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"Dai principi alle cose", l’ultima produzione poetica di Vito Moretti e il suo messaggio finale

MARCO TABELLIONE

Se dovessimo cercare una definizione sintetica per la poesia di Vito Moretti, il grande poeta abruzzese scomparso lo scorso anno, dovremo parlare di poesia gnomica. Poesia gnomica, cioè sapienziale, poesia della saggezza, di chi ha tratto dai libri e dalla poesia delle verità da offrire, anche se non nella forma del messaggio chiaro, magari profetico, sicuro di sé, impregnato della certezza delle ideologie e degli schieramenti. Quindi nessuna pretesa di verità ideologica, perché la saggezza che Vito ci offriva, e ci offre ancora mediante le sue opere, è la saggezza velata ed entusiasta della poesia e del suo linguaggio, che è sempre un linguaggio simbolico. Ciò può essere compreso leggendo la prima parte della poesia in limine di Principia, il penultimo lavoro poetico di Vito.

Modella respiri e certezze

il brusìo che corre dai versi,

e parla nel silenzio la pagina

che si risveglia

al giuoco dell’arcoe degli sguardi.

Ora si può,sorso dopo sorso,far ritorno al filo

delle cose e fugare il duolo

dell’oblìo, prendere con prudenza

gli altri varchi, lasciare

ai nessi e alle simmetrie

l’utile dei plurali, un fiato

di parole prima di cedere

al piglio dell’esule e mutare

orizzonti.

Che dire? Eccola la parola poetica, la pagina che parla nel silenzio, e dai cui far ritorno al filo delle cose, dopo aver preso un respiro, un fiato di parole prima di cedere all’esilio che è la vita. È evidente che il principio di saggezza che vuole tramandarci Vito è quello della scrittura che opera per enigmi, camuffamenti, veli. La scrittura ha i suoi segreti. Ed è in fondo un esercizio di sopravvivenza, lo sa bene Vito Moretti quando poi, in una delle prime poesie di Principia, accenna alla sua arte “di fare durare anni dei brevi minuti”, e che cos’è questa affermazione esaltata se non il compito che la civiltà umana affida alla poesia?

     Infatti ciò che emerge lampante in questa raccolta, autentico capolavoro della poesia contemporanea, è il continuo riferirsi al ruolo e al compito delle parole, un ruolo di chiarificazione del reale e dell'esistenza, e soprattutto di individuazione dei valori che dovrebbero essere alla base dell'essere, e che gli consentirebbero di superare gli anni fino a non avere più età.

Con la raccolta poetica Principia, del 2015, e la posizione intermedia che questa silloge ha tra I luoghi del 2011 e Le cose, l’ultimo lavoro poetico in lingua del 2017 due anni prima della morte, Vito Moretti giunge a comporre una trilogia della vita, o meglio ancora della vita pensata, la vita attraversata mediante quella facoltà tutta umana di pensare l’esistente, che è poi la base anche della pratica poetica. I luoghi, dunque l’esplorazione, la ricerca nello spazio, in cui Moretti ha registrato appunti e versi dei viaggi che compiva e che diventano in un certo senso la preparazione delle verità gnomiche che poi ci ha lasciato nei due libri successivi, quelli su cui ora ci concentreremo, e che poi costituiscono i principi (i valori iniziali) e le cose (la realtà oggettiva degli eventi, degli atti, delle circostanze).

     Le due ultime raccolte poetiche di Vito Moretti, infatti, appunto Principia e Le cose, rappresentano un momento fondamentale del percorso gnomico del poeta abruzzese. Come gli stessi titoli suggeriscono si tratta infatti dell’indicazione da parte del poeta di due orizzonti problematici che si contrastano, ma nello stesso tempo si completano.

     In Principia Moretti ha voluto senz’altro richiamare una delle funzioni basilari dell’arte poetica, che è quella dell’astrazione, della possibilità di riferirsi a significati universali, catturati mediante visioni condotte a distanza sul mondo, sugli uomini e sulle loro realtà. Il percorso della poesia in questo caso passa attraverso un allontanamento dalla realtà contingente, una sorta di volo in verticale, che consente in una seconda fase di penetrare e approfondire meglio gli aspetti salienti del vivere, proprio perché visti dall’alto.

La prospettiva che si viene a delineare diventa una prospettiva dall’alto, trascendente e soprattutto etica. In ciò sta il peso gnomico del nostro poeta, nella possibilità di individuare valori, riferimenti iniziali, che possano accompagnare l’esistenza di ognuno, i principi, appunto, basi etiche ed emotive capaci di offrirci la chiave, un appoggio, a volte anche una consolazione.

Comunque un confronto. I principia si configurano dunque come ideali, sogni sapienziali, che contribuiscono anzitutto a illuminare e a finalizzare le epoche e le vicissitudini, a offrire un’alternativa alla realtà materiale ed esteriore, a rafforzarla nelle sue fedi e nelle sue cognizioni spirituali. In un secondo momento i principi, esaurita la prima funzione di sublimazione della realtà esistenziale a vantaggio dell’io lirico, si riversano sul mondo affettivo, sociale e collettivo, affrontando il tempo e lo spazio, cercando di offrire un segnale, una bussola per attraversarli, un monito, un umile messaggio, che in Vito Moretti non esula mai dalla prospettiva cristiana e compassionevole.

Principi quindi come valori, ma anche come cose principali, le iniziali, le prime, “ciò che davvero conta” si potrebbe dire. La risultanza gnomica deriva dunque dalla predisposizione che il poeta fa della prospettiva morale, ricavandola da tali principi, dal fatto che essendo i primi, allora diventano la base su cui cercare di impostare le vite, le cose, le situazioni. Sono i capitali etici individuati dalla poesia e offerti alla comunità, alla quale giunge dunque l’apporto edificatore del poeta.

Che dunque Vito Moretti abbia voluto esplorare la condizione gnomica ed etica dei versi, affidarsi ad un viaggio iniziale e iniziatico, non sorprende, fa parte inoltre del suo essere cristiano fino in fondo. Anzi si potrebbe dire che questa evoluzione è insita in una poesia, quella di Vito e delle sue numerose raccolte, che da sempre aveva fatto i conti con il discorso elevato, con le riflessioni di fondo, con lo sforzo di indagare una verità, magari contraddittoria, incerta, simbolica appunto, ma comunque una verità come scommessa, pesante e semanticamente articolata. Ciò che invece potrebbe in un primo tempo sorprendere è il fatto che Moretti abbia fatto seguire a Principia un’opera come Le cose, dove dall’alto dei valori ha voluto cedere alle esperienze concrete, dal cielo puro alla contaminazione con la terra, con gli accadimenti, gli oggetti, con la materialità. Perché? Ci si potrebbe chiedere. La risposta naturalmente è nei versi stessi, ma prima di ricordarli e citarli in conclusione, occorre mostrare l’intento profondo del grande poeta di San Vito Chietino. E’ evidente infatti che Vito, ed è qui la forza gnomica assoluta della sua poesia, abbia voluto indicarci che alla fine i principia, gli elementi fondamentali della nostra esperienza terrena, vanno cercati appunto nella dimensione terrena, fra le cose, gli oggetti, gli eventi, gli atti, e ovviamente le persone nella loro concretezza, perché nella materialità terrena, nelle sue “cose”, Moretti vede soprattutto l’uomo e la sua impronta.

     E se per Principia abbiamo citato l’inizio, ora per Le cose vogliamo riportare la fine (l’inizio per iniziare e la fine per finire). Eccola la poesia conclusiva de Le cose, con quel suo riferirsi alla doppia recita dei morti, che sono dove la luce diventa buio e il buio luce, perché la verità si inverte, e il non essere diventa l’essere autentico, che pure può rivelarsi anche nel sasso che pesa, ma si finge fiore. Oh sì è solo un’illusione, quella di vivere cose ed esperienze che non sono solo cose o esperienze, perché dietro l’inganno della materialità esiste una spiritualità; la spina sì è l’adesso della rosa, ma la rosa è e vive altrove, anche se questo altrove dovesse essere solo il pensiero dell’uomo, il suo pensiero, lì dove tutte le cose si dileguano per acquistare significati eterni.  

Altro non so e non voglio dire, perché in realtà i versi non si spiegano, soprattutto quelli di una poesia magnifica come quella che state per leggere. Ma una cosa devo dirla, e qui mi rivelo come io, me stesso, Marco: ho sempre sentito terribilmente i versi di Vito, li ho bevuti, mi hanno nutrito, è stato un maestro, perché mi ha un poco avvicinato alla parola finale che può spiegare tutto questo e perché tutto questo ci sia e soprattutto che senso abbia.

Scrivo ciò piangendo, perché del tutto non mi so consolare della perdita del caro amico, perché sentirli dalla sua voce i suoi versi avevano più sapore. Ma so anche che Vito e la sua arte dimostrano la forza eccezionale dello spirito umano, la consapevolezza che si erge al di sopra del creato e ci permette di contemplarlo. In ciò sta la nostra eternità. Ed è per questo che so che Vito, in realtà, non è morto e non morirà mai.

NULLA DA SPIEGARE

Nulla vale a spiegare

la virtù o il vizio,

se non la doppia recita

dei morti, la schiera delle sere

che neppure i filosofi

sanno dividere in buone

e cattive. È il piccolo lascito

con il passe-partout per il Paradiso

e l’astuccio dove l’agronomo

nasconde per gli ospiti della città

i semi e la terra fertile,

i peccati del corpo e delle mani

e quelli dell’anima.

Ma all’altro lato del fiume la notte

diventa giorno e il chiaro

torna buio: cose dispari

e pari, l’Amleto cifrato

del vero e del falso, cose

sul vetro dello specchio

dove mi ostino a credere

che sia anche più bello

il pane dei piccoli giuramenti,

il sasso che pesa fra le ditae si finge fiore:

inganni

che cambio in scommesse,

ordinari modi del presente

e delle deboli malattie, un’illusione

che mi spinge al mormorio

del bosco, al taglio

che sana. Io ho le orecchie

del gatto, un corridoio

dove chiudere i ricordi, figli

che sanno della casa

e dei miei antenati. Ci sono cose

per tempi migliori

ed altre che portano soffi

di vento per le campane

e olio per la lampada,

un bicchiere da riempire

e altri da lasciare sul davanzale

per i morti stremati dalla mezzaluna,

per i fratelli uccisi, per l’apocalisse

che toglie il velo

e dà l’insopportabile,

il mistero degli arbitri

e delle greggi. È la pietà

che ha radice nel bastone

di Mosè e forma nella bocca

dei Santi, l’odore

che è dentro il giaciglio

dei martiri. Dunque,

la spina è l’adesso della rosae

l’uva il futuro del vino:

delle cose si ripetono l’ania

che lascia soffrire e l’inutile

delle stagioni, il brandello

su cui girano i secoli

e la vigilia che va e che torna,

l’amore che a suo modo usurpa

e che mai nulla risparmia.

Poi la promessa

è l’evidenza di Spinoza,

la pazienza che concilia

la verità delle mie cose

con i fatti e, di respiro in respiro,

con il pensiero che anche li coglie

e li dilegua.

BIBLIOGRAFIA

M. TABELLIONE, Catalogo Premio Nazionale - Lettere, Arte,e Scienze - Premio di Poesia G. Porto, XXI Edizione 22 DICEMBRE 2018 pag.84-85-86.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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