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QUATTRO CHIACCHIERE CON VITTORIA COLONNA, MARCHESA DI PESCARA

9 Giugno 2026

ANTONIO MEZZANOTTE.

Per le “Interviste Impossibili di Mezzanotte”, oggi abbiamo il piacere di avere con noi Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, protagonista indiscussa del Rinascimento.

D: «Marchesa, partiamo dalle basi. Su Instagram la chiamerebbero “lifestyle influencer del XVI secolo”, ma lei era molto di più. Poetessa, musa, nobildonna... Come si descriverebbe oggi?»

R: «Oh, per carità! Risparmiatemi i tag. Diciamo che ho solo cercato di sopravvivere in un mondo di uomini facendo l’unica cosa che loro non si aspettavano: pensare. E scrivere. Certo, gestire i feudi e i rapporti con l’imperatore Carlo V richiedeva polso fermo, ma la vera fatica era rispondere a tutti i sonetti che mi mandavano. Un bando di concorso continuo».

D: «Facciamo un passo indietro. Parliamo d’amore. Suo marito, Fernando Francesco d’Avalos, conosciuto meglio come Ferrante. Nei libri di storia si legge di un legame fortissimo, quasi leggendario, eppure la vostra è stata una strana convivenza...»

R: «Ah, Ferrante! Praticamente un marito fantasma. Ci siamo sposati che eravamo poco più che bambini e siamo stati uniti dall’anima, dal destino e... dal ministero della guerra! Carlo V non faceva un passo senza di lui. In pratica, la nostra vita di coppia si riassume così: lui partiva per una campagna militare, io scrivevo un sonetto per la solitudine; lui vinceva una battaglia, io scrivevo un altro sonetto per paura che morisse. Abbiamo vissuto insieme pochissimo, ma l’intensità di quei brevi periodi è bastata per tutta la vita. Quando è morto dopo la battaglia di Pavia, una parte di me se n’è andata con lui. Il vero amore non si misura in giorni di convivenza, ma in densità del pensiero».

D: «A proposito di quel periodo, il vostro nido d’amore – si fa per dire, viste le assenze – è stato il Castello Aragonese di Ischia. Un posto d’altri tempi».

R: «Ischia! Che meraviglia. Quel castello scosceso sul mare era un microcosmo perfetto. Lì ho studiato, ho pianto, ho accolto gli spiriti più brillanti del secolo. Lì Ferrante tornava a essere un uomo e non solo il comandante generale dell’Impero. Il mare di Ischia mi cullava quando la solitudine diventava troppo pesante. Un panorama da togliere il fiato, ideale per ispirare versi... o per avvistare le navi che speravi riportassero a casa tuo marito».

D: «A proposito di “follower” importanti. C’è un nome che fa tremare i polsi a chiunque: Michelangelo Buonarroti. Dica la verità, tra voi c’era solo “affinità elettiva” o dobbiamo aggiornare i libri di gossip storico?»

R: «Michelangelo! Che uomo meraviglioso e che carattere impossibile. Se avesse avuto uno smartphone, mi avrebbe mandato messaggi alle tre di notte per chiedermi un parere sull’ombra di un muscolo della Cappella Sistina. Tra noi c’era un’unione d’anime, una sintesi perfetta. Io ci mettevo la grazia della parola, lui la potenza del marmo. Certo, se avesse sorriso un po’ di più ogni tanto, non sarebbe stato male... ma il genio assoluto è così: prende tutto il pacchetto, tormenti inclusi».

D: «Nel suo salotto letterario non ci si annoiava mai. Pietro Bembo, l’Ariosto che tesse le sue lodi nell’Orlando Furioso... Come si fa a tenere a bada un simile concentrato di ego maschili?»

R: «Con un’arma segreta: l’ironia e una rima ben piazzata. Gli uomini del mio tempo erano convinti di governare il mondo con le spade, ma poi bastava un mio sonetto per farli sciogliere come neve al sole. Pietro (Bembo) era un purista della lingua, un po’ bacchettone a dire il vero; Ludovico (Ariosto) un sognatore. Io facevo da arbitro. Praticamente il mio era il primo talk show della storia, solo che si parlava in endecasillabi e non si urlava».

D: «C’è una pagina della sua vita, però, che non è fatta di sole rime e salotti. Il 1527, il terribile Sacco di Roma. I Lanzichenecchi misero a ferro e fuoco la città. Lei come ne uscì?»

R: «Lì non c’era spazio per la poesia, solo per l’azione. Io riuscii a rifugiarmi nei miei feudi sui Castelli Romani ma, per quel che ho saputo, vi assicuro che l’inferno deve somigliare molto a quei giorni».

D: «Ed è qui che la Marchesa è diventata una sorta di “crocerossina”, giusto?»

R: «Diciamo che ho usato il mio patrimonio per quello che serve davvero: la dignità umana. Ho trasformato i miei palazzi e i conventi in rifugi, ho pagato di tasca mia i riscatti per liberare nobili e popolani dalle mani dei Lanzichenecchi e ho fatto arrivare carichi di viveri e soccorsi da ogni dove. La nobiltà non è un titolo sulla carta, è una responsabilità verso chi non ha nulla. Se hai la fortuna di avere potere e denaro, nei momenti di buio devi diventare un faro».

D: «Marchesa, c'è un altro legame cruciale nella sua vita, forse il più profondo dal punto di vista spirituale: quello con il Cardinale inglese Reginald Pole. Insieme a lui, a Viterbo, lei diventò il cuore pulsante dei cosiddetti “Spirituali”, quel gruppo che sognava una riforma intima della Chiesa. Che cosa rappresentava Pole per lei?»

R: «Reginald... un’anima purissima e un vero principe dello spirito. Se Ferrante è stato lo sposo della mia giovinezza e Michelangelo il compagno dell’intelletto, Reginald Pole è stato il padre della mia anima, nonostante fosse più giovane di me. A Viterbo, intorno a lui, creammo un’oasi di luce in un momento di totale oscurità per la Chiesa. Cercavamo una via per riconciliare l’uomo con Dio attraverso la fede e la grazia, senza i fasti e le corruzioni della curia romana. Pole aveva una dolcezza e una profondità teologica rare; in lui vedevo la speranza di una Chiesa rinnovata dall’amore e non dal timore».

D: «Eppure, quel sogno si scontrò con la dura realtà della Controriforma e del Sant’Uffizio. Siete stati quasi considerati eretici. Ha avuto paura in quel periodo?»

R: «Più che paura, ho provato un immenso dolore. Vedere dottrine nate dal desiderio di una fede più pura e vicina al Vangelo trattate come minacce da estirpare col fuoco... è stato un colpo durissimo. Molti nostri amici dovettero fuggire o abiurare. Reginald stesso rischiò il papato per un soffio nel conclave del 1549, proprio a causa di quelle accuse, sostenute soprattutto da quell'aspide del Carafa - l'ho saputo quando ormai avevo abbandonato la vita terrena. Ma la nostra non era eresia, era amore sviscerato per la verità. Di quel legame mi rimase la certezza che, anche quando le istituzioni umane falliscono e alzano muri, la vera fede resta un dialogo segreto e libero tra l’anima e il suo Creatore. Un concetto che, ne sono certa, i moderni possono comprendere benissimo».

D: «Lei è stata la Marchesa di Pescara. Un titolo pesante, legato a un territorio che oggi è profondamente cambiato. Che effetto le fa questa città nel 2026, dopo Ischia e dopo Roma?»

R: «Sapete, ai miei tempi Pescara era soprattutto una fortezza, un luogo strategico, di frontiera e di mare. Oggi ci vedo una vibrante energia contemporanea, una voglia di comunicare che sento molto mia. Guardando questo mare, che è lo stesso che vedevo io, penso che Pescara abbia mantenuto intatta quella sua natura di ponte: un tempo tra regni, oggi tra la modernità e la tradizione, tra la poesia della costa e la forza dell’Abruzzo profondo. Se Ischia è stata il mio rifugio e Roma il mio dovere, Pescara è la mia bandiera. Ha la stessa tempra che serviva a me in quei tempi: è una città che non si piange addosso, che affronta le tempeste storiche e culturali con la forza di chi è abituato a guardare lontano».

D: «Un pensiero finale, Marchesa. Se dovesse lasciare un tweet – o un sonetto breve – per i pescaresi di oggi?»

R: «Non abbiate paura della vostra forza, che viene dal mare e dalle rocce. Coltivate la bellezza, un libro in più e un’ingiuria in meno. Avete il mare davanti e la roccia alle spalle: non vi manca nulla per fare grandi cose. E se incontrate un Michelangelo sul vostro cammino... dategli ragione, ma fate di testa vostra».

(Accompagna questa intervista un probabile ritratto di Vittoria Colonna realizzato da Sebastiano del Piombo intorno al 1520)

MEZ

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