
di PARIDE MARIOTTI
IL 28 febbraio 1822 nel piccolo centro di Cellino (Attanasio), morì all'età di 65 anni Diodato Servili, possidente terriero e figura di assoluta fiducia della comunità locale.
Dal 1813 egli ricopriva infatti l'incarico di Cassiere della Parrocchia della Prepositura e dei cinque Canonicati, ufficio delicato che gli affidava la gestione delle rendite ecclesiatiche e la riscossione degli affitti dei terreni appartenenti alla Chiesa.
Tra quei beni figuravano alcune terre concesse pubblicamente in affitto il 2 aprile 1815, per la somma di 643 ducati, a due proprietari del luogo: Giuseppe Conti Stefano De Berardinis.
IL canone doveva essere versato con cadenza semestrale e, per anni, Diodato Servili ne aveva curato personalmente l'esazione. Fu soltanto dopo la sua morte che, esaminando i registri contabili, emerse una mancanza. Giuseppe Conti risultava aver regolarmente corrisposto la propria quota relativa all'anno 1817, diverso appariva invece il caso del suo socio Stefano de Berardinis, del quale non compariva alcun pagamento.
Arcangela Ronci, vedova di Servili e tutrice dei figli minori, interpreto' quel silenzio come un tentativo di sottrarsi all'obbligo approfittando della morte del marito. Decise quindi di rivolgersi al tribunale del Regio Circondario di Cellino per ottenere quanto riteneva dovuto.
Eppure la realtà dei fatti era più complessa. Il 9 luglio 1818 Stefano de Berardinis aveva scritto una lettera allo stesso Diodati Servili, cercando di giustificare il ritardo nel pagamento:
"Non è vero che io fuggo, il mio adempimento sarà fra breve, e non bastando generi venderò la proprietà. Avete avuto tanta bontà, così potrà avere altro poco. IL denaro d'Ettorre è depositato altrove. Disposto sempre e vi abbraccio."
Quelle parole riflettevano le difficoltà drammatiche di quegli anni. IL 1817 fu infatti un periodo tragicamente funesto per l'Abruzzo. Le anomalie climatiche provocate dall'eruzione del vulcano Monte Tambora, avvenuta nel 1815, portarono stagioni fredde, gelate improvvise e una prolungata assenza di sole. I raccolti andarono distrutti e la carestia colpì duramente le campagne abruzzesi, riducendo molte famiglie alla fame.
Ma la legge del Regno non concedeva facilmente spazio alle attenuanti della miseria. Arcangela Ronci, determinata a difendere gli interessi dei propri figli, il 31 dicembre 1826 si recò nel vicino paese di Cermigniano presso il notaio Franco Ortolani, conferendo mandato al procuratore Paolo de Santi affinché promuovesse causa davanti al Tribunale di Teramo.
Nel corso del procedimento intervenne il procuratore Don Camilo de Martinis, incaricato della difesa di Stefano de Berardinis e Giuseppe Conti. La sua opera riuscì a dimostrare l'estraneita' del Conti, che venne prosciolto da ogni addebito.
Diversa fu invece la sorte di Stefano de Berardinis, riconosciuto debitore dell'ultima rata semestrale dell'affitto relativo ai beni della Parrocchia di Cellino fino al 1817.
Il tribunale lo condanno' al pagamento di 44 ducati e 75 grana in favore di Arcangela Ronci, quale tutrice dei figli minori del defunto Diodato Servili.
La controversia, tuttavia, non si concluse rapidamente. Tra appelli e contrappelli, la causa si protrasse per anni, fino a giungere davanti alla Gran Corte dell'Aquila.
Qui, il 9 settembre 1830, venne pronunciata la sentenza definitiva:Stefano de Berardinis, rappresentato dal patrocinatore Gervasio Chiarizia, fu definitivamente condannato al pagamento della multa e delle spese processuali.
Così una vicenda nata da un affitto non corrisposto divenne lo specchio di un'epoca segnata dalla precarietà delle campagne, dalle conseguenze di una catastrofe naturale lontana ma devastante, e dal rigore di una giustizia che raramente si piegava davanti alla miseria degli uomini.






















