
di Mario NARDICCHIA*
Il canonico don Rafaele d’Ortensio (da latinista si firmava con monoeffe nel nome e con “s” nella sillaba finale del cognome) fu cepagattese autentico (Cepagatti 1807-1881), sacerdote, docente di lettere e di latino a Chieti, Montecassino, Napoli, Penne, Teramo, liberale e uno dei pilastri del nostro Risorgimento: gli fu inibito l’abito talare, forse dallo stesso Stato Pontificio (la Questione Romana si chiuderà nel 1870 con la Breccia di Porta Pia) probabilmente dopo la pubblicazione del fascicolo “Pio IX e le Costituzioni italiane” Tip. Del Vecchio , Chieti-1848. La fama del nostro concittadino, a metà ottocento, era diffusa negli ambienti colti di tutta la penisola. Di lui si occuparono persino il “Gabinetto Letterario dell’Accademia Gioenia” di Catania a proposito di un parere pedagogico circa le “Vedute filosofiche sulla Difficoltà, Possibilità e Necessità per un sistema conforme alla educazione morale e civile della gioventù” (1854); e la “Reale Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti” nella cui sede fu letto, il 30 aprile dell’A.A.1841, il suo saggio: “Intorno alle nuove prose di Pietro Giordani”. La sua produzione di scritti fu vasta: letteratura -“Saggi sulla Letteratura e l’eloquenza italiana” (1863- per il Liceo Classico di Teramo ove insegna, con incipit stupendo tratto da N. Tomasseo: <La letteratura è Sacerdozio dell’anima, che armonizza Verità, Bontà, e Bellezza>, con cui condanna senza appello la <molle Arcadia>, definita <Letteratura eunuca>, elaborata dal suo dirimpettaio nel turrito castello cepagatense –un secolo prima- Federico Valignano, in arte “Nivalgo Aliarteo” , auspicando il ritorno a <Dante per la educazione del pensiero, e dello stile>); “Di Torquato Tasso, del suo secolo e della Gerusalemme Liberata” (1874); “Lezioni di letteratura italiana ad uso delle scuole secondarie” –opera postuma:1894; “A Gino Capponi. Affetti e memorie” -1876; storia: “Nota alla storia delle rivoluzioni ne’ già Reami delle due Sicilie” di Francesco Michitelli -1861, del quale pubblica “Della vita e delle opere di F.Michitelli” Teramo 1863; e –come detto in precedenza- “Pio IX e le Costituzioni italiane”- Tip. Del Vecchio 1848; “Dei diversi sistemi della Storia moderna” –Napoli -1888; romanzi veristi e manzoniani: “I fidanzati abruzzesi”, sul solco de “I promessi sposi”; epistole: “A Giov.Battista Niccolini”-1877; discorsi : 5 gennaio 1863, “Accoglienza del Re Vittorio Emanuele II a Castellamare, per l’inaugurazione della ferrovia Ancona-Pescara”; traduzioni dal latino: “Hahnemannus”, in endecasillabi –poema filoomeopatico- di Quintino Guanciali di Loreto Aprutino, detto:<Vate dell’omeopatia>; commemorazioni :“In morte di A. Manzoni” -1873-; giornalismo: collaborazione alla rivista “L’Abruzzese” fondata da Pasquale de Virgillis a Chieti nel 1835; a “Il Progresso” di Pasquale Borrelli (1782-1849) di Tornareccio, celebre giureconsulto; filologo: “Lettera filologico-critica al Ch. D. Gaetano Nirico” (1872);poeta: “Ad Emilio Lauria –Sonetto” (1859). In questa ricerca diamo conto del famoso “Elogio di San Rocco” (gr. “elegeion”=”elegia”) , al fine di comparare il 16 agosto dei nostri tempi a quello del 1872 e verificare l’appellativo di “patriota” , rispetto alla Francia, che il Canonico attribuisce al Santo di Montpellier il quale, secondo gli ultimi studi degli agiografi -cfr. a tal proposito, le ricerche di Mons. Filippo Tucci, primicerio Chiesa San Rocco, Roma-, sarebbe venuto al mondo tra il 1348 e il 1350, deceduto nel carcere di Voghera all’età di non più di 32 anni, tra il 1376 e il 1379, contrariamente a quanto ha sempre riportato, per es., il Dizionario Enciclopedico Larousse –Paris, 1962, che fissa la nascita al 1295 e la morte al 1327. Lo scritto, raccolto <in una forma di dettato>, è dedicato al nipote Francesco, che <tanta parte ti avesti nella splendida creazione di quella Festa, onde popolo e Municipio di conserva vollero testimoniare a quel gentile miracolo di Santità la lor secolare devozione>. Francesco d’Ortensio, da adulto, sarà dottore, avrà un figlio –Biagio, nato a Cepagatti il 1 febbraio 1894- che entrerà bambino nel Collegio Salesiano di Loreto Marche con la matricola n.32 ove, per un destino beffardo, morirà di quel morbo contro il quale si implora San Rocco a protezione, a soli 12 anni, il 10 dicembre 1906, unitamente ad altri due collegiali. Il piccolo Biagio ha lasciato la sua bella firma sui libri di Carabba Editore: “ Storia d’Italia” di Francesco Milano, volumetto raccolto nella copertina rosa di un vecchio testo del pro-zio Rafaele: “A Giov. Battista Niccolini –Epistola –Chieti 1887; la “Grammatica Italiana” di Cesare de Titta -1907 (qui le firme sono cinque,, sui quattro lati della copertina e al centro, apposte amorevolmente forse dalla mamma, essendo il piccolo già scomparso); “La Storia Patria” raccontata dal Giannetto -1896. Tutto l’Elogio di San Rocco, comunque, è vero esempio di “omiletica” (greco:”omileikos”=conversazione), ovvero: “arte dello scrivere e pronunciare omelie”, certamente conosciuto da Gabriele d’Annunzio, che l’utilizzò per le sue “novelle” di “Terra Vergine”(1882) in alcune delle quali cita San Rocco (cfr.la novella “Toto” -1881, probabilmente ambientato a Cepagatti), nonché dal canonico don Vincenzo Verna per il suo “Panegirico di San Rocco”, assolutamente inedito. Recentemente si sono interessati di Rafaele d’Ortensio due atenei statunitensi: Princeton University e University of Harward.
E L O G I O
di
S. R O C C O
DETTO
NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI CEPAGATTI
IL DI’ 16 AGOSTO 1872
QUANDO
in onore dell’inclito Patrono
P O P O L O E M U N I C I P I O
c o n o g n i s t u d i o ed a f f e t t o
N E P R O M O V E A N O
L ‘ A N N I V E R S A R I A F E S T I V I T A’
A mio Nipote
F R A N C E S C O D’ O R T E N S I O
Se mi è bello gratificare ai benevoli, pubblicando questo Elogio, ch’io, te richiedente, dettava dell’inclito nostro Patrono, non mi è men bello intitolarlo a te, Nipote sempre carissimo, che tanta parte ti avesti nella splendida creazione di quella Festa, onde Popolo e Municipio di conserva vollero, e in forma insolita, testimoniare a quel gentile miracolo di Santità la lor secolare devozione. Descrivere quella festiva splendidezza già non sarebbe opera dal mio ingegno; e intanto il pubblico desiderio affettuosamente me ne grava: ed io non sapendo, né volendo ricusare, studierò di raccorla in una forma di dettato, che nulla sentendo l’ambizione dello scrittore possa tenere alcun pregio da naturalezza e semplicità. Lasciando adunque dall’un dei lati gli elementi che sono di tutte le feste, come volo di palloni, corse di barberi, illuminazione, e simili cose, dirò delle parti che o meno comuni, ovvero improntate dalla consuetudine del Paese, diedero, come dire, una fisionomia propria alla festa.
Elettezza e dovizia molta, e svariata di addobbi, e fine artifizio nell’ordinarli ed armonizzarli all’estetico effetto, parve a tutti di vedere in quel brillante paramento della Chiesa, con insieme un grazioso conserto d’innumeri fanali, magicamente riverberanti la lor luce sull’oro dei parati, mentre con quella più ampia consentiva dello splendido Altare, a sommo il quale, sotto elegante padiglione, grandeggiava l’artistico Simulacro del Santo. –Opera gentile di quel Camillo Sembiante da Atessa, che il bello sente e intende della sua Arte; e a cui mi è grato all’animo il rendere questa pubblica e meritata testimonianza di onore.
Ma fuori la Chiesa, al finir della Messa, splendidamente musicata, e da uno di que’ concerti frammezzata, che solo il Genio sa eseguire dell’illustre Prof. Vincenzo Colasante, un sublime, e commovente spettacolo offerivasi alla vista, quando il Simulacro del Santo veniva lunghessa le principali vie del paese a processione menato. –Nove Carri, tratti da buoi, arcati, e riccamente coperti, aprivano, attelati, la grave e commovente ordinanza: il fronte, a mo’ di Cuna, di ori, di nastri, di sete, bellamente adorno: i fianchi di soavi Ciambelle listati, (offerta al Santo), graziose della forma, e di zucchero bianchissime. Seguiva, in doppia riga ordinato, un drappello di Giovanette, care per leggiadria ed assetto di abiti e di forme, che, santamente superbe, incedeano sotto il peso di turriti Canestri, ghirlandati anch’essi di nitide Ciambelle e terminanti in modo di corona, con alla cima un’elegante Crocetta. Poi appresso tre bande Musicali, e ‘l Simulacro del Santo con esso il Clero, e un popolo accalcato e devoto, e pennoni dal vento agitati, e care armonie, strepiti di tamburi, e un tuonare incessante di mortaretti.
Abbracciare di un guardo questa così solenne e simpatica Scena, al certo non era, senza che la mente, tra maravigliata e commossa, si sentisse come tolta a se stessa.
Né voglio che trapassi da me il ricordare i brillanti fuochi artifiziali, e i plausi iterati a quel martire della sua Arte, Pietro di Crescenzi da Loreto-Aprutino, che nell’armonia, varietà, e finezza dei colori, nella grazia del concetto artistico mostrò quel che l’ingegno, e l’Arte, in lui poteano.
E mando un saluto dal cuore al gentile Architetto di quel Cavallo mostro, cui l’Artefice istesso, nell’enorme utero imprigionato, cacciava al corso, folgorando e tuonando.
Or quella grazia e leggiadria tanta di cose, create dal sentimento religioso, e che tennero sì dolcemente avvinte, e come fascinate le menti, possano, o mio carissimo, far fede che questa un tempo umile terricciuola, non è oggi punto straniera a niuna dolcezza di Civiltà.
Tu segni, come fai, con tanta lode di studio, o d’ingegno a promuovere ogni maniera di religiose, e civili virtù; e sempre ama.
Cepagatti, nel settembre del 1872.
L’affino Zio
RAFAELE D’ ORTENSIO.
(prima parte)
Il Canonico don Rafaele d'Ortensio e San Rocco, protettore di Cepagatti
* FONTE: Mario NARDICCHIA (1941-2021) facebook.com/mario.nardicchia.7

















