
Per le "Interviste impossibili di Mezzanotte" oggi abbiamo il gran piacere di ospitare il colonnello Silvino Olivieri (1828–1856), patriota abruzzese, combattente del Risorgimento e fondatore della colonia Nuova Roma in Argentina.
D: Colonnello Olivieri, Lei è nato in terra d’Abruzzo, a Caramanico Terme. Quali furono i primi passi del suo cammino?
R: Sì, nacqui il 24 gennaio dell’anno 1828, tra le rupi e le sorgenti della Majella, figlio di una famiglia onorata. I miei genitori, desiderosi di vedermi uomo dabbene, mi mandarono a studiare al Collegio Reale di Chieti, città severa e colta. Ma fu a Napoli, alla Real Scuola Militare della Nunziatella, che appresi l’arte del comando e della disciplina e dalla quale uscii sottufficiale del Regno delle Due Sicilie.
D: Eppure, non rimase a lungo al servizio del Borbone…
R: No, signore. Il 1848 fu l’anno del risveglio. L’Italia gemeva sotto il giogo straniero e l’ignavia dei suoi principi. Quando scoppiò quella che voi moderni chiamate Prima guerra d’indipendenza, non esitai: partii per il Nord e con l’ardore della giovinezza mi unii alle schiere che combattevano l’Austriaco. Ma al ritorno compresi che non potevo più servire un trono che tradiva il popolo. Mi dimisi e rivolsi lo sguardo altrove.
D: E quel “altrove” fu l’America del Sud. Come giunse a quelle lontane contrade?
R: L’America era allora un campo aperto alla libertà. In Uruguay e in Argentina le repubbliche combattevano per la loro unità, per la dignità dei popoli. Vi giunsi nei primi anni Cinquanta e mi aggregai alle forze unitarie argentine. A Buenos Aires mi fu affidato il comando della Legione Italiana, composta da valorosi connazionali. Difendemmo la città contro l’assedio del generale Urquiza e ci guadagnammo il nome di “Valorosi e io il grado di colonnello.
D: Dopo tante glorie, tornò in Italia. Che cosa la spinse a rientrare?
R: Il cuore, signore. Il cuore e la speranza. Tornai nel 1853, ma la mia presenza fu subito notata. Entrai a Roma sotto falso nome, ma fui arrestato il 25 settembre e rinchiuso nel carcere di San Michele, accusato di cospirazione e di appartenere a società segrete, condannato a 15 anni di reclusione. Le autorità argentine protestarono e l’ambasciatore francese intercedette. Fui liberato a luglio 1855, ma a patto che andassi in esilio.
D: In quel frangente incontrò Giuseppe Mazzini?
R: No, fu a Londra, ma nel '53. Mazzini era l’anima della rivoluzione, io ne ero il braccio. Ci stimavamo, pur nella diversità dei nostri temperamenti. Ricevetti l'incarico di fomentare la rivoluzione nelle Due Sicilie e a Roma, ma venni tradito e per il resto sapete come andò. Uscito dal carcere, tenuto conto che ricevetti l'obbligo di via per l'Argentina, fu però sempre Mazzini a consigliarmi, una volta tornato in Sudamerica, di seguire le direttive del compatriota Giovan Battista Cuneo, che animava la stampa italiana d’oltreoceano.
D: E fu allora che nacque il suo progetto più audace: Nuova Roma.
R: Esattamente. Tornai in Argentina a gennaio del 1856. Con l’appoggio del governo, fondai una colonia agricolo-militare presso il torrente Sauce Chico, a occidente di Bahía Blanca. Volevo che gli italiani avessero terra da coltivare e un fucile per difenderla. Il 15 maggio 1856 inaugurammo Nuova Roma: un baluardo di civiltà nella pampa selvaggia.
D: Colonnello, abbia pazienza. Quali erano gli ideali alla base di questa Nuova Roma?
R: Signor mio, eravamo uomini liberi, contadini e soldati, preservavamo i principi repubblicani e i confini di Buenos Aires, come i coloni dell'antica Roma, in attesa di poter tornare in patria e lottare per una Italia unita, giusta, repubblicana!
D: Ma il sogno si infranse tragicamente…
R: Ahimè, sì. La colonia era composta da uomini di ogni provenienza: italiani soprattutto, ma anche tedeschi, francesi e spagnoli. Non tutti accettavano la disciplina, i rifornimenti erano scarsi, il clima infelice. Le tensioni crebbero e la notte tra il 28 e il 29 settembre 1856 fui assassinato nella mia capanna da un gruppo di ammutinati: avevo 28 anni e non vidi mai mia figlia Silvina, che nacque dopo la mia dipartita. Così si chiuse la mia parabola, ma non il mio ideale.
D: Colonnello, la sua storia non finisce con la sua morte. Ci parli della sua famiglia.
R: La mia vita si spense nella pampa, ma non tutto finì quella notte. Avevo sposato Leocadia Cambacérès, donna forte e leale. Dopo il mio assassinio, sola in terra straniera, seguì il consiglio più antico del mondo: cercò protezione nella famiglia.
Si unì a mio fratello Michele e tornò in Italia, vivendo tra San Valentino (che oggi chiamate in Abruzzo Citeriore), Chieti e Castellamare Adriatico, dove la nostra gente conosce il valore del pudore e della continuità.
Mia figlia, Silvina… lei sì che fu un raggio di luce. Nacque senza che io potessi vederla, ma crebbe con il mio nome e il mio ricordo.
Sposò Gesualdo De Felici Del Giudice, marchese di Casalincontrada, uomo d’ingegno e di cuore, che tanto si adoperò per progresso sociale dei propri luoghi, tra cui Pianella.
Così, senza che io lo sapessi, la mia stirpe tornò a intrecciarsi con la storia d’Italia.
D: Tutto questo in 28 anni di vita! Dicono che lei avrebbe potuto essere addirittura più famoso di Garibaldi. Che cosa si sente di dire ai suoi coetanei di oggi?
R: Non amo paragoni, non mi interessano, fu Mazzini a propormi quale eroe repubblicano dopo che Garibaldi abbracciò la causa di "Italia e Vittorio Emanuele". Ho fatto quel che ho fatto perché ritenevo essere la cosa giusta da fare. Ai giovani miei coetanei, ma anche ai meno giovani, dico solo questo: dignità. Siate dignitosi!
D: Colonnello, cosa portò con sé dall’Abruzzo fino alle terre d’America?
R: La tenacia del pastore, la fierezza del montanaro. L’Abruzzo è terra di silenzi e di tempeste, di santi e di ribelli. A Chieti appresi il rigore, a Caramanico l’orgoglio. Ovunque andassi, portavo con me la Majella nel cuore. Perché un uomo può anche morire lontano, ma resta sempre figlio della sua terra.
















