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Le "Interviste impossibili di Mezzanotte" Silvino Olivieri (1828–1856) patriota abruzzese

21 Giugno 2026

Per le "Interviste impossibili di Mezzanotte" oggi abbiamo il gran piacere di ospitare il colonnello Silvino Olivieri (1828–1856), patriota abruzzese, combattente del Risorgimento e fondatore della colonia Nuova Roma in Argentina.

D: Colonnello Olivieri, Lei è nato in terra d’Abruzzo, a Caramanico Terme. Quali furono i primi passi del suo cammino?

R: Sì, nacqui il 24 gennaio dell’anno 1828, tra le rupi e le sorgenti della Majella, figlio di una famiglia onorata. I miei genitori, desiderosi di vedermi uomo dabbene, mi mandarono a studiare al Collegio Reale di Chieti, città severa e colta. Ma fu a Napoli, alla Real Scuola Militare della Nunziatella, che appresi l’arte del comando e della disciplina e dalla quale uscii sottufficiale del Regno delle Due Sicilie.

D: Eppure, non rimase a lungo al servizio del Borbone…

R: No, signore. Il 1848 fu l’anno del risveglio. L’Italia gemeva sotto il giogo straniero e l’ignavia dei suoi principi. Quando scoppiò quella che voi moderni chiamate Prima guerra d’indipendenza, non esitai: partii per il Nord e con l’ardore della giovinezza mi unii alle schiere che combattevano l’Austriaco. Ma al ritorno compresi che non potevo più servire un trono che tradiva il popolo. Mi dimisi e rivolsi lo sguardo altrove.

D: E quel “altrove” fu l’America del Sud. Come giunse a quelle lontane contrade?

R: L’America era allora un campo aperto alla libertà. In Uruguay e in Argentina le repubbliche combattevano per la loro unità, per la dignità dei popoli. Vi giunsi nei primi anni Cinquanta e mi aggregai alle forze unitarie argentine. A Buenos Aires mi fu affidato il comando della Legione Italiana, composta da valorosi connazionali. Difendemmo la città contro l’assedio del generale Urquiza e ci guadagnammo il nome di “Valorosi e io il grado di colonnello.

D: Dopo tante glorie, tornò in Italia. Che cosa la spinse a rientrare?

R: Il cuore, signore. Il cuore e la speranza. Tornai nel 1853, ma la mia presenza fu subito notata. Entrai a Roma sotto falso nome, ma fui arrestato il 25 settembre e rinchiuso nel carcere di San Michele, accusato di cospirazione e di appartenere a società segrete, condannato a 15 anni di reclusione. Le autorità argentine protestarono e l’ambasciatore francese intercedette. Fui liberato a luglio 1855, ma a patto che andassi in esilio.

D: In quel frangente incontrò Giuseppe Mazzini?

R: No, fu a Londra, ma nel '53. Mazzini era l’anima della rivoluzione, io ne ero il braccio. Ci stimavamo, pur nella diversità dei nostri temperamenti. Ricevetti l'incarico di fomentare la rivoluzione nelle Due Sicilie e a Roma, ma venni tradito e per il resto sapete come andò. Uscito dal carcere, tenuto conto che ricevetti l'obbligo di via per l'Argentina, fu però sempre Mazzini a consigliarmi, una volta tornato in Sudamerica, di seguire le direttive del compatriota Giovan Battista Cuneo, che animava la stampa italiana d’oltreoceano.

D: E fu allora che nacque il suo progetto più audace: Nuova Roma.

R: Esattamente. Tornai in Argentina a gennaio del 1856. Con l’appoggio del governo, fondai una colonia agricolo-militare presso il torrente Sauce Chico, a occidente di Bahía Blanca. Volevo che gli italiani avessero terra da coltivare e un fucile per difenderla. Il 15 maggio 1856 inaugurammo Nuova Roma: un baluardo di civiltà nella pampa selvaggia.

D: Colonnello, abbia pazienza. Quali erano gli ideali alla base di questa Nuova Roma?

R: Signor mio, eravamo uomini liberi, contadini e soldati, preservavamo i principi repubblicani e i confini di Buenos Aires, come i coloni dell'antica Roma, in attesa di poter tornare in patria e lottare per una Italia unita, giusta, repubblicana!

D: Ma il sogno si infranse tragicamente…

R: Ahimè, sì. La colonia era composta da uomini di ogni provenienza: italiani soprattutto, ma anche tedeschi, francesi e spagnoli. Non tutti accettavano la disciplina, i rifornimenti erano scarsi, il clima infelice. Le tensioni crebbero e la notte tra il 28 e il 29 settembre 1856 fui assassinato nella mia capanna da un gruppo di ammutinati: avevo 28 anni e non vidi mai mia figlia Silvina, che nacque dopo la mia dipartita. Così si chiuse la mia parabola, ma non il mio ideale.

D: Colonnello, la sua storia non finisce con la sua morte. Ci parli della sua famiglia.

R: La mia vita si spense nella pampa, ma non tutto finì quella notte. Avevo sposato Leocadia Cambacérès, donna forte e leale. Dopo il mio assassinio, sola in terra straniera, seguì il consiglio più antico del mondo: cercò protezione nella famiglia.

Si unì a mio fratello Michele e tornò in Italia, vivendo tra San Valentino (che oggi chiamate in Abruzzo Citeriore), Chieti e Castellamare Adriatico, dove la nostra gente conosce il valore del pudore e della continuità.

Mia figlia, Silvina… lei sì che fu un raggio di luce. Nacque senza che io potessi vederla, ma crebbe con il mio nome e il mio ricordo.

Sposò Gesualdo De Felici Del Giudice, marchese di Casalincontrada, uomo d’ingegno e di cuore, che tanto si adoperò per progresso sociale dei propri luoghi, tra cui Pianella.

Così, senza che io lo sapessi, la mia stirpe tornò a intrecciarsi con la storia d’Italia.

D: Tutto questo in 28 anni di vita! Dicono che lei avrebbe potuto essere addirittura più famoso di Garibaldi. Che cosa si sente di dire ai suoi coetanei di oggi?

R: Non amo paragoni, non mi interessano, fu Mazzini a propormi quale eroe repubblicano dopo che Garibaldi abbracciò la causa di "Italia e Vittorio Emanuele". Ho fatto quel che ho fatto perché ritenevo essere la cosa giusta da fare. Ai giovani miei coetanei, ma anche ai meno giovani, dico solo questo: dignità. Siate dignitosi!

D: Colonnello, cosa portò con sé dall’Abruzzo fino alle terre d’America?

R: La tenacia del pastore, la fierezza del montanaro. L’Abruzzo è terra di silenzi e di tempeste, di santi e di ribelli. A Chieti appresi il rigore, a Caramanico l’orgoglio. Ovunque andassi, portavo con me la Majella nel cuore. Perché un uomo può anche morire lontano, ma resta sempre figlio della sua terra.

Silvino

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