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Vincenzo Meo. Un abruzzese tra le vittime delle foibe titine

6 Febbraio 2025

Il 10 febbraio 2025, si celebra il Giorno del Ricordo. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 per onorare le vittime dei massacri delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata, questa ricorrenza è legata alle violenze e uccisioni avvenute in Istria, Fiume e Dalmazia tra il 1943 e il 1947 ad opera dei partigiani Jugoslavi di Tito.

Tra le vittime delle foibe titine vi era anche un abruzzese Vincenzo Meo.

Geremia Mancini, presidente onorario “Ambasciatori della fame”, ci racconta la storia.

Vincenzo MEO nacque a Schiavi d’Abruzzo, in “contrada Taverna”, in provincia di Chieti, il 13 dicembre del 1898, da Maurizio (ventiseienne “muratore” – figlio di Vito e Carmela Piluso) e da Domenica “Domenicuccia” Vecci (ventitreenne “contadina – figlia di Filippo e Mariangiola Colacillo). I suoi genitori si erano sposati a Schiavi d’Abruzzo il 12 maggio del 1892.

Studiò presso il Seminario Arcivescovile di Chieti. Dopo il diploma divenne impiegato comunale e lavorò in Friuli-Venezia Giulia. Pochi giorni dopo il loro ingresso a Gorizia le milizie comuniste del maresciallo Tito, dal 2 maggio del '45, iniziarono a rastrellare dalle loro case i goriziani che potevano rappresentare un ostacolo alla volontà di Tito di annettere Gorizia alla Iugoslavia.

Oltre 650 concittadini inermi subirono la deportazione, cui seguì l’orrenda morte nelle foibe. La loro unica colpa fu quella di costituire un potenziale ostacolo all'annessione di Gorizia alla Iugoslavia.

In quel maggio del 1945 Vincenzo MEO fu picchiato a sangue e poi prelevato da forze slovene. Insieme ad altri fu trasportarono verso un “ignoto luogo” (così si disse allora). Oggi sappiamo che quell’ignoto luogo era una delle tragiche e maledette “foibe titine”. Vincenzo Meo risultò per sempre disperso.

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