
di PARIDE MARIOTTI
Chi oggi percorre il margine meridionale del centro storico di Castelli e guarda verso il versante che scende fino al torrente Leomogna osserva un paesaggio che conserva ancora i segni della propria origine geologica. La rupe di breccia su cui sorge il paese, i terrazzamenti sostenuti da muri a secco, gli antichi orti ricavati lungo il pendio e le abitazioni costruite sul ciglio del declivio raccontano un equilibrio tanto suggestivo quanto fragile.
È probabilmente proprio questo è il luogo descritto in un esposto anonimo redatto nell'autunno del 1835,pochi mesi dopo la frana che nel 1834 aveva colpito l'abitato di Castelli. L'autore, dichiarando di agire per il <bene della sua terra naturale >, presenta una denuncia che supera la semplice controversia personale:il suo scritto è una delle più lucide testimonianze ottocentesche sul rapporto tra l'uomo e un territorio esposto al dissesto.
Al centro dell'esposto vi è la perizia affidata al tecnico Frattaroli, incaricato di stabilire se la coltivazione degli orti negli attenimi - i terreni posti ai margini del paese - avesse contribuito allo scoscendimento del versante. L'anonimo contesta le sue conclusioni, sostenendo che il perito, privo delle necessarie competenze e condizionato da interessi privati, abbia trascurato le vere cause del dissesto.
Secondo il denunciante, Castelli possedeva originariamente un assetto capace di garantire una maggiore stabilità. A comprometterlo sarebbero stati invece l'uso improprio di terreni, gli sbancamenti senza controllo e la trasformazione dei pendii in aree coltivate, interventi che avrebbero progressivamente indebolito la rupe.
Particolarmente significativa è la descrizione della proprietà del cancelliere comunale Beniamino Olivieri. L'anonimo ne indica la posizione con grande precisione:una casa costruita sulla sommità di un banco di breccia, delimitato da una parete alta oltre cento palmi, sotto la quale il terreno degrada rapidamente verso il torrente. In quel punto, una strada pubblica sarebbe stata progressivamente ridotta e scavata alla base dalle lavorazioni agricole, mentre le terre smoosse e i riporti artificiali mettevano in difficoltà i fragili muri a secco.
La descrizione sembra riferirsi con buona probabilità al versante meridionale del borgo storico, ancora oggi caratterizzato dalla stessa conformazione morfologica: la rupe, la strada, gli orti terrazzati e il pendio verso il torrente coincidono infatti con gli elementi indicati nel documento.
La denuncia assume così un carattere più grave. Olivieri viene accusato non solo di coltivare un terreno instabile, ma anche di essersi appropriato di una porzione di demanio comunale, trasformandosi in proprietà privata e facendola registrare nel catasto provvisorio. Secondo l'autore, il ruolo ricoperto dal cancelliere avrebbe favorito tale abuso, mentre il proseguimento della coltivazione avrebbe finito per consolidare un danno ai danni dell'intera comunità.
A sostegno delle proprie accuse, l'anonimo richiama il parere dell'ingegnere Gennaro Cangiano, funzionario del Corpo Reale degli Ingegneri di Acque e Strade del Regno delle Due Sicilie. Cangiano aveva già indicato la necessità di vietare le coltivazioni nei pressi dell'abitato e di consolidare I versati con arbusti ed essenze erbacee, in linea con il decreto del 31 maggio 1811,che proibiva le coltivazioni sui pendii più instabili per limitare frane ed erosioni.
Colpisce la modernità del ragionamento dell'autore anonimo. La sua denuncia non riguarda soltanto un abuso amministrativo, ma propone una riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente:il dissesto non viene visto come una fatalità naturale, bensì come la conseguenza di interventi capaci di alterare un equilibrio geologico già fragile.
La frana del 1834 apoare quindi come il risultato dell'interazione tra cause naturali e responsabilità umane.
A quasi due secoli di distanza, l'esposto conserva un valore che supera quello puramente archivistico. Esso dimostra come già nell'Ottocento fosse possible riconoscere I rischi legati a determinare pratiche e individuare soluzioni fondate sulla prevenzione e sulla tutela dei versanti.
Osservando oggi quel tratto di paese, la corrispondenza tra il paesaggio descritto nel documento e quello attuale appare ancora evidente. La rupe domina il fondovalle, I terrazzamenti seguono il pendio e la fragilità morfologica resta una delle caratteristiche più importanti dell'abitato.
Lesposto del 1835 non è quindi soltanto una testimonianza della storia di Castelli, ma anche un richiamo alla necessità di leggere il paesaggio come una memoria viva. Il territorio conserva le tracce delle scelte passate:comprenderle significa trasformarle in conoscenza e prevenire nuovi errori in luoghi tanto affascinanti quanto delicati.




















