile), che appiattisce tanti suoni: t/d        c/g       s/sce/z es: scundende    lendamende    ‘n cocce    strade   ‘n zaccocce   che aspira g/c   hatte   hocce  huste   prihìre   nehà   che struttura periodi dove il soggetto è una perifrasi o dato per capito o è ellittica di verbo: “Une, a preharse la morte, è sbajate”

Ma è proprio nello spontaneo fluire del pensiero, seguendo il flusso di coscienza, che la parola e la comunicazione hanno successo e raggiungono l’altro; la lingua dialettale funziona e diventa strumento sociale e non resta privato e personale. Il Dialetto è una lingua, un linguaggio: Treccani – la facoltà dell’uomo di comunicare il Pensiero ed esprimersi per mezzo di suoni articolati, organizzati in parole adatte ad individuare immagini e a distinguere rapporti secondo convenzioni implicite, varie nel tempo e nello spazio.

Come tale, una Lingua è costituita da segni e si può scrivere. Se tutti gli animali, uomo incluso, comunicano, “parlano”, solo l’uomo può scrivere la lingua: e il Dialetto scritto quindi ha la sua Grammatica e una sintassi propria, le sue regole che non possono essere disattese. Ci sono studi e studiosi a dibattere punti su punti e a dipanarne gli aspetti lessicali, fonetici e quant’altro.

In un mondo evoluto come quello attuale, con tecnologie sofisticate di ultima generazione, appoggi satellitari per la comunicazione, ci troviamo a voler essere omologati in una Lingua Nazionale (passi l’internazionale) e a trascendere sull’uso del Dialetto come un vecchiume da abbandonare, come quando abbiamo dato la roba a lu Cinciare in cambio di bagnarole e altri oggetti in plastica (Moplen), attratti dalla leggerezza del nuovo materiale, dai colori brillanti, la maneggevolezza, le forme.

Dove voglio andare a parare: a dire che il Dialetto è bello, brutto, musicale, cacofonico, specialmente quello nostro pianellose, con la caratteristica “o” che chiude non solo le parole, ma segna una distanza, nella comprensione, con le altre realtà intorno, come lu pescarese, e magari più assonanti, più vicine alla lingua nazionale?

Bello il Dialetto non è per chi lo associa a tempi di stenti e di fatica, a forme sofferte di discriminazione perché ancora fa sentire legati a quel retaggio rustico di campagna che tuttavia tanto lustro ha saputo far raggiungere, via via emancipandosi in tanti modi da certi gusti ristretti, facendo leva sulla saggezza sottesa a tanta capacità di vivere in modo rispettoso e creativo il rapporto con Madre Terra, da cui trarre francescanamente “sustentamento”.

Negli anni 60-70, per amore di emancipazione, l’aggiornamento nell’uso della lingua parlata, nelle nostre famiglie, è stato un processo continuo, insegnando ai figli, sin da piccoli, subito i termini della Lingua Nazionale e staccando la spina alle forme dialettali. Il risultato è la perdita di una componente importante della nostra identità legata al luogo di nascita: ne scaturisce un impoverimento culturale, non solo linguistico e il ruolo della comunicazione viene riconosciuto e demandato al solo uso dell’Italiano, la Lingua de “le genti del bel paese dove il sì suona”.

Ne scaturisce un ulteriore livello di Impoverimento, quello del Senso di Appartenenza. Il desiderio di liberarsi dai retaggi contadini è giustificato da quella patina di pregiudizio diffuso nel passato di arretratezza, di scarsa “Cultura”, di “cafoneria” di siloniana memoria. Quanta Saggezza in quel Sapere di Natura!  Oggi non è più così, sappiamo esprimerci in Lingua Italiana corretta, più o meno epurata da inflessioni locali, e quindi il Dialetto non dovrebbe più avere per noi l’effetto di una catena ai piedi che ci trattiene nel passato e ci veste di antico o di poco raffinato, di poco “pulito”, di “Volgare”, (lu parlà “zozze” contrapposto a quello “pulite”).

Siamo oggi linguisticamente più ricchi di quanto pensiamo: siamo BILINGUI, almeno! Ogni lingua, a dirla con Pasolini, “ha un tremore dentro che fa toccare il momento sorgivo”. É l’inconscio della lingua dialettale che monta come il latte della madre a dare alimento al bambino.

Il Dialetto è una lingua Naturale, mentre l’Italiano è artificiale, omologato, uguale, standardizzato per l’uso, in tutto lo Stivale.

Il Dialetto è una lingua Sorgiva, ha le sue ricchezze, le sue tipicità, i suoi adagi, scrigni di saggezza e resta espressione viva finché è usato nel flusso sorgivo, come una lingua che dà forma ad un modo di organizzare il pensiero comunicativo. Una lingua non può mai restare ferma, ma deve essere dinamica nella vita, il Dialetto è VITA e siamo noi a dargli VOCE.

Nel 20ennio fascista c’è stato un forte atteggiamento di Dialettofobia verso la parlata e anche verso tutta la civiltà contadina, del cui carattere naturale, inteso come legato alla Natura, poeti e scrittori erano osservatori, decifratori, interpreti, espressione e testimonianza per le variegate suggestioni metaforiche di significato. La lingua Italiana si è standardizzata anche con la diffusione della televisione nella sua comunicazione quotidiana e nel consumismo del suo linguaggio pubblicitario. Solo nel secondo 900 si ricostituisce una larga schiera di Poeti Dialettali di levatura nazionale che si esprimono nei vari dialetti di provenienza, poichè la Lingua Nazionale, raggiunto il grande scopo di Unificare l’Italia, risulta una espressione oggettiva, “Elitaria, Aristocratica e Limitante”.

Il Dialetto è invece lingua Vergine e Istintiva, ricca, una lingua soggettiva, di espressioni autoctone, che attinge e dà voce ad un mondo non omologato, non contaminato; è uno strumento efficace, un legame espressivo, senza intenti polemici, una lingua in vita, in forza; è quella parlata che la gente di un posto condivide, con cui si relaziona, si comprende, si riconosce, si appartiene. Riconquistando piena dignità espressiva e culturale, la lingua dialettale continua ad essere rivalutata.

La produzione dialettale è ormai emancipata dal rango di Letteratura Minore solo adatta a trattare temi riduttivi, quali il bozzetto paesano, la descrizione paesaggistica, lo scherzo, il tipico locale, la retorica del ricordo e del passato e tutti quegli aspetti comunque connessi ad un orizzonte vernacolare ristretto.

Il Dialetto è una lingua con Pari Dignità espressiva. La Poesia, tra le forme di scrittura, è custode della parola sorgiva perché riesce a sostare in questo spazio Fertile e Fecondo di creatività artistica.

Va ora aggiunto che il Dialetto autentico non può lasciare spazio ad un finto dialetto, o pseudo-dialetto, che è spesso la trasposizione dall’italiano, con termini solo nella forma dialettizzati. Quest’ultima si trova spesso in certa resa poetica e va fortemente combattuta per non rischiare di cristallizzare le forme linguistiche tipiche del Dialetto e ridurre in rigide strutture. Impiegato correttamente, ogni Dialetto sa esprimere in una vastissima gamma di parole la variegata ricchezza del pensiero nei ritmi delle perifrasi linguistiche e comunicative.

C’è da anni, ormai, un risveglio e una buona fioritura di produzione letteraria poetica dialettale, inizialmente praticata in percorsi individuali e isolati, via via poi ripresa, valorizzata e impiegata in ambiti più vasti di correnti e Scuole di Pensiero, con validi contributi che portano a ratificare come patrimonio linguistico comunicativo la realtà e le forme parlate e scritte del vernacolo di tutte le regioni italiane.

                                                                                                             

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