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Da Casale Monferrato a Cappelle sul Tavo Augusto Riccio, poeta, 1915-1949

VITTORIO MORELLI.

Con prefazione di Raffaele La Porta, viene stampato il volume Poesie dall'Arte della Stampa, Pescara, 1957.

Augusto Riccio è anche autore del volume Primi popoli italici e origine delle genti d'Abruzzo: opera postuma presentata dalla madre Vittoria Rochas Ricelo, Milano, M. Gastaldi, 1962, dove fa una ricostruzione storica dei primi popoli italici dell'Abruzzo, lui piemontese, che si innamora della storia d'Abruzzo.

Il giovane poeta Augusto Riccio, con lo pseudonimo Vario, arriva in provincia di Pescara al seguito dei genitori dove si ambienta subito e coltiva amicizie, tra cui Raffaele La Porta.

Anima gentile e sensibile, scrive le sue prime poesie che verranno pubblicate postume; il giovane viene colpito dalla malattia polmonare, morendo a Sondalo l'8 novembre 1949 all'età di 34 anni.

Dice il prof La Porta che Augusto Riccio era uno di quelli destinati a viver soli.

Leggendo la prefazione del prof. La Porta, apprendiamo che nel febbraio del 1944 Augusto lasciava la casa diretto al Nord, arrivando a Torino, dove lo accolsero le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà.

Nell'agosto del 1943 Pescara era la Città morta d'Abruzzo: strade deserte, case diroccate e vuote, fortini tedeschi in mezzo a cumuli di macerie.

Augusto l'aveva lasciata per seguire la famiglia pochi chilometri al nord, nella “casa alta sul colle” chiusa tra i pini in Cappelle sul Tavo.

...

Era l'estate del 1945 e Augusto tornava – alla fine del ciclo della guerra- alla sua terra e alla sua casa, inseguendo di esse l'immagine ideale costruita nei mesi di lontananza.

La realtà era diversa: le rovine, l'indigenza di tutto un mondo sopravvissuto, la difficoltà di ricominciare, di rivivere.

Nella poesia Katachtonion, sulle orme del poeta latino Marco Anneo Lucano 39-65 d. C., carme che verte sulla discesa degli Inferi, traccia un quadro della vita abbastanza pessimistica.

il volgere degli anni, greve al cuore,

né più io mi senta in petto la tempesta

dell'amore né ad altro io tenda ancora

la mia vita errabonda.

Sotto un manto di terra la mia spoglia

fredda non sentirà più il dolce canto

di primavera e non sarà più allegra

 dell'incanto notturno delle stelle.

Nella poesia La fonte inaridita esprime la delicatezza, la gentilezza, lo scherzo del cielo, dell'acqua, del sole, il gioco degli specchi diafani.

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