
ANTONIO MEZZANOTE
Viaggiamo nel Trecento per incontrare Buccio di Ranallo, primo e sommo cantore dell’Aquila. Con la sua “Cronaca aquilana rimata” e i suoi acuti sonetti politici, Buccio diede voce al mito di fondazione della città, nata dal patto tra i castelli del contado per affrancarsi dal dominio feudale. Un testimone appassionato e severo custode dell’anima cittadina che, prima di spegnersi durante la peste del 1363, ci ha consegnato il più alto manifesto di passione civile, unione e riscatto dell’intero Medioevo abruzzese.
D: «Messer Buccio, sono davvero lieto di incontrarla. Per svariati anni e per la mia professione ho associato il suo nome all'indirizzo della Corte dei Conti regionale e dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato, ma ammetto che adesso intervistarla qui, nella sua Aquila, è un viaggio a ritroso nel cuore del Trecento. Lei è considerato il primo e più grande cantore della città. Come definirebbe il suo legame con questa terra?»
R: «D’esto mio terreno legame, messere, ben posso dire che la terra mia è la mia medesima voce. Nato al declinare del Duecento dal sangue e dalla schiatta di Poppleto, che voi moderni dite Coppito, con questi miei occhi ho veduto Aquila crescere, tribolare, patire sangue et pur anco rialzarsi. Vedi, giammai nostra citade fu simile alle altre: che non nacque per beneplacito o capriccio d’un qualche barone o signore, bensì per lo fermo intendimento delle genti de’ castelli, le quali si volsero far popolo, affrancandosi dalla dura servitudine. Quando prendetti lo stilo per raccontare le nostre prime origini nella mia Cronaca, non andava cercando vana gloria per la mia persona, ma la perpetua memoria della citade tutta. Volea che ciascheduno che fosse venuto appresso di noi sapesse di qual forte pasta fossimo composti.»
D: «La sua “Cronaca aquilana rimata” si apre con versi scolpiti nella pietra, che sono diventati il manifesto dell’identità cittadina. Può ricordarli per noi?»
R: «Ce li ho piantati nel petto come un sigillo indelebile, et così li dettai:
“Lo cunto serrà d’Aquila, magnifica citade / Et de quilli che la ficero con grande sagacitade: / Per non esser vassalli cercaro la libertade / Et non volere signore set non la magestade.”
Senza la brama di libertade, Aquila non sarebbe mai stata edificata. Ed è per questo che io ricordava altresì la gaudente concordia con la quale li nostri padri fondaro li vari quartieri:
“Gridaro tucti inseme “la cità fecciamo bella / Che nulla nello regame non se apparecchie ad ella!”»
D: «Prima di dedicarsi alla grande narrazione storica, lei ha debuttato con opere di argomento religioso e con sonetti d’attualità politica. Come si è evoluta la sua scrittura?»
R: «Apprima, nella mia gioventù, composi la “Leggenda de Santa Caterina d’Alessandria” in ottonari rimati, a sollievo et devozione delle confraternite de’ disciplinati aquilani, poiché la fede et lo buono exemplo morale erano allora la vera guida a una comunitade che cercava pace et ordine. Ma appresso, la politica della citade nostra cominciò a corrompersi et marcire dentro le viscere. Tra lo mille trecento trentotto et lo mille trecento quarantadue, mentre la fazione de’ Camponeschi et quella de’ Bonagiunta scendevano in piazza con l’armi in pugno, seminando la discordia, intesi chiaro che la poesia dovea farsi frusta, scudo et severo monito.»
D: «Lì nacquero i suoi Sonetti politici...»
R: «In veritade! Che l’uomo di penna o di canto non dee starsi rinchiuso dentro lo suo studio mentre la piazza arde et la gente pere. Nei miei sonetti m’avventai con fiero sdegno contro li magnati, contro li tiranni venuti d’Amiterno et contro li medesimi cittadini, li quali si lasciavano ammaliare dal pecunioso guadagno o accecare dall’odio di parte. Gridava loro a gran voce di guardarsi dalle guerre civili a cagione della discordia, che è lo pestifero veleno che strugge et manda in ruina le citadi libere.»
D: «Per la “Cronaca”, che copre le vicende dal 1254 fino al 1362, ha scelto una forma metrica precisa: la quartina di alessandrini monorimi, condito da un volgare aquilano vivo, ruvido e musicale. Perché questa scelta?»
R: «Perché la grammatica latina sarebbe stata una stretta gabbia per li soli dotti et chierici, laddove io bramava di favellare al popolo tutto, alli mercatanti, alli artefici et alli armigeri. Lo ritmo lungo dell’alessandrino, legato in tetrastico monorimo, possiede la medesima forza delle canzoni di gesta in uso tra li poeti d’Oltralpe: onde permette di narrare colla debita minuzia ogni fatto d’istoria — dal privilegio conceduto da re Corrado fino al paventoso tremuoto del mille trecento quindici, dalle coronazioni de’ re di Napoli fino colle paci della citade — senza mai perdere lo spiro dell’epica gran favella.»
D: «Nel 1363, però, la peste nera tornò a colpire duramente la città, spezzando anche la sua vita.»
R: «Così fu. Lo pestifero morbo, che già nel quarantotto palesò la sua furia, tornò a percuotere con empietade le nostre mura nel maggio del mille trecento sessantatre, togliendomi lo spiro et la parola. Ma prima che l’anima mia rendesse il debito alla natura, lasciai ordinati li miei scritti et lo mio testamento, appagato d’aver adempiuto al mio officio: quello d’essere stato fecondo notaio del tempo et del cuore della mia gente.»
D: «Messer Buccio, quale messaggio lascia agli aquilani di oggi, che hanno dovuto ricostruire la città non solo nel Trecento, ma anche nei secoli successivi e in tempi recenti?»
R: «Ammonirei costoro di non dimenticare mai la radice onde son germogliati. Ben possono le pietre cadere et ruinare sotto li colpi de’ tremuoti o per le traversie del tempo; ma fin che gli uomini et le donne di questa nostra terra serberanno la sagacitade de’ padri, lo senso della fraterna comunitade et l’amore inestinguibile per la libertade, senza lasciarsi dividere dalle picciole discordie, Aquila nostra continuerà a risplendere bella, sopra ciascheduna altra citade del reame!»
(Accompagna questa intervista la foto della cosiddetta Casa di Buccio di Ranallo, edificio del XIV sec. sito in via Accursio a L'Aquila. Si dice e si racconta che l'immobile sarebbe stato di proprietà di Buccio di Ranallo)
















