
BRUNO DI PIETRO.
Nella Milano degli anni Settanta, in un clima sospeso tra aspirazioni non ancora realizzate e silenzi necessari alla creazione artistica, prende forma questa figura.
Al centro della composizione emerge la bambola, intesa come proiezione psicologica. Il clown la stringe a sé: fragile, muta, essenziale. È un oggetto che richiama l’infanzia, ma che supera la semplice dimensione ludica per assumere un valore simbolico più profondo.
Il gesto non è casuale. Può nascere da un’intuizione compositiva, da una suggestione visiva, oppure da una memoria concreta forse legata a una conoscenza personale, come quella di chi realizza bambole di pezza. Tuttavia, nell’opera, questi elementi si fondono in qualcosa di più ampio: la bambola diventa il contenitore di un’assenza.
In essa si raccolgono il vuoto affettivo, l’infanzia che si dissolve, le relazioni lontane, il desiderio di maternità o paternità, e l’incertezza verso il futuro. La bambola si trasforma così in una presenza sostitutiva: un’entità da proteggere, una speranza ancora priva di voce.
Il clown, dunque, non tiene semplicemente una bambola custodisce una parte di sé.
Questa visione si inserisce pienamente nella sensibilità artistica del Novecento, dove il tema dell’infanzia assume una dimensione poetica e simbolica. Affinità evidenti si riscontrano nelle opere di Pablo Picasso, in particolare nel Periodo Rosa, e di Paul Klee, entrambi attenti a tradurre l’infanzia in linguaggio emotivo e universale.
















