
Si è tenuto a Pianella, sabato 30 maggio 2026, nel Palazzo de Caro, organizzato dall’amministrazione comunale di Pianella, a cura della "Nuova Associazione Amici di Eduardo" e dall’Associazione "Ama Pianella", la manifestazione dal nome CAMMINO DELLA TRANSUMANZA - Un viaggio tra tradizioni, sapori e racconti del nostro territorio. Un evento pensato per riscoprire l’anima più vera dell’Abruzzo, una giornata dedicata alla memoria, alle tradizioni e all'identità del nostro territorio.
I PASTORI
Gabriele d’Annunzio
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?
Così recita “I pastori” di Gabriele d’Annunzio. L’indicazione è chiara: la pastorizia in Abruzzo è indissolubilmente legata alla transumanza.
Lo spostamento stagionale di uomini e greggi ha segnato profondamente la vita e la cultura della gente abruzzese: d’estate su per i verdi prati montani, d’inverno giù verso i più miti pascoli pugliesi.
Un tempo questi spostamenti si facevano a piedi, accompagnando le greggi lungo i tratturi – ampie piste dal fondo sterrato – fino al Tavoliere delle Puglie. Oggi si utilizzano forse meno poetici ma più pratici mezzi a motore, ma è ancora possibile individuare i percorsi dei cinque Regi Tratturi che percorrono le terre d’Abruzzo, recuperati grazie a numerose iniziative di valorizzazione delle ricchezze storiche, culturali, enogastronomiche, paesaggistiche e ambientali.
La storia della transumanza parla di uomini lontani da casa; di donne forti che, da sole, mandano avanti le famiglie; di inverni rigidi e duri e di fatica e di nostalgia per tutti quanti. Le incisioni lasciate sulle rocce dai pastori lungo i tratturi raccontano la vita solitaria e riflessiva cui erano costretti durante il viaggio andata e ritorno per la Puglia; una vita di povertà e di amori lontani, prigionieri di quella montagna vista spesso come un mostro.
La vita che si svolgeva lungo le vie della transumanza oggi è scomparsa; restano le solitarie tracce nelle chiesette di montagna, negli stazzi, nei ruderi degli ovili improvvisati, negli abbeveratoi. Resta la malinconia delle iscrizioni sulle rocce ma – per nostra fortuna – anche l’allegria degli arrosticini, consumati in compagnia allora come adesso.
La pastorizia in Abruzzo
La pastorizia ha rappresentato per millenni una delle maggiori fonti di sostentamento dell’umanità. In Abruzzo, il ruolo economico svolto dall’allevamento transumante o stanziale è ben documentato già in epoca romana e finanche nei periodi precedenti.
L'epoca d'oro di questa attività si ebbe, però, tra il XVI e XVII secolo quando, le pecore, che dall'Abruzzo scendevano in Puglia, raggiunsero il numero di oltre 4 milioni di capi. I pastori seguivano le greggi e rimanevano lontano da casa per quasi otto mesi all'anno.
Oggi lo straordinario valore, espresso dalla transumanza in termini storico-archeologici, antropologici, sociali, culturali ma anche gastronomici, è il motivo per cui il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ha promosso l'istituzione, non solo del consorzio che unisce gli ultimi allevatori e trasformatori nei pressi di Castel del Monte, ma anche la realizzazione del Museo della Transumanza, che rappresenta la memoria di un passato, tornato attuale per offrire nuovamente concrete opportunità di sviluppo alle aree montane e a quelle svantaggiate.
L’Abruzzo, «terra di pastori», con questa espressione identitaria dell’intero territorio regionale e dei suoi abitanti con la pastorizia, soprattutto nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, ha dato lustro a forme artistiche elevate; si pensi alle opere di d’Annunzio, Michetti, Tosti, Cascella, Patini e Barbella. Una visione mitica che veniva alimentata dalle ricerche sugli usi primitivi delle comunità pastorali e agresti eseguite dai demologi e letterati abruzzesi: Finamore, De Nino, Pansa, Gabriele d’Annunzio, Domenico Ciampoli attinsero a piene mani.
La pastorizia a Pianella
A Pianella l’attività della pastorizia è molto antica. In contrada Nora sono stati ritrovati resti di subfossili di una fauna domestica: la pecora Ovis aries, la capra Ovis hircus, risalenti al periodo Mesolitico e Neolitico. Alcuni resti ossei ritrovati sono chiaramente attribuibili alle due specie domestiche di Capra e di Ovis. Entrambi i generi comunque non presentano un grado di addomesticamento molto spinto: i resti ossei appartenenti a Ovis hanno infatti delle analogie morfologiche con Ovis museimon (muflone).
La transumanza e i regi stucchi
Lo storico pianellese Vittorio Morelli nella sua Lectiones magistralis all’Università della III Età di Pianella, il 21-07-2022, e successivamente pubblicata sul Blog Parolmente.it dal titolo “La transumanza e i regi stucchi di Pianella per la storia della pastorizia” scrive:
“ Nel 1742 si ha notizia dell’affidamento da parte del magnifico Felice Pardi di Pianella, di anni cinquantaquattro, delle pecore fidate del Regio Stucco al soccio Gioacchino Granchelli alias Garofalo di Civitella Casanova, abitante da più anni nel Tenimento di Pianella, di anni trentaquattro circa, nei pascoli affittati di anno in anno nella montagna della Terra di Vestea di proprietà di Agostino Castiglione di Penne per ducati sei, ora di ducati sette, ora di ducati dieci con l’aggiunta di una decina e mezza di cascio l’anno secondo l’annualità.
La famiglia Pardi, inoltre, possedeva terreni colti ed incolti in contrada del Cavone, tra l’altro i Pardi possedevano pezzi di terreno sotto la contrada del Torrione, terreni incolti ed esposti a mezzogiorno, adatti alla pastorizia invernale, terreni in contrada Fonte Prigliano, Fonte della Noce ed altri terreni. Ancora molti ricordano quando un certo Antonio Pomposo detto Ndunie o Alfonso di Leonardo detto Funzenette andavano pascolando le proprie pecore in agro di Pianella.
La montagna è stata affittata per più anni anche a Sa(b)batino Cherubino e Francesco de Collibus della Terra di Moscufo e ad un altro di Collecorvino.
L’atto viene rogato a Pianella nell’Abbazia Apostolica di S. Spirito sita nella Piazza (del Mercato) di proprietà della famiglia de Caro da parte del notaio Daniele Buccieri il 3 ottobre 1742. L’atto notarile certifica l’esistenza dei Regi Stucchi, terreni soggetti al dominio del pascolo, alla Doganella di Chieti e alla Posta di Atri, che controllavano la transumanza e i diritti derivanti per conto della Regia Dogana delle pecore di Foggia.” Da quanto è stato affermato dallo stesso Morelli nei suoi studi, si può dire che anche a Pianella si praticasse la transumanza stagionale delle pecore sulla catena del Gran Sasso.
“Secondo il Catasto del 1746, Dionisio e Giuseppe Sabucchi possedevano (70) pecore fidate, Palmarini (54), don Ferdinando Todesco (119), Simonacci (30), di Lorito 24, di Bartolomeo (40), il magnifico Venceslao de Sanctis (40), i de Caro, già armentari nel Salernitano, a Pianella figurano detentori di un banco di famiglia e non più armentari, pur richiamando nel loro Palazzo seicentesco la simbologia rappresentata nei piedritti sotto le paraste, raffigurante due teste di ovini; da tempo i de Caro avevano abbandonato la pastorizia, così si desume dal Catasto di Pianella del 1746. Nel XIX secolo si segnala per Castellana l’attività casearia degli Obletter, come riportato dallo studioso Cav. Camillo Macchia nella pubblicazione sull’allevamento degli ovini in provincia di Chieti.
La fonte più consistente della ricchezza consisteva nel possesso delle pecore: i Pardi, i de Caro, ed altre famiglie pianellesi, poggiavano la loro ricchezza sui prodotti dell’allevamento delle pecore, che svernavano nelle terre padronali, nei terreni comunali e nelle terre non ancora seminate.
La lana, il latte, il formaggio, gli agnelli, la carne rappresentavano una fonte d’eccellenza di reddito, su cui poggiavano tutte le altre attività mercantili ed artigianali.
Sicuramente i pastori semistanziali, a Pianella, praticavano la preparazione del formaggio, l’uso di conservare la carne essiccata al sole la muçesthje e la cottura di carne ovina su spiedi di legno le rrustolle.
Il Fisco riscuoteva la fida dopo l’8 maggio, perché i pastori, a quella data avevano venduto la lana, il formaggio, gli agnelli, mentre per le casse comunali, una pecora veniva tassata tre carlini l’anno.
Le terre, soggette a stucco non potevano essere lavorate fino al 25 marzo; negli stucchi potevano pascolare soltanto le pecore composte da almeno 100 pecore.
Nel 1810, 29 Giugno, Giuseppe de Thomasis procede alla ripartizione dei corpi di rendita e dei regi stucchi del demanio in Pianella. Da qui il detto popolare “à stuccate”, la pecora ha oltrepassato il terreno soggetto a stucco.”
Moltissimi erano i pastori originari della montagna abruzzese; Alessandro Morelli ha rinvenuto un fondo archivistico di lasciapassare (passaporti del XIX secolo) di pastori di Castel di Sangro, che si spostavano in Capitanata, nello Stato Pontificio e nelle Marche per affari commerciali; nei lasciapassare erano registrati il colore dei capelli, la forma del naso, l’altezza, l’età presunta ed altri segni somatici.
I pastori interagivano con i ramai e ferrai di Guardiagrele e Castel di Sangro, con gli orafi dell’Altipiano delle Rocche, presso cui scambiavano, col baratto, la presentosa e le sciacquaje da offrire alla sposa o alla moglie al rientro, nel mese di settembre a fine transumanza, e il cornetto rosso di corallo per il figlioletto appena nato; con gli ombrellai ‘mbillire di Secinaro, con i seggiolai le seggire di Montebello di Bertona, con coltellinai curtillire di Loreto Aprutino, di Guardiagrele e di Colonnella, con i fabbri le ferrire costruttori di fucili, con i produttori dello zafferano della Piana di Navelli, con i pannazzari le pannarule di Taranta Peligna, con i mugnai le mulinire e gli oliari le trappetire della collina per rifornirsi di olio e farina.
Inoltre barattavano con gli artigiani del legno le fusiri di Pretoro (fusi, conocchie, forchette, cucchiai di legno, arcolai, pettini e telai per tessitura), con i vasari di Castelli, Rapino, Torre de’ Passeri, Anversa.
Della pecora si tesorizzava tutto: la lana, il latte, il siero, il formaggio, gli agnelli, la carne; la pecora rappresentava un tesoretto per gli armentari, proprietari del gregge, e dei pastori custodi degli animali.
Della lana, pensiamo all’indotto artigianale delle donne che filavano e tessevano in casa, al commercio dei panni di lana dei mercanti fiorentini e fiamminghi, alle attività sartoriali, ai corredi da sposa, alla biancheria di uso comune. La montagna, la collina, la costa erano continuamente trafficate lungo i tratturi, la Via dei Butteri, che dalla Scafa di Villanova e di Rosciano, lungo il torrente Nora, raggiungeva Forca di Penne per arrivare nella Piana di Navelli ed in Umbria. Vi trafficavano briganti, mercanti, pellegrini, monaci, pastori, boscaioli, carbonari, mugnai, agricoltori, cercatori di funghi, di castagne, di frutti di bosco, di erbe aromatiche ed officinali. La pastorizia ha rappresentato per millenni una delle maggiori fonti di sostentamento dell’umanità.
Letteratura «il segno di una identità».
La letteratura sulla pastorizia e sulla transumanza esplora il legame millenario tra l'uomo, gli animali e il territorio. Particolarmente radicata in Abruzzo questa produzione spazia dai saggi storici sulla rete dei tratturi alla narrativa che racconta la vita e le fatiche dei pastori, alla poesia evocando immagini di una vita semplice e in armonia con la natura e dove il poeta attraverso versi suggestivi, esprime un profondo legame con la sua terra natale e una nostalgia per le antiche usanze pastorali.
Ambientata in un remoto Abruzzo campestre, l’opera si ispira al celebre quadro omonimo di Michetti. Il complesso intreccio di vicende e conflitti, che vede protagonisti la meretrice Mila, il pastore Aligi e suo padre Lazaro, si conclude tragicamente con il parricidio e la morte drammatica di Mila, che per salvare la vita ad Aligi si accusa del suo delitto e viene condannata al rogo.
Il dialogo più intenso tra Aligi e Mila di Iorio avviene nel secondo atto, quando i due si rifugiano in una capanna isolata. Qui, il giovane pastore rinuncia alla famiglia e al suo passato per vivere un amore puro e spirituale con la donna, considerata una reietta e figlia di un mago.

Voci recitanti:
Narratore: Remo di Leonardo
Mila: Fiamma di Leonardo
Aligi: Antonio di Tonto
SCENA PRIMA
Narratore
Ma stiè mutolo il patrono
ch’era di ceppo di noce,
sordo fue il legno santo,
Sant’Onofrio non rispose.
E disse allora la terza
(miserere di noi, Signore!)
e disse allora la bella:
Mila.
«Ecco pronto lo mio cuore.
Se vuol sangue a medicina,
prendetelo dal cuor mio;
ma di questo ei non s’avveda,
ma di questo ei non s’addìa».
Narratore
Sùbito il legno getta un ramo,
getta un ramo dalla bocca,
getta un ramo per ogni dito.
Sant’Onofrio è rinverdito!
Aligi.
O Mila, e questo anche è un ceppo di noce.
Rinverdirà, Mila, rinverdirà?
Mila.
“Se vuol sangue a medicina,
prendetelo dal cuor mio...„
Aligi.
Rinverdirà, Mila, rinverdirà?
Mila.
“Ma di questo ei non s’avveda,
ma di questo ei non s’addìa„.
Aligi.
Mila, Mila, il miracolo ci assolva!
L’Angelo muto ci protegga ancóra,
ché per lui non m’adopro co’ miei ferri
ma sì m’adopro con l’anima in mano.
E tu che cerchi, là? che hai perduto?
Mila.
Io raduno le schegge; e le arderemo,
e un granello d’incenso con ognuna.
Affretta, Aligi, ché il tempo sen viene.
La luna di settembre è menomante
e i pastori cominciano a partire:
chi verso Puglia va, chi verso Roma.
E dove l’amor mio farà viaggio?
Dov’ei farà viaggio gli sien prata
dinanzi e fonti d’acque, e non sia vento,
e di me gli sovvenga quando annotta!
Aligi
Verso Roma farà viaggio Aligi,
andrà dove si va per tutte strade,
con la sua mandra verso Roma grande,
a pigliar perdonanza dal Vicario,
dal Vicario di Cristo Signor Nostro,
perché quegli è il Pastore dei Pastori.
Non in terra di Puglia andrà uguanno:
ma a Nostra Donna della Schiavonia
ei manderà per man d’Alài d’Averna
questi due candellieri di cipresso
con due ceri mezzani in compagnia,
che di lui peccatore non si scordi
Nostra Donna che guarda la marina.
Poi quest’Angelo, come sia finito,
ei lo caricherà sopra una mula
e passo passo ei se lo porterà.
Mila
Affretta, affretta, ché il tempo sen viene.
Dalla cintola in giù l’Angelo è preso
ancor nel ceppo, i piedi ancor legati
ha nei nocchi, e le mani senza dita,
e gli occhi si pareggian con la fronte.
Indugiato ti sei a fargli l’ale
penna per penna, ma volar non può.
Aligi.
M’aiuterà Gostanzo il dipintore,
Gostanzo di Bisegna il dipintore
che lavora d’istorie per le carra.
Accordato io mi sono già con lui
ed ei mi metterà colori fini;
e forse alla Badia m’avrò dai frati
per un agnello un poco d’oro in foglio
da mettere nell’ale e alla gorgiera.
Mila.
Affretta, affretta, ché il tempo sen viene
e già la notte è più lunga del giorno,
e su dalla pianura monta l’ombra
all’improvviso quando non s’attende,
sì che l’occhio non guida più la mano
e al ferro cieco non soccorre l’arte.
Cosma si sogna. E chi sa che si sogna!
Odi odi il canto della compagnia
che varca la montagna per andare
forse a Santa Maria della Potenza,
Aligi, verso la tua terra, verso
la tua casa dov’è la madre tua:
e forse passerà poco discosto,
e la madre l’udrà, l’udrà Ornella
forse, e diranno: “Questi pellegrini
scesero dagli stazzi dei pastori
e alcun saluto non ci fu mandato!„
Aligi.
Ah, perché tocchi dove il cuore dole?
Mila, corro e li giungo sul cammino
e fo priego al crocifero che porti
l’imbasciata... Ma come gli dirò?
Mila.
Gli dirai: “Buon crocifero, ti priego,
se passi pel vallone di San Biagio,
per la contrada detta l’Acquanova,
domanda della casa d’una donna
chiamata Candia della Leonessa
e fa sosta, ché certo avrai da lei
un boccaletto per ristoro e forse
più altro avrai, fa sosta e dille: - Il figlio
Aligi ti saluta, e le sorelle
con te anche, e Vienda anche, la sposa,
e ti promette che discenderà
per essere da te ribenedetto
in pace, prima della dipartita,
e t’assicura ch’ei fu liberato
d’ogni male e periglio, liberato
della falsa nemica ultimamente,
e non sarà mai più cagione d’ira
e non sarà mai più cagion di pianto
alla madre, alla sposa, alle sorelle.
Aligi.
Mila, Mila, qual vento ti combatte
l’anima e te la volge? Un vento sùbito,
un vento di paura. E ti si spegne
la voce in bocca e il sangue se ne va
dalla tua faccia... Perché vuoi ch’io mandi
messaggio di menzogna alla mia madre?
Mila.
In verità, in verità ti parlo,
o fratel mio, caro della sorella,
quant’è vero che non commisi fallo
con te ma stetti accesa come un cero
dinanzi alla tua fede e fui lucente
d’amore immacolato al tuo conspetto.
In verità, in verità ti parlo
e dico: Va, va, corri sul cammino
e cerca del crocifero che porti
il saluto di pace all’Acquanova.
Venuta è l’ora della dipartita
per la figlia di Iorio. E così sia.
Aligi.
Per certo hai tu mangiato miel selvaggio
che ti turba la mente! E dove andrai?
Mila.
Andrò dove si va per tutte strade.
Aligi.
Ah, verrai meco, dunque, verrai meco!
Assai lungo è il cammino. Ma te anche
io metterò su la mia mula. E andremo
con la speranza, verso Roma grande.
Mila.
Convien ch’io vada dall’opposta parte
co’ piè miei lesti e senza la speranza.
Aligi, vòlto alla vecchia che dorme.
Anna Onna, su, svégliati, su, lèvati,
e vammi in cerca d’ellèboro nero,
che il senno renda a questa creatura!
Mila.
Non t’adirare, Aligi. E se t’adiri
anche tu contro a me, come vivrò
io fino a sera? Sotto il tuo calcagno
il mio cuore non lo raccoglierò.
Aligi.
Nella mia casa non ritornerò
se non con te, con te, figlia di Iorio,
Mila di Codra, mia per sacramento.
Mila.
Aligi, e passerò la soglia stessa
ove fu posta la croce di cera?
Narratore
E un uomo v’apparì, che sanguinava;
e disse allora il figlio di quell’uomo:
“Se il sangue è ingiusto, tu non puoi passare.„
Era di mezzodì, nella vigilia
di San Giovanni. Era la mietitura.
Pace ha la falce appesa alla parete,
il grano si riposa nei granai,
mentre il dolore seminato s’alza…
Le chiese tratturali
La chiesa di San Nicola, secondo lo storico V. Morelli, la chiesa viene citata nelle Rationes Decimarum, mentre altre notizie si ricavano dal catasto dell’Abbadia di Pianella dell’anno 1424 e dalla Tassazione del XVI secolo. Probabilmente è stata costruita tra i secoli XV-XVI, quando Pianella venne interessata dalla transumanza e dalla pastorizia stanziale.
Due culti parallelamente si diffondono lungo la penisola, quello di S. Michele Arcangelo e quello di S. Nicola di Bari, le cui feste spesso coincidono con la data dell’8 maggio, inizio della transumanza.
Pianella venne interessata dai provvedimenti della Dogana della mena delle pecore di Alfonso I d’Aragona del 1447 con la istituzione dei Regi Stucchi, facenti capo alla Doganella d’Abruzzo, alle Poste di Atri e alla Regia Udienza di Chieti per le questioni fiscali e per quelle sorte tra i pastori, i contadini e i proprietari del luogo (Vittorio Morelli, Pianella, dalle origini al XX secolo, ms).
La Chiesa segue la via dei tratturi; secondo alcune carte comunali si hanno notizie della fiera di S. Nicola, che si svolgeva il 5 e 6 novembre, i cui spazi andavano dalla strada di S. Nicola a Borgo Carmine. Fiera che si è svolta sino al 1922. Interessante ricordare come i commercianti di stoffe e filati avessero l’abitudine di determinare la lunghezza della loro mercanzia attraverso, come riporta Eliseo Marrone nello “Statuto di Pianella del 1549”, l’unità di misura detto “Brazzo de santo Nicola”. Il braccio era una misura di lunghezza corrispondente, nella maggior parte delle città italiane, a più di 50 centimetri; in Pianella nei primi anni del 1900 corrispondeva a 70-75 centimetri ed era detto di santo Nicola forse dalla misura del braccio della statua del santo che doveva essere nella chiesa omonima.
Negli anni ’90, la chiesa, ricoperta da piante infestanti, è stata più volte bonificata e riportata alla luce dalla locale Associazione Culturale Ambiente e/è Vita durante la Festa della Campagna, che si svolgeva nell’area adiacente la chiesa stessa.
L’arte culinaria degli arrosticini “le rustolle”
I pastori semistanziali, a Pianella, oltre alla preparazione del formaggio, lana, latte, erano dediti all’uso di conservare la carne di pecora essiccata al sole (la muçesthje). La muschiska, detta anche mèsciscke, muscischa o Muscisch’ka, termine arabo mosammed che significa “cosa dura” è la carne di pecora tagliata a strisce, larghe 2-3 cm e lunghe 20-30 cm, che veniva dapprima salata e aromatizzata con peperoncino, aglio e semi di finocchio e successivamente fatta essiccare. Nacque come cibo di scorta per i pastori transumanti.
Nel corso degli anni, strettamente legati alla tradizione pastorale e al conseguente consumo di carne ovina come un prodotto “gourmet”, la cottura di carne ovina sarà su spiedi di legno, i famosi arrosticini, che a Pianella sono chiamati le rrustolle. Gli arrosticini sono espressione dell’arte culinaria della pastorizia stanziale e non della transumanza, come si è ritenuto in passato.
La leggenda narra che furono inventati negli anni '30 da due pastori del Voltigno (area montuosa compresa tra Carpineto della Nora, Villa Celiera e Civitella Casanova) che un giorno tagliarono in piccoli pezzettini la carne di una pecora “mortacina”, cioè carne di pecora morta per cause diverse (spesso per ingestione di erbe) e la infilzarono a le ceppe, bastoncini creati con rametti di legno d’olivo o di sanguinella, vinghe, (pianta che cresce spontanea lungo le rive dei fiumi, torrenti e ruscelli) per poi cuocerli sopra un pezzo di grondaia (canale) staccata e utilizzando del carbone di legna. C’è una testimonianza importante, però risalente al 2 Ottobre 1930, di una foto che mostra come una famiglia numerosa stia consumando gli arrosticini in occasione, probabilmente, di una festa paesana.
La foto storica ritrae la cottura degli arrosticini - che all'epoca non si chiamavano così scattata dagli studiosi Paul Scheuermeier e Gerhard Rohlfs a Civitaquana (PE).
Un macellaio ha montato il suo forno da campo vicino alla chiesa Tra alcuni mattoni ha acceso un fuoco di lignite e sopra dispone rametti di olivo e sanguinello lunghi 30-35 cm, sui quali ha infilzato 6-8 piccoli pezzi di carne di pecora. La carne salata viene arrostita nel proprio grasso. Na "spedarelle" costa 30 centesimi.
Il macellaio taglia con accetta e coltello i pezzi di carne sulla panca; la donna ravviva il fuoco con il ventaglio di cartone. Sul muro della chiesa è appesa la pecora sotto un telo. La sera tutto è stato mangiato e si è fatto un buon affare”.
E questa è la storia, vera e maestosa, del come si facevano gli arrosticini una volta durante le feste paesane.
A partire dal secondo dopoguerra, il loro luogo d’origine è spesso ricondotto alla fascia sud-orientale del Gran Sasso d’Italia. Il Professor Francesco Avolio, docente di Linguistica Italiana all’Università degli studi dell’Aquila, nel suo documento “Il mistero degli Arrosticini” scrive:
«L’area di diffusione originaria è nella zona pedemontana sul versante orientale del Gran Sasso, principalmente in provincia di Pescara. […] Il centro di quest’area è ai piedi del Voltigno (zona montuosa sul versante orientale del Gran Sasso), e in particolare sulla sponda sinistra del fiume Pescara (appartenente, prima del 1927, alla provincia di Teramo) e nelle valli vicine della Nora e del Tavo comuni di Farìndola, Villa Celiera, Civitella Casanova, Civitaquana, Catignano, e ancora Pianella, Carpineto Nora, Montebello di Bertona, Rosciano) […] con estensioni, forse più recenti, sulla destra del fiume, verso Chieti (Tocco da Casauria) e, a Nord, attraverso la zona di Penne, in direzione del Teramano (valle del Fino).»
«Il nome dialettale senz’altro più diffuso è, nella zona di origine, lë rruštéllë, rruštòllë. Il DAM, alla voce rroštə (e rruštèllə), fornisce la variante di Rosciano (Pe), che è, per l’appunto, rruštèllə, e che viene definita “ ‘arrosticini’, pezzettini di carne di pecora infilati ad uno spiedino di legno e arrostiti” (si cita poi la variante rruštècégliə, senza però indicarne la provenienza), ma, alla voce arróštə, se ne trovano diverse altre: li rruštöllə (Loreto Aprutino, Pe), tradotta con “rosticini”, arruštijə (Bussi, Popoli, Pe), arrišticijə (Civitella Casanova, Pe), lə rušticijə (Tocco da Casauria, Pe), definite questa volta “arrosticini, pezzi di carne di pecora infilata in una bacchetta di legno.»
Il metodo di preparazione degli arrosticini, originariamente pensato per cercare di rendere appetibili i tagli di carne meno pregiati, ottenne risultati così apprezzabili da essere applicato ben presto ai tagli migliori.
Secondo la tradizione pastorale il vero arrosticino abruzzese è composto di carne ovina, idealmente di carne di pecora giovane chiamata in dialetto ciavarre o di montone castrato. Ad oggi gli arrosticini sono ampiamente consumati anche al di fuori dell'Abruzzo e in alcune zone d'Italia si sono affermati nella vendita della grande distribuzione, spesso venendo meno alla qualità e alle caratteristiche care alla tradizione abruzzese.
Ancora oggi la griglia tipicamente usata per cuocere gli arrosticini viene detta anchela canalene o la furnacelle.
Gli arrosticini, prima di diventare un fenomeno commerciale nei ristoranti, nelle trattorie e cantine, erano considerati spesso cibo di strada. L’arrosticino in passato non era una carne apprezzata, la generazione anteguerra di una certa condizione sociale elevata considerava la carne di pecora venduta come arrosticini nelle ferie e nei mercati o nelle feste paesane come carne di seconda scelta, carne di recupero dei pastori o allevatori che vendevano la pecora solo perché malata o vecchia e non più utilizzabile per fare lana, formaggi o per la riproduzione.»
A Pianella tra i primi ad introdurre l’arrosticino, le rrustolle, fu il mitico Primo Costante (detto Primine) il quale, forte della conoscenza della moglie Maria Grazia D’Angelo, originaria di Villa Celiera, di come si faceva l’arrosticino, imparò l’arte del disossare la carne e infilzarla alle ceppe insieme al grasso, in modo da recuperare tutto.
In quel tempo non tutti potevano permettersi il frigorifero per conservare la carne, quindi per essere conservata si metteva dentro un sacco di iuta. La carne e il grasso venivano infilzati al momento per non farli rovinare in quanto il consumo era molto limitato.
Successivamente ad affiancare Primine arrivò Espedito Di Girolamo (detto Spedite) che nella propria cantina, grazie all’esperienza acquisita con Primo Costante, iniziò l’attività di rustellare in proprio, fornendo ai propri clienti oltre al vino, fave secche, ceci, qualche sardina, olive, formaggi, anche gli arrosticini, spesso pagati dalla clientela da chi perdeva nel gioco a carte o a bocce, riportando così l’usanza della tradizione delle montagne del Gran Sasso pescarese.
Espedito Di Girolamo aveva la cantina a Pianella in Via Regina Margherita dove oggi si trova la palazzina “Pozzi” e il negozio di abbigliamento Antonucci. Poco più avanti, verso piazza dei Vestini, dove oggi si trova l’Osteria Margherita 1 dei nipoti di Mauro e Tiziano Provinciali, c’era la cantina di Margherita Aronne, cognata di Espedito Di Girolamo, che insieme al marito Italo Provinciali (Italine) gestivano una cantina-osteria che la stessa Margherita, conosciuta più con il nome di Rita, aveva ereditato dal padre Oreste Aronne. I due coniugi, visto la buona riuscita di questa nuova iniziativa artigianale e commerciale da parte del cognato Espedito, iniziarono anche loro a realizzare arrosticini.
La Sagra degli Arrosticini
Pianella è stata una delle prime cittadine a nobilitare questo piatto: “La Sagre de le Rustolle e vanta tutt’oggi un numero importante di operatori della filiera del gusto.
A Pianella, il 17 luglio 1966 in via R. Margherita, nell’ambito della manifestazione “Giornata del Giovane”, organizzata dal Movimento Giovanile “John Fitzgerard Kennedy”, si svolse la 1^ SAGRA DEGLI ARROSTICINI d’Abruzzo con partecipanti dai comuni e frazioni del Pescarese: Villa Celiera, Montebello di Bertona, Rosciano, Villa Oliveti di Rosciano, Collecorvino, Loreto Aprutino, Civitella Casanova.
Come viene documentato da un manifesto d’epoca il comitato organizzatore era composto dai signori: Angelo Colitti, Cerasa Giacomo, Fidanza Alfredo, Forcone Bruno, D’Aloisio Pasquale, Finocchio Gino, Pretara Mario, Norscia Franco. Sotto l’egida degli indimenticabili dei signori Pozzi Tommaso e Piero Peduzzi.
Questi i premi: al 1° classificato COPPA offerta dall’Amministrazione Provinciale e una pecora – al 2° classificato COPPA Presidenza Nazionale Enal – Al 3° classificato MEDAGLIA e Bottiglia di Rosso Antico. La Premiazione si svolse in Piazza Garibaldi alle ore 21,00 con la partecipazione di un noto Complesso Beat dell’epoca “I Bolidi” di Moscufo, capeggiati dal giovane Fausto Agresta, oggi noto psicologo.
Ma anche il famoso cantante degli anni ’60 Dino.
La sagra nel 1968, si distacca dalla precedente organizzazione, assumendo la veste esclusiva di “SAGRA DEGLI ARROSTICINI” attirando, per diversi anni con grande successo a Pianella, tutte le popolazioni d’Abruzzo che conobbero questo prodotto sino ad allora confinata tra le montagne del Gran Sasso delle colline pescaresi.
A continuare questa manifestazione, allora unica nel suo genere, negli anni successivi saranno Pozzi Tommaso, Pasquale D’Aloisio, Enzo Di Girolamo, Alceo Manella, Gianni Pagliaricci, Ernesto Di Leonardo, Aterno (Ternine) Chavaroli, Domenico (Mimì) D’Aloisio, Mimì Cipriani, Piero Peduzzi, Di Biagio (Biasine) di Domenico e altri amici del mitico “Tumasse” Tommaso Pozzi.
Nell’edizione 1970 a ricoprire la carica di presidente del comitato della 3^ Sagra degli Arrosticini, fu il Dott. Liberato D’Aloisio noto pediatra e politico pianellese.
Attraverso lo spoglio di un catalogo del 1971 è possibile ricavare alcune importanti notizie.
Nell’edizione del 7-8 agosto 1971 organizzata dal Comitato presieduto da Tommaso Pozzi, vicepresidenti Alceo Manella e Gianni Pagliaricci e con una Giuria composta da Ezio Cesarone, Cesare Di Mascio, Ernesto Di Leonardo, Domenico Sablone, Cesare Ferrone, Licia Savini, Giuseppe D’Amico, Vincenzo Vicario, Lucio Lepri, Gabriele Di Claudio, Americo Scorrano, Avv. Enio Spinozzi, Giuseppe Ferrara, Olivio Faricelli, Aldo D’amico, parteciparono molti concorrenti provenienti da diverse cittadine: Paolo Bottini da Villa Celiera, Colasante Antonio da Montebello di Bertona, Ciovacco Domenico da Rosciano, D’Aloisio Bertuzzo da Pianella, D’Andrea Ercole da Villa Celiera, De Lellis Guido da Collecorvino, Di Giacomo Ernesto da Pianella, Di Simone Venanzio da Loreto Aprutino, Ginestra Agostino da Villa Celiera, Marrone Filomena da Loreto Aprutino, Narcisi Argentino da Villa Oliveti, Pizzoli Vincenzo e Sablone Gabriele da Civitella Casanova, Ursini Ada da Loreto Aprutino.
I premi in palio: 1° classificato: lire 50.000 Coppa Comune di Pianella, Diploma di partecipazione. 2° classificato: lire 25.000 Coppa Amministrazione provinciale, Diploma di partecipazione. 3° classificato: lire 10.000 Coppa Ente Provinciale Turismo EPT, Diploma di partecipazione. *
Dall’Albo d’Oro delle manifestazioni, i vincitori di medaglie: • 1967 Espedito Di Girolamo di Pianella; • 1968 Gaetano D’Alò di Civitella Casanova; • 1970 Adamo D’Armi di Loreto Aprutino. Sui vincitori delle altre edizioni purtroppo al momento non abbiamo notizie. Sappiamo che nel 1970 e1971 partecipa d’Aloisio Bertuzzo di Pianella e si classifica al settimo e al quinto posto.
Nel 1972, con le nuove norme igienico sanitarie sui cibi da strada, purtroppo non potendo rispettare le norme legislative, per problemi economici, la Sagra degli Arrosticini di Pianella si interrompe.
Voce recitante: Andrea di Sante

LE DDU’ CUMBIRE
Cumbà Peppì vu menè a Pianolle?
Ce sta la feste de le rrustolle.
Cumbà Giuhà, le cundezijone de la panze
nen’è tale che se la sende,
però seccome sacce che ce stà :
vene, percotte e presutte,
me pijate pe’ la hole,
avande a lla vendore bbelle e tutte.
Spaccate e arevestute aleste aleste
dope nuccone le ddù cumbire stoje a la feste.
Cumbà Peppine avvinde da le purtate de lu pranze
se na voje scurdate de le cundezione de la panze.
A nu certu mumendenu strelle se sende :
Cumbà Giuhà, cumbà Giuhà e mmò ?
E mmò ? E mmò cumbà Peppì
‘mo da je’ a lu nnummere cende,
arecurdete de lu dotte de zè’Pasquale nde scurdà:
Quando il bisogno è il tuo
lo spicciarsi è sicuro.
del nobile travaso all’igienico vaso.
Cumbà Giuhà, cumbà Giuhà e mmò?
E combà Peppì le caze pulete mo ce vò.
La trasformazione dell’arrosticino in un prodotto “Gourmet”.»
Ma il successo dell’arrosticino doveva ancora arrivare; infatti, bisogna aspettare la fine degli anni’70 inizi anni ’80, quando il figlio di Margherita e Italo Provinciali, Mauro, dopo il lavoro come commesso di abbigliamento, a tempo perso si recava ogni sera ad aiutare la mamma ad infilzare e cuocere gli arrosticini in cantina. Ma con il passare del tempo quello che era solo un lavoro aggiunto e un aiuto alla famiglia, ben presto diventò la sua passione lavorativa principale, tanto da licenziarsi e dedicarsi completamente alla creazione di un arrosticino di qualità gradito a tutti, trasformando la vecchia cantina in una osteria di alto livello diventando così “il re degli arrosticini” e il suo locale, fuori dalle mura del comune di Pianella, “l’Università dell’Arrosticino” come veniva definito da tutti i buongustai Abruzzesi e non. Del resto non poteva essere altrimenti, considerata l’alta qualità del prodotto che Mauro sceglieva personalmente.
A tal proposito ci riferisce Omero Di Leonardoche è stato per lungo tempo suo fornitore di carne: «Mauro veniva lui stesso a selezionare la carne per fare gli arrosticini. Non lasciava nulla al caso, dall’acquisto della materia, prima fino al momento in cui il piatto degli arrosticini, lavorati rigorosamente a mano e cotti personalmente da lui non venivano serviti in tavola. Proprio questo aspetto era apprezzato dai clienti, che avevano un rapporto diretto con lui sapevano che Mauro non cedeva a compromessi per quanto riguarda la qualità. Nascevano così gli arrosticini di Mauro che ha saputo trasformare così una carne poco apprezzata in un prodotto “Gourmet”.»
Con il passare degli anni il successo di Mauro e del suo locale Margherita 1 si diffonde dentro e fuori l’Abruzzo. E così che il fratello Tiziano, insegnante e musicista, sino allora poco incline verso questa attività, decide di percorrere le stesse orme del fratello Mauro e decide anche lui di aprire un altro locale dello stesso livello con il nome di “Margherita 2” all’ingresso del paese di Pianella. Mentre un “discepolo” di Mauro, Riccardo, dopo aver svolto tanti anni di apprendistato, crea un altro locale con il nome di “Margherita 3”, alla stazione di Collecorvino.
Una nota a riguardo: ad apprezzare gli arrosticini di Margheriata 1 è stato anche lo Chef Cannavacciuolo, che nel 2018, arrivato in Abruzzo per ragioni di lavoro, non ha resistito al fascino succulento degli arrosticini, dando così seguito ad un desiderio che aveva avuto in mente da tempo.
Ma il destino è stato crudele con questa famiglia; il 10 novembre 2012 muore improvvisamente Tiziano dopo aver soccorso il fratello Mauro che si era sentito male. Dopo circa cinque anni il 25 luglio del 2017, colpito da una grave malattia muore Mauro.
I fratelli Mauro e Tiziano Provinciali sono stati dei pionieri degli arrosticini di qualità, per questo, i loro locali erano nella lista dei preferiti di tanti, un punto di ritrovo non soltanto per pianellesi ma anche per molti forestieri dal palato fino.
Grazie ai Provinciali, il nome di Pianella ha fatto il giro del mondo: un marchio affidabile impresso su un prodotto. A continuare e portare in alto la tradizione oggi c’è Elio e Andrea d’Addario, nipote di Mauro e Tiziano, figlio di Antonina Provinciali, il quale ha affiancato Mauro per oltre 20 anni, apprendendone tutti i segreti del mestiere con impegno e devozione.
Oggi Pianella rimane ancora un luogo dove si possono gustare ottimi arrosticini artigianali derivati dalla sua tradizione.
Come si è visto la tradizione degli arrosticini a Pianella è molto viva, questo grazie anche alla presenza in passato di una delle aziende principali in Abruzzo e in Italia di macellazione e trasformazione di carne ovina della famiglia DI LEONARDO, detta “Cungarelle”, antica famiglia di pastori che fu tra i primi ad aprire alla commercializzazione (anche con i paesi dell’est), alla macellazione degli ovini e oggi presente sul territorio e punto vendita insieme ad altre nuove realtà produttive.
Oggi non c’è casa a Pianella, come in tutto il circondario, dove non ci sia na canalene (o fornacella) da dove almeno una volta la settimana si vede alzarsi il fumo e l’odore inconfondibile de le rrustolle, così come in sagre e feste di paese, come quella della Festa della Birra di Pianella, predomina, a livello culinario, il famoso piatto de “le rrustolle e pane honde”, ovvero arrosticino e pane unto d’olio.
Voce recitante:
Giuseppe Pretara e Antonio di Tonto
– Mastre Francì, chi ti ni pare sti rrustolle?
– Caità, chi ttaja dì? E’ na magnificenza;
è na cose che ‘n vita mì nnvè ma’ ustate
– Mbè, mastre Francì, ti vuoi dice nu sicrete:
Spedite ha jte alla scole secretamente
e ssa deplumate, ecche pecchè fa le rustelle accuscì bbone.
– Oh! Caità, quesse è lu sicrete de Pucinelle,
si nu sicrete ci sta, lu sicrete le sacce je.
Primine prime de fa lu rustellare ha jite ngire pi’
Ciuvitelle dove son nate li rustolle e ppù
alla Cilire, a Vistoje pi ccarpì li ricette e ppù
la riunite facenne nu mischiume chi niscjune sa.
Lasseme a parte li frastire.
Li rustelle de Pianelle certe che son bbone
mientre li miegne nnarricunosce si è carne di capre,
di mintone o di bestie feroce; si trucca da sposa
ma immece è nna balie.
Pu, sta birre pare fatte apposta pi’ magnà
e palluntanà l’ipocundriee; è accuscì bbone,
proprie na magnificenze:
li bicchire si ni cale lisce, lisce pi lu palate
secche e cchi ssapore!
Sta carne, je poche l’acciacche, mi pare
fusse toste cchiù di lu ceppe che l’impize,
però e bbone; ci si sente lu fume, lu sale!
Mastre Francì, sa chi ti vuoj dì?
Mi vuoje fa na scurpacciate e sse crepe, crepe
cundende e sazie, mmezza nna festa cche ssi putesse
musicà acchiappenne l’arie di stu paese musicale.
Si nu pittore putesse mette sopre na tele
tutte li atteggiamente di sta ggende,
li cippe unte ammucchiate nu bicchire che si fracasse nterre,
nu bbardasce che ttire la giacchette allu patre
pi farse cumbrà latre rrustolle, nu purtamunete sciambe
chi dorme nterre, sarebbe proprj na meravije.
– Ma dimme mpò, Caità, chi ha urganizzate sta feste?
– Mastre Francì, nin è state nu fesse, ha azziccate
allu birsaje e queste mi fa cuntente, mi fa magnà
mi fa bbeve e aquante m’arrizze piene e suddisfatte mi fa pinzà:
Aringrazie Ddì pi sta jurnate.

BIBLIOGRAFIA:
Lucia CAPASSO BARBATO – Maria Carla CUGGIA– Carmelo PETRONIO, Quaderni del Museo di Speleologia, VIII (15/16) pp. 3-13, L’Aquila 1982. (Istituto di geologia e Paleontologia dell’Università “La Sapienza di Roma)
Catalogo Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - Selezione di Poesia "G. Porto" dicembre 2024 - Tipografia MASTRO srl - Cepagatti (PE)
Francesco AVOLIO, docente di Linguistica Italiana all’Università degli studi dell’Aquila, documento “Il mistero degli Arrosticini”.
Eliseo MARRONE, Il granaio d’Abruzzo dal Comune all’età Farnesiana. Pianella: lo Statuto del 1549 (2. ed.), il Catasto del 1746. Documenti editi ed inediti, Edizione Tracce 2012.
SITOGRAFIA
Vittorio MORELLI: parolmente.it/la-transumanza-e-i-regi-stucchi-di-pianella-per-la-storia-della-pastorizia-in-provincia-di-pescara-2/
Alessandro MORELLI: parolmente.it/le-medaglie-per-gli-arrosticini-pianella-civitella-casanova-loreto-aprutino-le-sagre-di-pianella-nella-seconda-meta-del-novecento/
Remo DI LEONARDO www.lacerbaonline.it/attualita/pianella-e-lantica-tradizione-de-le-rrustolle-correva-lanno-1966-quando-venne-organizzata-la-1-sagra-degli-arrosticini/
Silvia SCORRANO:
https://rosa.uniroma1.it/rosa03/semestrale_di_geografia/article/view/16784/16133 http://www.neveappennino.it/news/abruzzo-la-antica-foto-degli-arrosticini/
www.reteabruzzo.com/2013/08/12/castelvecchio-transmediale/ http://www.progettomusa.it/home.html
Fonte, Aspe, Notaio Daniele Buccieri, b.275, 3 ottobre 1742.
ALESSANDRO MORELLI:
https://www.academia.edu/77997349/Le_medaglie_per_gli_arrosticini_Pianella_Civitella_Casanova_Loreto_Aprutino_Le_sagre_di_Pianella_nella_seconda_met%C3%A0_del_Novecento
https://it.wikipedia.org/wiki/Arrosticini
http://www.arrosticinionline.com/storia.html, Gli arrosticini nascono a Pescara o Teramo? La storia e le origini, su amp.ilpescara.it, 12 agosto 2017.
Origine Arrosticini Abruzzesi, su ciccarni.it, Ricetta arrosticini, La ricetta di Giallo Zafferano, su ricette.giallozafferano.it. http://www.neveappennino.it/news/abruzzo-la-antica-foto-degli-arrosticini/.















