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IL DIALETTO SI COPRE E SI RISCOPRE

1 Gennaio 2023

GABRIELLA SERAFINI.

Il popolo, fino al secondo dopoguerra, era per lo più analfabeta (in verità lo è rimasto fino a buona parte degli anni 50/60) e si esprimeva in dialetto in tutte le occasioni. Con la diffusione dell’alfabetizzazione le cose cominciarono a cambiare, l’italiano si diffuse anche nella lingua parlata, ma capitava spesso che nel riferire oralmente un canto, una poesia, termini ascoltati in un paese vicino, in un’occasione particolare, le parole venissero storpiate, o si cercasse di ripulirle dando una parvenza di italianità. Con il tempo, il generale innalzamento del livello culturale della massa, unita alla diffusione della lingua italiana usata nei rapporti oltre che formali, anche professionali, amicali, certe storpiature linguistiche sono sembrate “orrori” tali da far accantonare tutto ciò che veniva spontaneo dalla cultura popolare, e in primis il dialetto. Negli anni ‘70/’80, parlare in dialetto era una vergogna. In famiglia è stato bandito, così come nelle scuole. Sul piano sociale il riscatto della massa doveva necessariamente fare i conti con l’abbandono della lingua madre.
Mentre il popolo fuggiva da se stesso e da tutte le manifestazioni che lo rappresentavano, accadeva che artigiani colti, professionisti, intellettuali, come Pasolini, riscoprivano la freschezza, la spontaneità, la sincerità, la bellezza della cultura popolare, della parlata vernacola che per sua caratteristica ha l’originalità, la forza emotiva, la sintesi e l’essenzialità metaforica, così come la varietà fonetica e semantica ed è stato un fiorire di poesia, teatro, canzoni dialettali, raccolte di proverbi, di documentazioni sugli usi e costumi. Il fenomeno non è stato circoscritto all’Abruzzo, ma ha interessato tutte le regioni. Il dialetto, però, è diventato con il tempo sempre più lingua di nicchia, espressione di emozioni, sentimenti che solo termini ancestrali sanno custodire in tutta la carica semantica.
Negli anni ‘70/’80 si pensò di unificare i tantissimi dialetti locali per farne uno regionale. In Abruzzo, sulle pagine dei quotidiani ci fu un intenso dibattito sulla lingua dialettale nel tentativo di giungere ad una sorta di koinè dei dialetti: operazione che è risultata impossibile, in quanto sterile e priva di fondamento storico – culturale. Ma il dibattito è servito per fare del dialetto non solo lingua parlata, ma lingua letteraria, recuperando da una parte la spontaneità e la schiettezza dell’espressione popolare, dall’altra la ricercatezza stilistica e la correttezza ortografico-grammaticale. Nel corso degli anni anche la poesia dialettale ha avuto la sua evoluzione: dalla memoria di un mondo agricolo-pastorale ha saputo riflettere sulle varie vicende della società e sui vari aspetti della modernizzazione . E così questa lingua dialettale dalle mille sfumature fonetiche, da una parte è bandita a livello comunicativo e nelle relazioni formali, dall’altra ha continuato ad essere conservata nei ristretti nuclei familiari, e utilizzata da scrittori, autori di canzoni, di testi teatrali. La stessa televisione e il cinema hanno contribuito a sdoganare il dialetto attraverso trasmissioni e film in cui la presenza di comici delle varie regioni italiane riusciva a portare ironia e umorismo proprio sulle battute ben lontane dall’italiano. L’arte ha ingentilito la materia in cui si è espressa.
Capire cosa stia succedendo oggi è importante, soprattutto perché l’evoluzione della lingua parlata e scritta si sta spostando dall’italiano all’inglese, per l’uso comunicativo transnazionale, ma anche perché sui social, strano a dirsi, assistiamo ad un proliferare di slogan, massime, incisi, parole
dialettali che stanno diventando una comunicazione gergale diffusa anche se non rispecchia quella
correttezza ortografico-grammaticale tanto cara ai cultori del dialetto che si sono impegnati una
vita a farne una lingua letteraria con le sue regole.
Cosa capita? Per anni abbiamo bandito il dialetto ed ora riscopriamo tutta la sua carica di
significati e di allusioni?
Come giustificare l’esigenza che si avverte di recuperare le identità che sembravano misconosciute
e bandite? E cosa ci può prospettare il futuro?
Donato De Francesco in “ I Misfatti della ragione” e “Così parlò Zi ‘Ntonie, l’analfabeta” fa una
critica feroce all’attuale società e il suo punto di vista potrebbe costituire una delle tante chiavi di
lettura, una via d’indagine per analizzare questa società del disagio, del non senso, dell’ansia
perenne, dell’eccezione che costituisce la normalità, potrebbe fornirci un modo per leggere la
realtà e trovarvi le condizioni esistenziali per andare avanti e progettare il futuro.
De Francesco afferma che è esistito un mondo agro pastorale con i suoi riti, le sue certezze, le sue
sacralità, le sue filastrocche, i suoi canti che rappresentavano un sistema simbolico- religioso che
era tutt’uno con la concretezza della vita con le sue rinunce, le sofferenze accettate, nel rispetto
delle varie identità. Quella cultura è scomparsa, la cultura considerata popolare oggi alligna nelle
periferie urbanizzate dove vivono coloro che un tempo appartenevano alla cultura contadina ed è
la risultante tra sub cultura urbana e residui di modalità espressive dialettali che oggi hanno perso
lo scopo didascalico dell’oralità. Questa cultura urbanizzata, dominata da pochi esperti, si basa sul
nozionismo, sull’accumulo mnemonico, si veste di forme appariscenti, ma è sapere morto, che
omologa tutti, che dà prodotti preconfezionati. La cultura cosiddetta popolare è un ibrido,
rappresenta “i cascami” della cultura contadina e della cultura urbana. Lo stesso dialetto non è
altro che un ibrido connubio tra le due culture, creato nei sobborghi dai braccianti, artigiani,
mercanti che affollano la città, sono gli stessi che hanno rinnegato le proprie origini. Stando così le
cose, ne deriverebbe la fine della cultura dialettale del passato, eppure come si spiega che,
soprattutto nel mondo adolescenziale, si utilizzano tra gli amici espressioni linguistiche ibride, un
mix di italiano e dialetto che fa pensare più ad una evoluzione che non alla scomparsa delle forme
linguistiche dialettali?
Entriamo ancora di più nell’analisi recuperando un saggio di Alessandra Sarchi in cui si esamina
anche l’aspetto linguistico dell’opera narrativa dello scrittore Pier Vittorio Tondelli, allievo di
Umberto Eco e Gianni Celati, diventato in breve tempo uno degli autori italiani più tradotti
all’estero e punto di riferimento per le nuove generazioni di scrittori degli anni ’90. Tondelli era
nato a Correggio nel 1955 ed è morto a Reggio Emilia nel 1991, ma l’interesse per i suoi romanzi,
nell’ambito di questo discorso, è dato dal fatto che l’autore riesce a vedere e a far vedere l’attuale
società dal di dentro delle storie che narra esplicitandone la connotazione linguistica. Tondelli, in
Altri libertini, guarda con comprensione personaggi emarginati come il tossico che bighellona nella
stazione di Reggio Emilia, Vanina, la ragazza imbottita di acidi avviata alla prostituzione dalla
banda dei “terroni” che gestisce lo spaccio nella zona, le “Splash”, un gruppo di quattro donne che
condiscono disinibizione sessuale, alcol e velleitarismi artistici.
A. Sarchi afferma: “Tondelli non ne fa l’oggetto di curiosità antropologica, intessuta di desiderio o
di idealizzazione come poteva essere per i ragazzi di vita di Pasolini, i suoi personaggi non vengono
da un luogo migliore e perduto, come l’arcadia contadina pre-bellica o la borgata non ancora
imborghesita, sono viceversa espressione di un mondo in cui distinzioni di classe sociale e codici si
sono già ibridati; scelgono consapevolmente la marginalità e l’infrazione sognando in modo
confuso libertà e mescolanza di usi e costumi. Di tale ibridazione la spia è innanzitutto linguistica: i
personaggi di Tondelli usano una lingua meticcia, dove alto e basso si mescolano, dialetto e slang
convivono, dove s’insinua il logorio delle parole prodotto dall’estensione al parlato dei tecnicismi
psicoanalitici o giornalistici, insieme all’invadenza di una cultura pop davanti alla quale anche le
pretese della controcultura si piegano.”
Quindi, c’è nel dialetto, quello ibrido, lontano dal linguaggio arcaico tipico dei nonni e dei
contadini, che lo hanno ripudiato da una o due generazioni, una sorta di riscatto.
Per una qualche forma di snobismo, di autodifesa, o almeno di autoidentificazione, gruppi di
giovani hanno ripreso o rinforzato il costume del parlare dialettale. I dialetti, oggi, stanno
perdendo le loro caratteristiche locali più marcate (la parola rara, il suono tipico, la metafora e il
proverbio della nonna) e si arricchiscono di forme italiane e italianeggianti diventando più
comprensibili. Ribadisce A. Sobrero: “Quando tutti lo parlavano, il dialetto veniva considerato un
modo di esprimersi ‘basso’. Oggi che viene parlato sempre meno, viene riscoperto e considerato
insieme out e in”.
L’italiano e il dialetto, che prima erano tanto lontane l ’una dall’altra, sia per strutture linguistiche
che per giudizio dei parlanti, si avvicinano, e alla coppia dialetto -italiano si va sostituendo la
coppia dialetto italianizzato-italiano.
Oggi si ha l’impressione che occorra abbandonare le sintesi totalizzanti, le categorizzazioni, le
spinte divergenti, per capire come parla e scrive la gente, quali strategie utilizza per comunicare
mischiando forme dialettali, neologismi, italiano inglesizzato, inglese italianizzato, slang giovanile
E’ arrivato il momento di ricominciare a descrivere la realtà linguistica, cercando di capire gli usi
del repertorio ibrido. Ci troviamo di fronte a un nuovo volgare?
Qualunque sia il futuro di questi ‘dialetti ibridi’, oggi il punto di partenza più adeguato per l’analisi
non può prescindere dai processi di apprendimento spontaneo, dal sapere informale di cui i
ragazzi “si nutrono” direttamente dai social e dalle infinite opportunità comunicative.

DAL CATALOGO DEL PREMIO NAZIONALE DI POESIA "GIUSEPPE PORTO" E DI LETTERE, ARTE E SCIENZE "CITTA' DI PIANELLA" , EDIZIONE DICEMBRE 2022.

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