
ELSO SIMONE SERPENTINI.

Enrico Melozzi quando dice che per la prossima edizione della Notte dei Serpenti vorrebbe un coro tutto femminile non dice cosa “aliena” dalla tradizione dei canti abruzzesi, che un tempo vedevano protagoniste soprattutto le donne, “le cantatrici”, in una società matriarcale, in cui la donna era il perno della più antica istituzione sociale, la famiglia. Gli uomini erano soltanto forza lavoro, in famiglia era la donna che governava, amministrava, dettava regole e norme, anche alle nuore che a mano a mano entravano a far parte del sodalizio, alle quali attribuiva una precisa gerarchia dettata dalla priorità temporale: contava di più la nuora che era arrivata in casa prima. Era la donna che “tramava” per allacciare rapporti al fine di accasare le figlie, di dare buone mogli ai mariti, era la donna, “la matriarca”, quella che stabiliva i ruoli di ciascuno degli altri componenti della famiglia, che spesso teneva chiusi a chiave i cassetti dove venivano conservati sale, zucchero e pasta, tenendone la chiave nel proprio reggipetto. Erano le donne che intonavano i canti della mietitura o della vendemmia o il canto delle prefiche, che piangevano i morti altrui. Sulle “cantatrici” e sui canti abruzzesi rileggiamo quanto scriveva nel 1880 Gennaro Finamore. A quello che dice non c’è bisogno di aggiungere altro:
“Le nostre contadine sono cantatrici indefesse. Cantano presso la culla e presso la tomba, in casa e all’aperto, lavorando, tacendo, pensando. Laboriosissime, frugali, bevono acqua, e s’inebriano di canto. Direbbesi che la prosa sia l’eccezione della loro vita: che serva a posare in terra quanto è mestieri; e il canto l’ala che batte continuo a sollevarne l’anima dalla misera realtà. Nondimeno, sono restie a dettare i loro canti; quasi che un senso di pudore le trattenesse dallo scoprire a’ profani la parte più gelosa ed intima di se medesime. Mediocremente poeta, e più trovatore, dell’onda di poesia comune, nazionale, antica, prende anch' esso il nostro popolo la sua parte, ed a suo modo […] Più che la parola, noi si bada al canto: questa universale parola del sentimento, con la quale anche l’intelletto meno svolto si riflette, ricerca ed agita il fondo infinito dell’anima, e sente il Dio che è il nucleo e la periferia del suo essere. E sono dolente di non poter riprodurre le principali melodie, che a’ nostri canti usa sposare; le quali sono bellissime, e non si può sentirle senza provare una commozione profonda. Il popolo non si stacca mai o interamente mai dal suo passato e dal primo periodo della vita: dalla vita del sentimento e dell' affetto. Que’ suoi cori, quegli accordi per lo più in tono minore, quelle cantilene d’ordinario poetiche, sol di rado briose, che nella bella stagione senti risuonare pe’ campi insieme al gorgheggio degli uccelli, o ne’ silenzi delle calme e sere notti di autunno, ti risvegliano nell’anima gli echi di una età lontana, ti ravvivano le memorie della primavera della vita, quando il nostro cuore era all’unisono del cuore del popolo; quando ogni canto era per noi una voce di amore, e il bocciuolo del nostro essere si schiudeva al caldo de’ baci della madre. E pensare che quei canti sorgono dal petto di povera gente, che si sfama (quando si sfama) Iddio sa come, e dorme sulla paglia! Ma, come per la rondine è indifferente appiccare il nido sotto la gronda della reggia o del tugurio, perché il suo mondo è il suo nido, il mondo del popolo è la famiglia; quivi il centro de’ suoi affetti e il luogo dell’anima sua. […] “Canzòne” è il nome generico de’ nostri canti, “Stanzia” o “Strofa” il nome dell’ottava e della sestina. “Stanziòla” o “Strofètta”, della quartina e del distico. Per antonomasia. “Canzungìna” è il canto religioso. Quando si canta la serenata, la canzone è chiusa da una “partenza”: due versi rimati od assonanti. Abbiamo qualcosa come gli Stornelli toscani; però senza l’innovazione enfatica; e si cantano, parimenti, alternando, sovente, con arietta intercalate briosa. [...] Le canzoni a sfogo di corruccio portano il nome di “Sospetti” (Suspètte). Sono per lo più bottoni roventi, e non raramente fan correre le fucilate e il coltello. In tutte le nostre canzoni ricorre spesso la parola “Amore”, che vale amante od amata e corrisponde al toscano Damo o Dama”.















