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DOCUMENTI "Il Prestito che divise i Colarossi"

12 Agosto 2026

di PARIDE MARIOTTI

La famiglia Colarossi di Penne pur non appartenendo al ristretto gruppo dei grandi feudatari, occupò un posto di rilievo nel tessuto borghese e professionale dell'area vestina. Tra le vicende che meglio ne raccontano la storia spicca una lunga controversia giudiziaria, nata da un prestito che fini per dividere la famiglia.

Tutto ebbe origine da un prestito di oltre 1000 ducati che Domenico Colarossi (1748-1817) aveva contratto con il cavaliere Serafino Silvestri di Brittoli.

Per saldarlo vendette due abitazioni e ottenne un prestito di 400 ducati dalla cognata Marianna Friuli, descritta nei documenti come una "donna denarosa", cioè economicamente agiata.

Nel marzo del 1817, gravemente malato, Domenico si trasferì con la moglie Concetta Friuli e la cognata Marianna nella casa di famiglia di Carpineto della Nora, dove morì poco tempo dopo.

Domenico era stato sposato tre volte:con Pasqua Presutti, quindi con Giovanna Francesca Presutti e, infine, con Concetta Friuli.

I fratelli Paolo, Carlo, Felice e Pasquale Colarossi, protagonisti della vicenda giudiziaria, sembrano appartenere ai precedenti matrimoni e non essere figli della vedova Concetta, circostanza che potrebbe aver contribuito ad alimentare le tensioni sorte dopo la morte del capofamiglia.

IL prestito di 400 ducati, pari orientativamente a circa 20.000 euro attuali, fu riconosciuto dagli eredi con un istrumento del 7 ottobre 1818,ma non venne mai restituito.

Quando Marianna tornò nella casa di Penne per recuperare i propri beni, le fu impedito l'accesso.

Denuncio' quindi I nipoti, accusandoli di essersi appropriati di beni per un valore di circa 1400 ducati.

I fratelli Colarossi reagirono con una controdenuncia presso il Tribunale di Teramo, sostenendo che fosse stata invece la zia, con l'aiuto del fratello Antonio Friuli e, successivamente, della vedova Concetta, ad appropriarsi di mobili, gioielli e altri oggetti appartenenti alla famiglia.

IL valore dei beni che dichiararono sottratti superava gli 8200 Ducati.

Nel corso del processo furono ascoltati numerosi testimoni. Le loro deposizioni confermarono le difficoltà economiche di Domenico e, soprattutto, l'esistenza del prestito concesso da Marianna.

Particolarmente significativa fu la testimonianza di don Emidio Scimia, il quale dichiarò che Marianna gli aveva rifiutato un prestito di 120 ducati, spiegando di aver già impiegato 400 ducati per aiutare il cognato.

La controversia coinvolse anche Concetta Friuli, chiamata a rispondere delle accuse mosse dagli eredi.

Con sentenza del 7 agosto 1822 il Tribunale di Teramo escluse ogni sua responsabilità, riconoscendo che la vedova aveva sempre cercato di consegnare agli eredi le carte apartenute al marito.

La causa si concluse il 28 febbraio 1828 quando, su richiesta di Marianna Friuli, il Tribunale dispose il pignoramento di diversi terreni oltre a una bottega adibita a caffè e sala biliardo nella piazza di Penne.

Nato come un gesto di solidarietà familiare, il prestito di 400 ducati si trasformò così in una lunga battaglia giudiziaria che mise gli eredi gli uni contro gli altri. Le carte processuali restituiscono il ritratto di una famiglia profondamente divisa, nella quale interessi economici e questioni ereditarie finirono per prelevare sui legami di parentela.

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