
di PARIDE MARIOTTI
Matteo Wade (1747-1829) fu ufficiale irlandese al servizio del Regno di Napoli, ricordato soprattutto per l'eroica difesa della Fortezza di Civitella del Tronto. Con appena trecento uomini resistette all'assedio delle truppe francesi dal 27 marzo al 21 maggio 1806, opponendosi all'avanzata napoleonica. Solo dopo settimane di combattimenti la guarnigione fu costretta alla resa alle forze guidate da Gioacchino Murat, e i difensori vennero fatti prigionieri.
Tra essi vi era anche l'ufficiale Domenico Antolini di Controguerra, deportato insieme agli altri soldati a Nimes.
Già il 19 settembre 1792, mediante pubblico istrumento rogato dal Regio notaio Davide Silvestrantonio Marini della cosiddetta "Macchia di Roseto",Antolini aveva ricevuto in donazione irrevocabile I beni del Sacerdote Alidarco Ferri, suo parente.
In cambio, si era impegnato a corrispogli 100 ducati nell'arco di 17 anni, garantendogli il mantenimento e una degna sepoltura.
Dopo la cattura di Antolini, la moglie Antonia Sebastiani e i figli continuarono ad assistere il Sacerdote, provvedendo a ogni sua necessità. Fu proprio durante l'assenza dell'ufficiale che maturo' una vicenda destinata a suscitare grande clamore.
L'8 gennaio 1808 il notaio Giacinto Sguerrini, procuratore della Cappella della Misericordia di Tortoreto, approfittando dell'età avanzata e delle precarie condizioni di salute del Sacerdote - ormai quasi completamente privo dell'udito - riuscì, mediante artifici e lusinghe, a persuaderlo della possibilità di revocare la precedente donazione e disporre nuovamente dei propri beni.
Forte di tale autorizzazione ottenuta con l'inganno, Sguerrini si rivolse alla Regia Corte di Nereto che, con atto del 22 gennaio 1808, convalido' la nuova disposizione.
In breve tempo il Sacerdote venne privato di tutti i suoi averi, compresi i mobili della casa, ritrovandosi in condizioni di grave indigenza.
Ridotto in miseria, Alidarco Ferri si rivolse nuovamente ad Antonia Sebastiani che, nonostante l'assenza del marito prigioniero in Francia, si fece carico della sua assistenza.
La donna promosse quindi un'azione presso il Regio Tribunale e, nell'udienza del 16 marzo, emerse chiaramente l'inganno perpetrato Dal notaio Sguerrini.
Poco tempo dopo il Sacerdote morì. Nel frattempo, Domenico Antolini fece ritorno dalla prigionia di Nimes e poté rientrare nel pieno possesso dei beni e dei diritti che gli spettavano. Giacinto Sguerrini fu infine riconosciuto colpevole e condannato al pagamento delle spese processuali.
Le ragioni profonde della vicenda vanno tuttavia ricercate in un contesto più antico.
Tra le famiglie Ferri e Sguerrini esistevano infatti da tempo dissapori e controversie ereditarie legate a precedenti successioni familiari, tensioni che nel corso degli anni avevano alimentato rancori mai del tutto soliti.
Nota Storica
Questo documento rappresenta una significativa testimonianza per la storia locale. Non solo restituisce la vicenda di un ufficiale abruzzese coinvolto nelle guerre napoleoniche e deportato a oltre mille chilometri dalla propria terra, ma consente anche di ricostruire dinamiche sociali, patrimoniali e giuridiche del territorio all'inizio dell'Ottocento.
Particolarmente interessante è inoltre il riferimento alla cosiddetta "Macchia di Roseto", luogo oggi profondamente trasformato. All'epoca si trattava di un'area rurale caratterizzata dalla vegetazione spontanea tipica della macchia mediterranea.
Le fonti storiche indicano che il territorio fu inizialmente denominato "le Quote", poi "Rosburgo" e infine, nel 1927,Roseto degli Abruzzi.
Questo passaggio toponomastico dimostra come il nome "Roseto" non costituisca una denominazione recente, ma rappresenti piuttosto una continuità storica riemersa e consolidatasi nel corso del tempo, attraverso diverse trasformazioni del territorio .




















