
di PARIDE MARIOTTI.
I Berarducci vantano una presenza antica in Abruzzo, radicata in particolare nel territorio teramano. Imparentati con le nobili famiglie Melatino e Montani di Campli, furono proprietari terrieri, ma soprattutto custodi di un valore meno visibile e più duraturo:l'amore per la cultura.
Non si trattava di un semplice interesse, bensì di una consuetudine familiare, di un abitudine quotidiana fatta di libri, studio e attenzione alla parola scritta. Un patrimonio silenzioso, tramandato nel tempo come si fa con le cose preziose. Di generazione in generazione, questa inclinazione si consolido', attraversando Le vicende familiari e resistendo anche ai momenti più difficili.
Fu proprio questo filo invisibile, teso tra passato e presente, a trovare la sua espressione più compiuta nella figura dell'avvocato e scrittore Alessandro Berarducci (1890-1971) di Città Sant'Angelo.
In lui quella tradizione non solo sopravviveva, ma prendeva nuova forma.
Fondatore della compagnia del Teatro Abruzzese nella prima metà del Novecento, Alessandro trasformò l'eredità culturale ricevuta in qualcosa di vivo e condiviso:attraverso i suoi testi satirici seppe parlare alla sua terra, suscitando interesse ed entusiasmo in tutta la regione.
Figlio del fervente patriota Adelchi Berarducci (nato nel 1848) e di Teresa De Petris, ebbe come nonni Andrea (nato nel 1818) e Alessandra Di Tullio, e come bisnonni Angelo Berarducci (nato nel 1774) e Aurora Ferranti.
Angelo, di cui posseggo diversi documenti, era figlio di Andrea Berarducci, il quale, sposando la nobildonna Vincenza Zizzi, figlia di Antonio, si trasferì a Città Sant'Angelo.
Nel 1783,prima di morire, Antonio Zizzi dispose che tutte le sue proprietà passassero alla figlia Vincenza, con l'obbligo però di corrispondere 1300 ducati alla sorella Anna Saveria, moglie del dottore in legge Gaspare Montani di Campli. Tra le sue ultime volontà vi era quella di essere sepolto nella Collegiata di San Michele Arcangelo e di ricevere messe in suffragio per quarant'anni presso gli altari di San Giovanni e di Santa Maria del Carmine, dei quali deteneva il padronato. Quando Vincenza morì, nel 1808,lasciò disposto Che I beni fossero divisi equamente tra i figli Nicola e Angelo. Case, terreni, proprietà: tutto fu accuratamente ripartito - la casa nel rione Sant'Angelo, quella nel quartiere di San Michele, la nuova abitazione di San Giovanni, i terreni in Contrada Colle della Noce, della Borrea e della Piomba.
Ma accanto a questi beni materiali, ve n'era uno più discreto e forse più significativo: i libri.
Anche quelli furono divisi. I testi legali andarono a Nicola, il "Metastasio" rimase al padre Andrea, gli altri furono distribuiti tra i fratelli. Non si trattava di un semplice suddivisione di beni, ma della trasmissione di un patrimonio culturale:quei volumi rappresentavano il filo invisibile che univa le generazioni e la vera eredità della famiglia.
Non è difficile immaginare che proprio tra quelle pagine, lette e tramandate nel tempo, abbia preso forma, generazione dopo generazione, quella sensibilità che in Alessandro sarebbe poi diventata voce, scrittura, teatro. IL suo impegno culturale non appare così come un fatto isolato, ma come il naturale approdo di una lunga storia familiare.
Tutto sembrava sistemato, ma con la morte del padre, nel 1817, ciò che sembrava ormai stabilito si incrino'. Sorsero contrasti tra i fratelli, legati tanto al testamento paterno quanto a quello materno. Angelo scoprì che Nicola si era appropriato illecitamente della quota che gli spettava. Ebbe così inizio una lunga stagione di cause nei tribunali di Città Sant'Angelo, dell'Aquila e di Teramo. IL 12 luglio 1831, anche Diana Arlini, moglie di Nicola, fu chiamata a comparire in udienza insieme al marito, nel tentativo di contenere le conseguenze della disputa.
Non furono le terre a durare, ma le parole.
E in esse, ancora, vive Alessandro.



















