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QUATTRO CHIACCHIERE CON GABRIELE MANTHONÉ

5 Luglio 2026

di ANTONIO MEZZANOTTE

Se oggi dite a un pescarese: "Manthoné", vi indicherà una via del Centro Storico per un aperitivo. Ma nel 1799 questo nome faceva tremare un regno. Gabriele Manthoné non era tipo da movida: era un uomo d'artiglieria, generale e Ministro della Guerra della Repubblica Napoletana.

Invitato per "Le interviste impossibili di Mezzanotte", lo incontro a Pescara, all'angolo della via che porta il suo nome. Uniforme blu un po' lisa e lo sguardo severo di chi non ama i preamboli.

D: "Generale, partiamo dalle origini. Lei nasce nella Pescara del 1764: una piazzaforte militare blindata e circondata da paludi. Una gabbia?"

R: "Tutt'altro, amico caro. Era una scuola di vita. O facevi il pescatore o facevi il soldato. Tra bastioni e fanti borbonici ho capito che erano necessarie due cose: testa fredda per la matematica e cuore caldo per le polveri. La tempra abruzzese è come la roccia della Maiella: non si scheggia."

D: "A proposito di origini, Generale: un cognome che suona così d'Oltralpe in una piazzaforte borbonica d'Abruzzo. C'è chi a Pescara, sentendo quel 'Manthoné', pensa ancora a una parentela stretta con i francesi..."

R: "Nossignore, nessuna simpatia francese nel mio sangue. La mia era una famiglia di fieri soldati sabaudi, venuti dal Nord, è vero. Ma quando nasci e cresci sulla foce del Pescara, tra una spruzzata di sale del mare e il vento della Majella, l'anagrafe conta poco. Diventi abruzzese dentro. Il mio cognome ricorderà pure le montagne della Savoia, ma la mia testa è rimasta dura come i bastioni della mia città".

D: "A Napoli, però, la guardavano dall'alto in basso..."

R: "Ah, i salotti della capitale! Pensavano che fossi un provinciale cresciuto tra le zanzare del fiume Pescara. Hanno cambiato idea quando hanno visto come facevo cantare i miei cannoni e, per i più insolenti, come facevo fischiare la mia spada nei duelli".

D: "Nel 1799 scoppia la rivoluzione, scappano i Borbone e proclamate la Repubblica. Non eravate un po' troppo ottimisti?"

R: "Eravamo folli. Abbiamo creduto che bastasse piantare l'Albero della Libertà in piazza per cancellare secoli di sottomissione. E pensa che per anni ho diretto io stesso la Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata per conto del Re. Sapevo esattamente quanti difetti avessero i loro fucili, li avevo corretti io! Peccato che poi a corto di munizioni ci siamo rimasti noi."

D: "E i francesi vi hanno dato una mano..."

R: "Ah, i cari cugini d'Oltralpe! Venuti a portarci libertà, uguaglianza e fratellanza, ma intanto inviavano a Parigi le nostre posate d'argento e i quadri. La Repubblica, invece, era una cosa seria, avevamo i migliori intellettuali d'Europa, come Melchiorre Delfico, per esempio, un teramano. Ma c'era un problema."

D: "Quale?"

R: "Troppi poeti e pochissimi soldati. Nei salotti si facevano bellissimi comizi. Ma se avessi avuto cinquemila granatieri disciplinati al posto di quei filosofi, Re Nasone a quest'ora starebbe ancora a Palermo a pescare polpi."

D: "La fine è stata tragica. Sconfitto al Ponte della Maddalena, tradito dagli inglesi di Nelson, finisce davanti alla Giunta di Stato presieduta dal giudice Vincenzo Speciale. Cercarono in ogni modo di farla parlare, di estorcere i nomi dei complici per avere salva la vita. Perché non ha ceduto?"

R: "Perché un ufficiale d'artiglieria non spara alle spalle dei suoi uomini. Mi chiesero: "Cosa hai fatto per la Repubblica?". Risposi: "Tutto quello che ho potuto; avrei fatto di più se avessi potuto". E poi, detto tra noi, non ho mai creduto sulla possibilità di avere la grazia e, infatti, il mio nome era già sulla lista di coloro che il Re aveva condannato senza ripensamenti. Sono salito sul patibolo a testa alta che non avevo ancora compiuto trentacinque anni. La morte passa, la dignità resta."

D: "Nessun rimpianto, quindi?"

R: "Beh, se avessi saputo che i Borbone sarebbero rimasti sul trono per altri sessant'anni... nell'ultima battaglia avrei puntato i cannoni con un briciolo di alzo in più."

D: "Oggi Pescara ha abbattuto le mura. È una città aperta, commerciale, dinamica. Che effetto le fa vedere la sua via piena di giovani e locali?"

R: "All'inizio mi è preso un colpo: un militare che vede le mura abbattute pensa subito a un'invasione! Poi ho capito. Avete fatto bene. La vera fortezza oggi è l'energia della vostra gente."

D: "Un messaggio per i pescaresi che frequentano la via che porta il suo nome?"

R: "La libertà non è un regalo, è un’aria che va respirata con consapevolezza. Godetevi la vostra città, i vostri sogni, le vostre serate… ma senza esagerare, che già ai miei tempi c’era chi confondeva l’entusiasmo con la confusione. E quando arriva il vento contrario, non irrigiditevi, ma tenete la rotta!".

ANTONIO MEZZANOTTE

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